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22 Gennaio 2008

La crisi di governo libererà il paese dall’opera nefasta del più antisraeliano dei ministri degli Esteri italiani (a onta perenne dei radicali di Marco Pannella che di questo esecutivo sono stati sempre fedeli pilastri). Fino all’ultimo, comunque, Massimo D’Alema ha voluto dare prova di un astio contro Israele che - secondo i parametri autorevolmente definiti dal presidente Napolitano - sfiora l’antisemitismo. Mentre Mastella lo spodestava – finalmente - dalla Farnesina, D’Alema ha infatti definito “incomprensibile” l’atteggiamento d’Israele verso Gaza. Secondo il nostro ministro degli Esteri non si comprende come mai Israele non accetta di essere quotidianamente bersaglio di decine di razzi tirati sulle sue città dal governo palestinese di Gaza, perché non accetta che cecchini appostati al confine di Gaza uccidano i suoi cittadini su suolo israeliano (è successo la settimana scorsa a Askhelon). Certo, a parole, D’Alema (come la sua sodale europea Ferrero Waldner, fatta della stessa pasta), condanna i razzi di Hamas contro Israele. Ma poi? Poi nulla: Israele deve subire. Deve subire perché Israele non è uno stato come gli altri. E’ lo stato che rappresenta la “colpa” degli ebrei. La colpa di esistere.

Ma la vergogna non finisce qui. Tutti sanno, da anni, che quella di Gaza è una sceneggiata. Tutti sanno che non è affatto vero che Israele ha tagliato tutta l’energia a Gaza, ma che - com’è facilmente verificabile - l’ha abbassata del 25 per cento, e che il governo di Hamas ha approfittato della mossa per tagliare l’erogazione all’interno, dichiarare inesistenti emergenze umanitarie, chiudere i forni del pane e dare così occasione per i soliti dirigenti antisemiti dell’Onu di denunciare i “crimini israeliani”.

Uno spettacolo disgustoso, sorretto dalla complicità di mezza stampa mondiale e completato dallo sfregio della moschea di Roma. Usando a pretesto questa ennesima sceneggiata vittimista degli assassini di Hamas, al Azhar ha intimato ai dirigenti della moschea capitolina di sfregiare gli ebrei di Roma. Notizia gravissima, incredibile, che conferma appieno il legame indissolubile tra antisionismo e antisemitismo islamici, perché umilia gli ebrei romani, in ritorsione contro le - presunte - colpe d’Israele che nulla dovrebbe avere a che fare con il reciproco rispetto tra fedi, tra religioni. Ma il punto è che il rifiuto arabo d’Israele non è motivato da ragioni nazionaliste, ma religiose. Gli ebrei non possono avere diritto al loro Stato in Palestina, perché sono ebrei e la Palestina è “lascito eterno di Allah al popolo dell’Islam”, come recita lo Statuto di Hamas, condiviso da al Azhar.

Stupisce e addolora, infine, che questo perverso legame così palese, così evidente, che i musulmani, anche quelli, moderati sviluppano da decenni contro Israele nel nome del più becero antisemitismo, venga sempre ignorato da buona parte della gerarchia della Chiesa romana. E’ ufficiale, noto, scritto, che il Nunzio apostolico al Cairo, monsignor Fitzgerald, lavora da mesi per organizzare una vista del direttore di al Azhar, sheikh al Tantawi, a Roma, dal pontefice. E’ quello stesso al Tantawi, come dimostra inoppugnabilmente oggi Magdi Allam sul Corriere della Sera, che ha sempre giustificato i kamikaze palestinesi contro i civili israeliani. E’ quello stesso al Tantawi, che presiede quella università coranica che ha emesso ieri la fatwa che proibisce la visita dell’imam della moschea di Roma in sinagoga. Già negli anni novanta qualcuno, in Curia, portò l’ideologo fondamentalista sudanese al Tourabi, dalle mani letteralmente sporche di sangue, cattivo maestro tra cattivi maestri, a stringere la mano di Giovanni Paolo II; oggi quella scelta sciagurata viene ripercorsa, con il più moderato, ma certo non meno antisemita, sheikh al Tantawi. Da decenni, la Chiesa romana sviluppa il dialogo con i musulmani, disinteressandosi, ignorando, le evidenti, scandalose venature di antisemitismo che caratterizzano il pensiero e l’opera dei suoi stessi interlocutori. E’ uno spettacolo sconfortante.

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