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14 Febbraio 2008

“Respect”. La campagna elettorale per le politiche 2008, appena cominciata, potrebbe fare proprio lo slogan preferito di Ali G, il personaggio del rapper creato da Sacha Baron Cohen.

Ovunque si guardi, a destra come a sinistra, è tutto un proclamare rispetto: rispetto dell’avversario, delle sue posizioni, della sua storia. Almeno per quanto riguarda i due principali attori in campo, il Popolo delle Libertà di Silvio Berlusconi e il Partito Democratico di Walter Veltroni, che non fanno mistero di considerarsi reciprocamente l’unico vero interlocutore degno di questo nome.

E così, se il Cavaliere ha ormai accantonato i “comunisti”, il Sindaco si guarda bene dal risfoderare l’”anomalia” del centrodestra italiano e del premier imprenditore. 

La televisione ha preso atto della situazione dando l’avvio a una programmazione squisitamente bipolare; ma stavolta i toni sono palesemente diversi da quelli che avevano accompagnato il confronto delle due coalizioni opposte fino al 2006. Certo, resta difficile rinunciare alle partigianerie di turno (impossibile che Giovanni Floris permetta a qualsivoglia esponente di Forza Italia di completare una frase), condite dai soliti miseri trucchetti (le telecamere di Ballarò tornano a inquadrare gli esponenti del PD contornati da persone giovani e di aspetto gradevole, in contrasto con gli uomini di mezza età non particolarmente attraenti che fanno da sfondo ai sostenitori del PdL).

Eppure, l’alternarsi scandito delle apparizioni dell’uno e dell’altro schieramento sfugge oggi al ritmo forzato imposto da un’irragionevole par condicio, e dà piuttosto l’idea di un dialogo su basi diverse destinato a non interrompersi. Persino la successione su Rete 4 dei due discorsi di apertura della campagna, quello di Veltroni da Spello e quello di Berlusconi da Milano, ha smesso le fattezze di un obbligo legislativo cui il buon direttore adempie a malincuore, come in passato, per assumere quelle della conversazione a distanza tra le due visioni uguali e contrarie che si fronteggiano.

Le strategie in video di Veltroni e di Berlusconi, tanto nelle immagini dei comizi trasmesse dai telegiornali, quanto nell’immancabile esordio nella “terza camera” dei talk-show politici (primo tra tutti, quello di Vespa) illustrano in maniera eloquente le posizioni da cui i due politici partono alla conquista dei voti.

Il Cavaliere, in netto vantaggio nei sondaggi (ci voleva poco, dopo la vittoria “mutilata” di Prodi e il suo biennio di governo) e con una rendita di posizione garantita dalla continuità della sua leadership, non fa altro che difenderla. Dopo il colpo di scena dell’unione tra FI e AN, basta sensazionalismi, apparizioni ad effetto, stratagemmi mirabolanti per l’ex premier. Persino il programma è quello del ’94, riproposto senza tema di essere tacciato di “vecchio”: per Berlusconi, a differenza che per alcuni suoi alleati, il passato non è da dimenticare, visti i risultati che l’ex premier può vantare nei quattordici anni trascorsi dalla sua discesa in campo (di cui cinque al governo). Berlusconi sa di non aver ragione di preoccuparsi dell’immagine rampante che il sindaco di Roma si ingegna di proporre agli spettatori, ben cosciente di essere stato un maestro difficilmente superabile dall’allievo. Dal canto suo, quest’ultimo punta tutto sulla novità, sul ripudio del “vecchio” (anche anagraficamente parlando), sul “cambiamento” (rinfrescando forse un po’ intempestivamente il suo endorsement per il fenomeno Obama). Un cambiamento non traumatico, come suggeriscono i dolci declivi della campagna umbra stagliati alle spalle del leader del PD, ma netto e necessario - come il contrasto tra questo sfondo e le cartellonistiche di propaganda sinora abituali.

Da un lato e dall’altro, nessuna polemica, nessuna delegittimazione. Più che con l’avversario, ciascuno dei due se la prende piuttosto con gli “altri”, quelli che non sono accorsi al richiamo, che non sono confluiti nelle due formazioni grandi, preferendo conservare nome e simbolo di soggetti politici più piccoli.

Più netto il richiamo di Berlusconi, che ha sottolineato come il voto al di fuori dei due grandi partiti in lizza sia un voto sprecato; più sfumato quello di Veltroni, che ha fatto della “libertà” e della “solitudine” della sua corsa un valore, salvo poi tentare ad ogni costo l’accordo con i giustizialisti dell’Italia dei Valori. Pur restando al centro delle trattative per le alleanze dell’ultimo minuto, i vari Di Pietro, Boselli, Storace di fatto sono comparsi poco più che di sfuggita nelle inquadrature e negli studi televisivi; a volte per ragioni collaterali alla campagna elettorale, come è accaduto a Pannella sentito a proposito della lista per la vita voluta da Ferrara (il quale rappresenta un’eccezione significativa, vista la presenza costante sulla scena mediatica assicurata dal suo ruolo).

Sono questi i grandi assenti della televisione elettorale: senza aspettare riforme costituzionali o apparentamenti elettorali, sul piccolo schermo il bipolarismo è già un dato di fatto.

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