Come
sopravviveremo da qui al 13 e 14 aprile? Difficile da immaginare, senza
spegnere la TV, dimenticando tout court la
disperante sequenza di tribune, interviste, conferenze stampa e confronti tutti
contro tutti che ci aspetta.
L’alternativa è rassegnarsi ad assistere impotenti alla trasformazione della RAI in una lotta continua: non solo tra i candidati premier e gli altri esponenti di spicco dei vari partiti che si presentano allo scontro; ma anche, forse soprattutto, tra gli stessi politici e i giornalisti, esasperati dalla complicazione dei vincoli che presidieranno la seconda fase della campagna elettorale televisiva.
Del resto, come dare loro torto? Scorrendo i due regolamenti varati dalla Commissione di Vigilanza della RAI e all’AGCOM (http://www.agcom.it/par_condicio/index.htm#2008_pol), sembra di leggere le grida di manzoniana memoria: tanto per la minuziosità dei provvedimenti, quanto per l’acerrima difficoltà di farli rispettare (memorabili, tra l’altro, le indicazioni per le tribune RAI, per le quali è previsto “un numero di partecipanti compreso tra 3 e 6, e di norma, se possibile, fra 4”: no comment).
Nelle condizioni che regolamentano forme, modi e tempi del dibattito televisivo, rigidità e complicazione vanno di pari passo: i testi articolano nel dettaglio le possibilità, per i politici, di comparire sul piccolo schermo fino a chiusura della campagna, senza lasciare nulla al caso - o alla libertà di espressione. Le emittenti pubbliche e private dovranno armarsi di pazienza e trasmettere ogni settimana alle autorità calendari dettagliati, argomenti ed elenco degli ospiti di tutte le trasmissioni di approfondimento. Scongiurate le interviste in prime time, ci toccheranno comunque le conferenze stampa, sempre scrupolosamente temporizzate. L’oceanico faccia a faccia tra tutti i candidati premier, alla fine, si svolgerà: si tratterà di una trasmissione da programmare negli ultimi 10 giorni prima del voto, di 90 minuti di durata (inutile chiedersi come contenere in uno spazio simile le intemperanze di undici politici undici). Inutile dire che tutti gli spazi di comunicazione politica dovranno essere più che mai dosati con il bilancino, pena gli strali di chi sarà deputato a controllare la ripartizione (su base settimanale).
Ce n’è abbastanza per terrorizzare gli intervistatori, già variamente tacciati di aver penalizzato questo o quell’altro leader (salvo puntuale smentita proveniente dai dati, che rivelano come proprio chi protesta sia tra i più seguiti dalle telecamere).
E così, avviene che nel bel mezzo delle tavole rotonde i cronisti siano costretti a difendersi con paradossali orazioni pro domo propria: com’è stato domenica per il malcapitato conduttore del confronto tra Bersani, Maroni, Giordano e Tabacci su Rai Uno.
Non bastavano, insomma, le improbabili performance che hanno chiuso la fiction elettorale della scorsa settimana - come quella di Casini: il quale, abbandonando lo studio di Otto e Mezzo, aveva forse in mente di replicare la memorabile lezione impartita da Berlusconi alla Annunziata (senza peraltro riuscire a sortire neppure l’effetto di un Boselli qualsiasi, visto che la trasmissione era ormai terminata).
Da oggi in avanti, a chi si azzarderà a informare i telespettatori sulle prossime elezioni politiche potrebbe toccare la medesima pena prevista dall’Illustrissimo ed Eccellentissimo signor don Carlo d’Aragon, Principe di Castelvetrano, Duca di Terranova etc.etc.: “essere posto alla corda et al tormento, per processo informativo… et ancorché non confessi delitto alcuno, tuttavia sia mandato alla galea, per detto triennio, per la sola opinione e nome”: non di bravo, s’intende, ma di giornalista.

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