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13 Giugno 2008

Il destino del canone RAI sembra ormai segnato. A giurarla ad una delle tasse più detestate dagli italiani, dopo le associazioni dei consumatori, ora ci si è messa la politica: e la battaglia ha assunto connotati bipartisan. Dopo i Radicali – che hanno già presentato quattro interrogazioni parlamentari – e il PdL – che con il senatore Butti ha ipotizzato la necessità di una riduzione dell’importo, ritenuto troppo elevato –, è arrivata la Lega, alla quale la riduzione non basta: la proposta dei leghisti è quella di abolire il balzello tout court.

Per capire come si sia arrivati a questo punto bisogna fare un passo indietro. Tutto è cominciato più di un anno fa, quando l’ADUC – associazione per i diritti degli utenti e dei consumatori -, nemica storica del canone TV, lanciava una serie di iniziative per mettere in luce l’assurdità di una tassa resa sempre più obsoleta e inapplicabile dal passar del tempo e dal progredire della tecnologia (sono gli stessi argomenti usati oggi dalla Lega). In effetti, con la moltiplicazione degli apparecchi che sono o potrebbero essere “atti alla ricezione radiotelevisiva” – non solo i PC, ma gli smartphone, i videofonini, gli iPod... – si sono moltiplicati anche i dubbi: il canone è dovuto anche per il possesso di un computer o di un telefonino? Dalle comunicazioni inviate dalla RAI sin dai primi mesi del 2007 a milioni di contribuenti, sembrerebbe di sì. In realtà, come risultava dall’indagine ADUC dello scorso novembre, neppure chi dovrebbe essere preposto alla riscossione ha le idee chiare: le domande dell’associazione e l’interpello dei cittadini (promosso dalla stessa ADUC) ricevevano così risposte diverse e contraddittorie da parte della RAI, dell’Agenzia delle Entrate, del Ministero dell’Economia e di quello delle Comunicazioni (addirittura il servizio RispondeRai includeva tra gli apparecchi soggetti a canone anche il videocitofono!). Dulcis in fundo, a fronte dell’allarme RAI sull’evasione del canone, l’ADUC presentava un esposto alla Corte dei Conti per denunciare la mancata riscossione, da parte della stessa RAI e dell’Agenzia delle Entrate, dei cosiddetti “canoni speciali”, che – se computer e monitor sono soggetti a pagamento – ad oggi non vengono corrisposti da imprese pubbliche e private che ne sono largamente dotate. La RAI reclama i soldi dei cittadini ma non quelli delle aziende? Un motivo in più per dubitare della legittimità della sua pretesa

Nel frattempo, la questione è finita sui banchi parlamentari per iniziativa della radicale Poretti, che ad aprile 2007 presentava la prima interrogazione per sapere “quali degli apparecchi sottoelencati e non presuppongono il pagamento del canone di abbonamento TV”, proseguendo con un lungo elenco di strumenti multimediali, tra cui videocitofoni e macchine fotografiche digitali. Tra ottobre e novembre 2007 le interrogazioni sono diventate due, tre e poi quattro, sempre con lo stesso quesito, senza ricevere risposta. La Poretti ci riprova ora, insieme a Perduca, fiduciosa nel nuovo clima di abolizionismo che sembra percorrere la stessa maggioranza.

Ma l’eventuale successo della manovra a tenaglia per stritolare il canone RAI non sposterà di una virgola il problema di fondo: quello del finanziamento della TV pubblica. Lo stesso con cui si è trovato alle prese Sarkozy, che ha proposto di eliminare dalla televisione di Stato francese la pubblicità, senza però riuscire finora a sostituirla con una fonte alternativa di ricavi (la tassa “infinitesimale” su Internet, ipotizzata in un primo momento, avrebbe gravato iniquamente i nuovi media del peso del vecchio; mentre la tassazione dei ricavi pubblicitari delle TV private potrebbe non essere sufficiente a provvedere allo scopo).  Se tante difficoltà esistono per gli spot, che dovrebbero garantire introiti secondari rispetto al canone, c’è da immaginare cosa potrebbe significare fare a meno di quest’ultimo. A meno di non spingere il ragionamento fino in fondo: domandandosi non solo che senso abbia che lo Stato italiano, per mantenere la TV pubblica, chieda soldi a tutti i cittadini, anche quelli che non la guardano; ma anche, e soprattutto, che senso abbia che lo Stato italiano mantenga una TV pubblica.

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