In occasione del vertice del G8 a Heiligendamm in Germania, i capi di stato e di governo hanno discusso alcune tematiche che sembravano dividere le due sponde dell’Atlantico, come la lotta al surriscaldamento del globo e lo scudo antimissilistico anti-iraniano. Alla fine, però, la cancelliera tedesca Angela Merkel, presidente del G8, è riuscita a evitare una rottura con gli Stati Uniti e ha potuto così proclamare il grande successo del summit. Ma qual è il vero stato delle relazioni transatlantiche? L’Europa e l’America possono fidarsi l’una dell’altra? Di questo parliamo con Norbert Wagner, direttore della Fondazione Konrad Adenauer a Washington ed esperto di relazioni transatlantiche.
Come è stato interpretato
negli Stati Uniti il compromesso raggiunto al vertice di Heiligendamm sul clima?
Viene visto come un accordo serio. Anche l’iniziativa americana
volta a trovare un’intesa con i 15 maggiori produttori mondiali di gas serra
viene visto positivamente. Negli Stati Uniti è cresciuto l’interesse per le
questioni ambientali negli ultimi anni. Alcuni stati come la California hanno
preso proprie iniziative per ridurre l’emissione di CO2. Per di più, la
cooperazione sul clima tra Europa e Stati Uniti può essere considerata indice del
riavvicinamento tra le due sponde dell’Atlantico.
Un altro tema molto
importante di cui si è discusso a Heiligendamm è il sistema anti-missile con
cui gli Usa vorrebbero proteggere l’Europa occidentale da possibili minacce missilistiche
proveniente dal Medio Oriente. La Russia ha proposto di installare il sistema
in Azerbaijan invece che in Polonia e Repubblica Ceca. E’ una proposta che gli
americani prendono sul serio?
Si tratta almeno di un passo in avanti rispetto al rifiuto
totale. Prima del vertice i russi avevano solamente condannato l’idea dello
scudo anti-missile in quanto tale. Adesso per lo meno si è aperto uno spiraglio
per il dialogo. Anche se è poco probabile che sarà questa la soluzione del
problema, Bush e Putin hanno mostrato la voglia di non scontrarsi sullo scudo.
L’atteggiamento di Bush ha giocato un ruolo positivo per calmare gli animi. Si
è dimostrato relativamente conciliante verso Putin e questo è nella natura di
Bush che è capace di comunicare in modo molto efficace con i diversi capi di
stato.
Negli Stati Uniti, i
repubblicani e i democratici sono uniti e determinati nell’andare avanti con
l’installazione del sistema anti-missile?
Entrambi i partiti vogliono assolutamente evitare il
pericolo che l’Iran diventi capace di attaccare sia l’America che l’Europa. Il
sistema anti-missile viene perciò visto come uno strumento indispensabile di
protezione. Dobbiamo anche ricordare che con l’installazione in Polonia e
Repubblica Ceca sarebbe l’Europa a ottenere protezione, perché gli Stati Uniti hanno
le istallazioni presenti sul continente americano. Per il momento, l’Iran con i
suoi missili è in grado di raggiungere solamente il sud-est europeo, ma in
America c’è la convinzione che l’Iran acquisirà presto la capacità di colpire
anche l’Europa occidentale e pertanto non c’è altro tempo da perdere. Gli europei,
da parte loro, dovrebbero essere i primi a dimostrare interesse nel sistema
anti-missile.
Con l’elezione di
Nicolas Sarkozy in Francia, c’è la possibilità di un miglioramento delle
relazioni transatlantiche?
In America l’elezione di Sarkozy è stata molto apprezzata. Il
neopresidente francese viene visto come un amico degli Stati Uniti e c’è la
convinzione che grazie a cui le relazioni con la Francia miglioreranno. Sarkozy,
nel discorso tenuto durante la celebrazione del suo successo elettorale, ha
offerto rassicurazioni al riguardo.
In questi mesi i
candidati alla Casa Bianca, sia repubblicani sia democratici, hanno già
espresso le proprie posizioni su molte materie, tra cui la politica estera. E’
possibile prevedere, in caso di vittoria, quale sarà il presidente più atlantico?
Hillary Clinton ha una forte esperienza di politica estera,
conosce l’Europa molto bene e sarebbe certamente un presidente gradito a molti
europei. Barack Obama non ha una lunga esperienza di politica internazionale,
ma la sua partecipazione alla sottocommissione del Senato sui rapporti con
l’Europa è segno di un interesse verso il raggiungimento di un’intesa molto
stretta con gli europei. Nel campo repubblicano, invece, è evidente che un
presidente come John McCain concentrerebbe molti dei suoi sforzi in politica
estera. Ha una lunga esperienza come membro della commissione degli Affari
Esteri nel Senato e viene visto come un esponente atlantico. Rudy Giuliani,
d’altro canto, non si è ancora pronunciato in modo molto chiaro sulla politica
estera. Lo stesso vale per Mitt Romney e alcuni altri candidati. Ad ogni modo,
durante la campagna elettorale i candidati dovranno per forza esprimersi sulle
tematiche di politica estera. La popolazione richiede ai candidati la capacità di
condurre una politica estera competente a difesa della sicurezza nazionale.

