Nell’ennesimo polverone alzato all’interno dello steccato del PD dalla mandria riottosa dei Radicali – ben intenzionati a non passare per bestiame domato con facilità -, questa volta si distingue una prospettiva interessante. E’ quella aperta con la polemica inaugurata da Emma Bonino, che ha approfittato della settimanale conversazione a Radio Radicale per lanciare l’ennesima bordata all’indirizzo di Veltroni. La Bonino si è lamentata del trattamento riservato al suo partito, in particolare per quanto riguarda gli spazi in TV, e ha infine ottenuto una riunione riparatrice con Bettini.
Il nuovo caso scatenato dalla Bonino tocca un vecchio cavallo di battaglia dei Radicali, un ambito nel quale il movimento si è storicamente sentito penalizzato dal “regime”, e rispetto quale sperava forse che l’alleanza con il partito del loft valesse a ribaltare le passate sorti. E invece, come giustamente ha notato Il Foglio, i veltroniani hanno deciso di correre ai ripari dopo aver visto la picchiata dei sondaggi, attribuita proprio alle intemperanze degli alleati: e hanno di fatto limitato al minimo le uscite pubbliche degli indisciplinati Pannella&co.
Per dirla tutta, il fatto che la richiesta di maggiore visibilità in televisione provenga dall’alleato che più ha strepitato per ottenere spazi sicuri nelle liste del PD è forse qualcosa in più che una semplice coincidenza. Non si tratta solo dell’innata litigiosità attribuita al manipolo radicale: al contrario, la spartizione delle telecamere è ormai strettamente correlata con la spartizione dei posti in lista, e ad averlo capito non sono solo i Radicali. Non a caso, l’analisi del Foglio si allarga immediatamente a commentare l’evidente scomparsa dal circo mediatico di quelli che avrebbero dovuto invece essere i candidati-immagine del PD: a cominciare dalla Madia e da Calearo, dei quali si ricordano le non brillantissime performance televisive alle prime uscite. L’ex Federmeccanico è stato ridotto a rifugiarsi tra le webcam del sito del Corriere, pur di ottenere un’inquadratura (riuscendo peraltro soltanto a lasciar trasparire l’enormità dell’invidia che nutre nei confronti di Berlusconi: che ha definito goffamente “il padrone”, neppure fosse Cipputi).
Per tutti, spuntare un’ospitata da Vespa o da Lerner diventa altrettanto fondamentale che avere un posto a prova di quorum nel collegio Lazio 1. E qui sta la novità. Ad essere in gioco non è l’eventuale ricaduta elettorale che la maggiore visibilità dovrebbe assicurare: perché le sorti dei singoli sono legate a quelle della coalizione, e l’elezione, se ci sarà, è già garantita dal “porcellum”, data una buona collocazione in lista. La finestra televisiva è piuttosto ambita per sé: per quel che comporta, per quel che promette, per quel che significa, tanto simbolicamente quanto concretamente. Un minuto di TV - luogo del consenso che genera democrazia immediata, ossia fuori dalle mediazioni - è merce altrettanto rara e ambita che un seggio certo in Parlamento. Ecco perché la stretta sulle apparizioni televisive segue di pari passo, e con uguale dignità, il netto ridimensionamento delle ambizioni di rappresentanza, tanto per i “volti nuovi” che avrebbero dovuto rappresentare la svolta veltroniana, quanto per i seguaci di Pannella e Bonino, impegnati a tener duro sulla loro identità: che si nutre anche, e soprattutto, di visibilità, specialmente quella sul piccolo schermo.

