Finalmente.
Al termine dell’agghiacciante campagna elettorale televisiva appena trascorsa - tutta grigiore, rigidità, indifferenza, fittizia equivalenza tra i candidati premier - la trasmissione in cui Enrico Mentana ha messo in
fila i due principali leader in gara è infine arrivata a farci tirare il poco
fiato che ci era rimasto.
Sì, perché “Matrix” è andata in onda in uno studio
vero, con una scenografia non troppo dissimile da quella consueta, con un
pubblico non inerte, con rumori di fondo che esprimevano favore o dissenso, con
un conduttore impegnato non solo a controllare il cronometro, ma a interagire
realmente – anche ironicamente – con i suoi ospiti.
Nei novanta minuti previsti per le due performance di Veltroni e Berlusconi, le telecamere hanno potuto muoversi oltre l’angolo visuale compreso tra la mascella degli intervistati e lo sguardo dell’intervistatore, cui una malintesa concezione della par condicio le hanno obbligate nei programmi dell’azienda radiotelevisiva di Stato; la regia ha potuto spaziare tra i volti del pubblico, mostrare mani che si muovevano, sorrisi che ammiccavano, perplessità o entusiasmi.
Abbastanza
per Veltroni (non per Berlusconi...): ad approfittare della situazione più
fluida sembra essere soprattutto il candidato del PD, sorridente, tranquillo,
completamente a suo agio. Nei quarantacinque minuti a sua disposizione,
Veltroni scherza, racconta, evoca e riflette; non spiega, non calcola, non
progetta, non risolve, ma si sa, sono dettagli (che però il pubblico, sorpreso
spesso a scrollare il capo, evidentemente non apprezza). L’ex sindaco di Roma
sembra del tutto compreso nel suo ruolo utopista: la retorica è la stessa che
lo ha accompagnato per tutti i giorni precedenti, a sottolineare la propria
correttezza di fronte alla scorrettezza degli avversari (anzi,
dell’avversario), la propria serenità di fronte al suo livore, la bontà delle
proprie intenzioni di fronte all’ingannevolezza delle sue. Nel migliore dei
casi, la sequela finisce per intonare la consueta melodia buonista (l’”Italia
dell’amore” sembra più il motto di Cicciolina che uno slogan democratico); nel
peggiore, si trasforma in vero e proprio qualunquismo, un vizietto cui Walter
indugia fin troppo volentieri per essere il magnanimo leader politico che
vorrebbe mostrar.
L’argomento più forte della
serata (il che la dice lunga sugli altri) è il riferimento, tanto sotterraneo
quanto costante, all’età di Berlusconi – troppo alta, naturalmente, tanto da
impedirgli prestazioni come quelle vantate dal leader del PD, che la campagna elettorale
sarebbe pronto a ricominciarla domani (a suo dire). Chi fa politica, dice
Walter, non può dirsi stanco, in fondo non gliel’ha ordinato il dottore; dal
canto suo, deve essersi stancato davvero poco, almeno nell’ultima settimana,
passata tra bar e ristoranti a incontrare comici e attori - la stessa settimana
che Berlusconi dice di aver trascorso chiuso a spremersi le meningi con
Tremonti per riuscire ad abbassare le tasse. A chi attendeva il gran finale,
con la lista completa dei ministri del suo governo, Veltroni non dà soddisfazione:
invece di enumerare i suoi, si mette a criticare quelli già resi noti da
Berlusconi, tacciandoli di dejà vu per essere stati tutti componenti
dello scorso esecutivo guidato dal Cavaliere. E certo, per chi ha presentato
liste infarcite degli stessi nomi che figurano ancora tra i membri del governo
uscente, non deve essere facile comprendere come questo possa accadere, ma si
può sempre trovare il modo di spiegarlo.
Quando entra in studio, Berlusconi è già spazientito; sembra un torrente in piena (tanto da litigare
immediatamente con il cuscino della poltrona). I primi dieci minuti li trascorre
a riportare lo studio televisivo alla realtà, a proposito di quattro o cinque
cosine che non stanno proprio come il suo avversario le ha raccontate.
Archiviate almeno la “vocazione maggioritaria” e la “campagna dell’odio”,
Silvio (come lo chiamano a gran voce dalle retrovie del pubblico) passa alle
cose serie: progetti, pianificazioni, numeri. Alcuni degli obiettivi sono gli
stessi appena indicati dal suo avversario, e Mentana non perde occasione per
ricordarglielo; ma è il modo in cui il Cavaliere li affronta a rispondere per
lui. Serio, teso, calcoli alla mano, sembra davvero il padre di famiglia di cui
spesso ha parlato in questa campagna elettorale, che suda per far tornare i
conti e sente tutta la responsabilità del suo compito; e quando spiega per filo
e per segno dove intende prendere i soldi per riparare ai problemi, mostra una
competenza economica e una proprietà della materia di governo tali da far fare
a qualsiasi concorrente la figura dello scolaretto che ha copiato il compito
Nonostante tra i due appaia
Berlusconi il più concreto, nonostante continui a ripetere di non avere
bacchette magiche e di non poter fare miracoli, è lui a tirare fuori il
coniglio dal cilindro su cui Mentana si è giocato la serata. Pur senza
trasformarsi in prestigiatore, come fece due anni fa, sfodera in pochi minuti
l’abolizione del bollo auto, dell’IRAP e la creazione di un “quoziente familiare”
atto a dimensionare le imposte sulle effettive necessità della famiglia, più o
meno numerosa, che percepisce le entrate. La tensione maggiore è ormai sfumata,
e Silvio può cominciare a rilassarsi, persino a scherzare con il conduttore,
ribaltando per due volte il discorso che aveva intrapreso prima sui precari,
poi sugli anziani. Arriva a permettersi qualche battuta, come quella su Casini
e la Santanché “spine nel fianco”, o come quella sulla maratona televisiva
appena conclusa, con otto interviste in un giorno, che gli dà occasione di
denunciare per l’ennesima volta la situazione irreale in cui l’inverosimile
congegno della par condicio lo ha costretto.
Il finale di partita è tutto un
match con Mentana: che interrompe continuamente il Cavaliere sull’ultima
domanda, evidentemente intenzionato a prendersi la rivincita per non essere
riuscito a fermare il fiume dell’esposizione del programma. Rispondendo alla
stessa domanda posta a Veltroni (“se dovesser vincere Veltroni lunedì gli
telefonerà?”), Berlusconi riesce a
gettare nel ridicolo sia l’ipercorrettismo veltroniano (Walter aveva risposto “certamente,
sono uno educato, io”) che il suo giovanilismo, con l’ennesima battuta sull’età:
“io sono giovane, uso gli SMS”. E quanto sia ancora giovane e pronto allo
scatto lo mostrerà di lì a pochissimo. Nonostante le maglie della trasmissione
siano state ben più larghe di quelle cui è ormai abituato, il Cavaliere non si rassegna
a sottomettere loro il suo spirito fondamentalmente anarchico; non si lascia
arginare, non si accontenta di fare l’ospite beneducato, non ci sta a rientrare
negli schemi, siano pure quelli rassicuranti del fair play. Così, quando
l’intervista si chiude, l’intervistato non lascia ancora lo studio, e le
telecamere stringono su Mentana che, di fronte a un fac-simile gigante della
scheda elettorale spiega come votare perché la preferenza non sia nulla (e
intanto lamenta l’insistente claque del pubblico, evidentemente ancora per
Berlusconi). Vedendo che il giornalista si trattiene dal mostrare come tracciare
il segno su uno dei simboli, il Cavaliere irrompe di nuovo nel campo visivo,
con un tempismo degno solo del celebre balzo di fronte alla platea
confindustriale; si mette a fargli vedere come si fa, scegliendo quello di Di
Pietro, e gettando Mentana - colto del tutto di sorpresa – nella più nera
crisi, risolta solo chiamando la sigla di chiusura. A proposito, stanco a chi?

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