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Le relazioni pericolose tra RAI e UDC

16 Aprile 2008

RAI che vai, Casini che trovi. Non è la solita invettiva contro la confusione che regna nell’azienda radiotelevisiva di Stato, ma la constatazione della soverchiante presenza, nei telegiornali e nei programmi di informazione della TV pubblica, del leader dell’UDC.

Già prima delle elezioni si era appreso, tramite i dati diffusi dalll’Osservatorio di Pavia, che l’ex democristiano era stato tutt’altro che penalizzato, come pure lamentava, dal piccolo schermo: il quale gli aveva riservato un posto in prima fila, tanto come tempo che come ordine di apparizione, accanto a Veltroni e Berlusconi. All’UDC, secondo gli stessi dati, era stato dedicato dai telegiornali della RAI uno spazio addirittura maggiore rispetto a quello di Forza Italia.

C’è stato chi ha spiegato il trattamento di favore applicato dalla TV di Stato in vista del voto con le parentele eccellenti e le buone frequentazioni del leader bolognese; o ancora, con l’alto numero di “infiltrati” uddiccini tra le file RAI (giornalisti compresi), che gli ha di fatto consentito di presidiare l'azienda radiotelevisiva pubblica in maniera molto più capillare di quanto la sua effettiva forza politica non gli consentisse. Ma anche ad elezioni avvenute, l’idillio tra Casini e l’emittenza pubblica non dà cenni di scemare: e non si parla solo del TG1, che vede un ex candidato UDC come Francesco Pionati alla vicedirezione; ma persino del “rosso” TG3.

Basta accendere la TV in una giornata come quella di ieri, per trovare il leader dell’UDC protagonista dell’informazione della terza rete. Dapprima nel TG3: che ha offerto la versione della sua performance elettorale come un’eroica “resistenza al terremoto delle urne”, dalla quale sarebbe uscito con un risultato “di tutto rispetto”, operando addirittura un “piccolo grande miracolo”. Poi a Ballarò, in cui è stato l’ospite d’onore: nonostante ancora ieri sera non abbia voluto smentirsi, cogliendo l'occasione per rispolverare il consueto costume di lamentazioni per il tempo concessogli dal conduttore, è stato trattato meglio di Maroni, persino quasi di Franceschini (certamente di Diliberto!).

E' come se in ogni giornalista - compreso il "laico" Floris - si nascondesse in fondo un casiniano; come se Casini, invece di partecipare alla lottizzazione delle reti e delle testate d'informazione, fosse passato direttamente a quella del Super-Io di cronisti e opinionisti. Non deve trattarsi solo della considerazione per lo status istituzionale detenuto dell'ex presidente della Camera, che pare  goderne tuttora gli effetti.  E neppure l'atteggiamento mantenuto verso Casini può essere spiegato con la  "neutralità" del leader UDC, che lo porrebbe in una posizione quasi arbitrale nei confronti delle due formazioni principali.

Piuttosto, l'impressione è che il gioco, ancora una volta, miri ad affondare Berlusconi: se non frontalmente, almeno lateralmente. Pierferdinando Casini è l'unico leader che ha tentato, freudianamente, di "assassinare il padre" - invece di tentarne la successione, come Gianfranco Fini. Dargli visibilità significa, perciò stesso, ridimensionare la figura del Cavaliere, che non è riuscito a ricondurre l'ex dc sotto la propria ala. Oltre a ciò, la sua fama di "terzista" e la  particolare posizione di oppositore dal volto moderato, che si contrappone al centrodestra pur parlando (almeno in linea teorica) allo stesso elettorato, lo rende una figura ideale per attrarre credibilmente su argomenti antiberlusconiani anche un pubblico di spettatori-elettori meno sensibili agli argomenti della sinistra. Casini è l'anti-Berlusconi, ma in una maniera diversa da Veltroni (figuriamoci da Bertinotti); e, nonostante tutto, la sua immagine ha resistito ad essere ricondotta a una di queste due.

Un soggetto ideale, insomma, per attrarre su di sé le telecamere, e quindi teoricamente il consenso, distraendole dall'inquadrare altro, specialmente a destra. Peccato che, come dimostrano i risultati di una forza praticamente assente dalla campagna televisiva come la Lega, la presenza in video conti solo molto relativamente ai fini del successo elettorale, e che tempo e audience ottenuti sul piccolo schermo non si traducano automaticamente in voti. E adesso chi glielo dice, al Super-Io casiniano dei giornalisti RAI?


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