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31 Marzo 2008

La Confindustria montezemoliana trovava il suo spazio nella possibilità di pasticciare, appoggiare una parte politica e insieme quella opposta, tramicchiare con le ale intermedie dei due schieramenti, spararla grossa su argomenti su cui non sarebbe stata chiamata a rispondere (dal sistema elettorale all’abolizione delle province).

Con una campagna elettorale in cui si deve scegliere con chiarezza, in cui agli interlocutori si devono rivolgere richieste precise, in cui i soggetti intermedi sono ridotti a comprimari, lo spazio per i giochetti di Luca Cordero di Montezemolo si riduce a zero. Da qui la scarsa presenza del presidente uscente nella discussione pubblica. Mentre quello entrante, Emma Marcegaglia, se ne sta prudentemente in silenzio aspettando di entrare ufficialmente in carica e contando che per il giorno del suo incarico, nel prossimo maggio, la situazione politica si sarà chiarita.

Di fatto resta in campo solo Alberto Bombassei, che si ritaglia così un ruolo importante anche per la prossima fase, e che non si tira indietro nel dare bastonate al governo in carica sia per quello che riguarda la legislazione sugli infortuni (l’esecutivo Prodi ha all’inizio fatto proposte che mettevano più enfasi sulla persecuzione penale di errori burocratici che sull’impegno alla prevenzione e alla formazione) sia sui lavori usuranti, contrastando la linea “todos caballeros” (qualsiasi turnista si logora) proposta sempre dal gabinetto in carica. In questo caso la Confindustria è ritornata all’impostazione damatiana, seriamente riformista rispetto ai successivi  lassismi pro Fiat come sulle scelte che riguardavano i prepensionamenti. Ugualmente netta la critica di Bombassei per la linea cigiellina che si sottrae al confronto sulla revisione del sistema contrattuale nazionale e aziendale.

Insomma, viale dell’Astronomia si sforza di tornare ad assumere un serio carattere da sindacato di imprese, dopo la parentesi dei giochetti politici.

E così, come si è commentato in altre occasioni, i montezemoliani si defilano, da Matteo Colaninno a Massimo Calearo. E segnali simili vengono anche da un uomo centrale nella  tendenza politicista: Luigi Abete.

Su un unico fronte si nota un tentativo di resistenza: quello dei giovani, dove Cleto Sagripanti, candidato indicato da Montezemolo e grande protetto di Diego Della Valle, si oppone a una scelta di largo rinnovamento dopo Colaninno jr., come quella di Federica Guidi.

Il sostegno che a Sagripanti arriva dal Corriere della Sera dà  l’idea dell’interesse di certi ambienti per questa competizione confindustriale. Il montezemolismo è fallito, i suoi protagonisti si stanno defilando. Anche per il direttore di Confindustria si parla di un incarico in Rai. Su unico fronte si combatte ancora: contrastare il ritorno in posizioni di rilievo di persone in qualche modo legate all’esperienza damatiana. Maurizio Beretta e Montezemolo sono intervenute in prima persona per evitare che Antonio D’Amato assumesse l’incarico di ministro dell’Industria, ed Emma Margegaglia ha appoggiato questa richiesta. Ora si vuole far ricadere sulla figlia di Guidi la “colpa” dell’appoggio leale del padre al presidente di Confindustria anni 2000-2004.

Proprio considerando i giochi che il piccolo establishment (quell’accrocchio di poteri industriali, editorali, finanziari e confindustriali che ha avuto per protagonisti negli ultimi anni Montezemolo e Paolo Mieli) sta facendo in campagna elettorale (certe entrate a gamba tesa contro il segretario della Cisl Raffaele Bonanni perché è troppo neutro verso Silvio Berlusconi, certi richiami a Guglielmo Epifani perché si mobiliti negli scontri come quello sull’Alitalia), bisognerebbe meglio riflettere sull’utilità di accettare certi veti e di non fare certe battaglie che forse si possono perdere ma che arrendendosi di perdono sicuramente.

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