Se questo è stato il primo
confronto TV tra i leaders dei due principali schieramenti in competizione alle
prossime elezioni politiche, figuriamoci gli altri. C’è da rabbrividire solo al
pensiero che di conferenze stampa come quelle di ieri sera ce ne toccano altre
14, per dieci serate.
Dieci serate di regia approssimativa, di inquadrature incerte e tremebonde, di studi televisivi sciatti dei quali le rosse scrivanie non valgono a riscattare l’innato grigiore. Dieci serate di teatrino giornalistico, nelle quali i peggiori non fanno che replicare il copione del cronista-con-la-schiena-dritta, che nella domanda finto-insidiosa suggerisce già la risposta; e i migliori si travestono da sora Lella, reclamando per sé la parte delle casalinghe, e rimpiangendo in diretta nazionale gli insegnamenti della mamma. Dieci serate di leaders tutt’altro che in forma, dei quali quando va bene si ricordano almeno le battute da siparietto, e quando va male le promesse da cabaret.
E’ tutto qui il duello televisivo tra Berlusconi e Veltroni: perché di duello si è trattato, malgrado i due non si siano incontrati né in studio né dietro le quinte (grazie alle sapienti cautele dei due staff). A meno che non si voglia davvero sostenere che l’ulteriore dettaglio della compresenza di fronte a Giuliana Del Bufalo avrebbe offerto chissà quali maggiore garanzie di democrazia e libertà, va riconosciuto che il risultato è stato esattamente lo stesso di due anni fa. Stessa ingessatura, stessa prevedibilità, stesso elettrocardiogramma piatto che se i due si trovassero contemporaneamente nello studio, rispondendo a turno agli intervistatori, con il tempo centellinato, senza mai potersi incrociare – non solo interlocutoriamente, ma neppure televisivamente, visto il divieto di inquadrare l’uno mentre l’altro parla.
Nelle affermazioni e nelle risposte dei politici, come del resto nelle domande dei giornalisti, niente di nuovo. Se Uòlter conferma fin dal suo ingresso l’allure da piacione, stringendo la mano e dando del tu a tutti, Berlusconi mantiene l’atteggiamento sobrio e cauto inaugurato in questa campagna. Il leader del PdL ribadisce i principali punti del suo programma, con una particolare enfasi sulla scuola e sulla formazione; senza lesinare una sferzata ai cosiddetti giovani, che anziché vivere nel mito del posto fisso farebbero bene a rimboccarsi le maniche. Sollecitato dalla Del Bufalo sullo stesso tema, non riesce altrettanto incisivo Veltroni, che dapprima tenta di cavarsela rivolgendosi contro il feticcio sessantottino del “sei politico”, e poi devia il discorso in tutt’altra direzione.
Se il Cavaliere non riserva sorprese, snocciolando con tono pacato la medesima sequela che ormai da settimane va ripetendo a tutta Italia, il leader del PD prova a seguire un andamento più vario, a non ripetersi, a dare ulteriore prova di quell’illusionismo dialettico che il suo avversario ha precedentemente lodato. Come al solito, parla per slogan, la butta sul personale, persino sul poetico (sempre meglio che restare nel merito, visto che interrogato sulla recessione mondiale non sa fare di meglio che rimettersi al “parere degli economisti”). Ma trascinato dal suo stesso eloquio, finisce per confondersi; prende cantonate (come quella sulla “governo di transizione” guidato dalla Merkel in Germania, che non sta né in cielo né in terra sia dal punto di vista storico che politologico), si perde in affermazioni non supportate dai dati (come quella sulla condizione dell’Italia dopo cinque anni di governo del centrodestra), trascura dati impossibili da contestare, forse perché veritieri (come quelli sulla precarietà, che Berlusconi ha mostrato essere un problema assolutamente contenuto, e praticamente inesistente rispetto alla situazione degli altri paesi europei). Notevole, per tutti e due, l’assenza di un paio di necessarie domande: ma se sembra più giustificata la mancanza di quesiti sui temi etici per il Cavaliere, che sull’argomento si è già espresso per l’”anarchia”, più grave appare il fatto che nessuno chieda espressamente a W di Di Pietro e del suo reale destino all’interno del PD.
Nonostante eviti sempre di nominarlo (ufficialmente per non denigrarlo), è evidente che Veltroni ha più che presente il suo avversario. Non solo perché, per non essere da meno del Cavaliere, vuol rivendicare a sua volta i propri meriti nel successo di Milano per l’Expo 2015 (per il quale dice di essersi adoperato nelle vesti di sindaco di Roma). Non solo perché, quando individua modelli di riferimento, Veltroni sceglie quasi sempre governi di destra, legati a doppio filo allo stesso esecutivo Berlusconi che continua a denigrare. Non solo perché scippa con destrezza al Cavaliere il suo programma di edilizia popolare (che, se profferito da un imprenditore edile di rango conserva qualche affidabilità, messo in bocca a un leader postcomunista sa di Laurentino 38, e a uno neoobamiano di aria fritta). Ma soprattutto perché, mentre nega recisamente di voler “continuare la campagna elettorale del ’94”, formula promesse che ricordano molto da vicino il Cavaliere di questi quindici anni. E siccome la storia si ripete sempre in forma di farsa, stavolta non si tratta di “meno tasse per tutti”, ma di “più dentisti per tutti”: Veltroni ribadisce così alle telecamere l’impegno annunciato in giornata, per creare un fondo odontoiatrico che permetta a tutti di curarsi. Più che Berlusconi, sembra Cetto La Qualunque. Chissà se ci pensa anche il Cavaliere, quando, lasciando la sua postazione alla fine della conferenza stampa per fare posto al turno successivo, si congeda con una battuta sulle file dal dentista. Certo, magari Berlusconi voleva solo alleggerire l’atmosfera: ma chi ha presente l’impegno preso da Uòlter non può fare a meno di sorridere, vedendo il suo proposito derubricato – come merita - a uno sketch, seppellito di ridicolo insieme a tutta la farsa stucchevole della par condicio, che mette accanto la storia e la farsa, e le costringe a fare la fila insieme.


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Il non voto non serve a