Giovedì 9 Febbraio 2012
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1 Settembre 2008

Chi scrive, a suo tempo aveva sostenuto – anche pubblicamente - l’operazione Air France-Klm. Di conseguenza, avendo criticato la sortita di Silvio Berlusconi,  non avrei scommesso un centesimo di euro sull’attendibilità della cordata italiana. Oggi devo ricredermi almeno sulla seconda parte del ragionamento: la cordata si è materializzata sulla base di un piano industriale credibile, anche se carico di inevitabili costi sociali e caratterizzato da un percorso ricco di insidie e di imboscate. La cosa più stupida che si può fare in questo momento, però, è quella di rimpiangere, per ragioni di polemica politica, il mancato accordo con il partner franco-olandese.

L’operazione Air France-Klm  ormai non "fa più storia", in quanto non ha senso costruire il presente e il futuro su ciò che avrebbe potuto essere e non è stato. Proseguendo sulla via delle "speranze deluse" nel caso Alitalia c’è gloria (si fa per dire) per tutti. Nell’ultimo decennio non si contano i progetti di risanamento abortiti, le alleanze mancate per ignavia dei Governi e per responsabilità dei partiti e dei sindacati, a partire dalla proposta di joint venture con Klm alla fine degli anni ’90 – quando D’Alema era presidente del Consiglio e Treu ministro dei Trasporti -  che continua ad essere (anche per le condizioni positive in cui versava la compagnia di bandiera allora) la vera occasione perduta di Alitalia. 

E poi dove sta scritto che la responsabilità della trattativa fallita con Spinetta sia stata solo del Cavaliere ? A questo proposito va reso il dovuto merito alla franchezza di Luigi Angeletti della Uil, che, nella sua recente intervista sul Corriere della Sera, ha ricostruito l’intera vicenda senza esonerare i sindacati e le loro rivendicazioni ritenute insostenibili dai candidati acquirenti. Ma il vero capolavoro di Berlusconi riguarda gli aspetti politici della auspicabile conclusione della vertenza Alitalia. Il premier ha neutralizzato l’opposizione: quella politica può sbraitare fin che vuole, ma i "magnifici sedici"  della cordata italiana sono "carne della carne, sangue del sangue" del Pd, sono organici al sistema di potere della sinistra moderata.

Alla componente sindacale la bocca la chiusa Corrado Passera, il demiurgo dell’operazione, quando ha ricordato che l’intesa con le confederazioni è necessaria, ma che l’alternativa  non è solo il fallimento, ma il "si salvi chi può".  I sindacati  avanzeranno certamente le loro contestazioni al numero degli esuberi annunciati, magari vi saranno anche degli scioperi. Ma non vi è alcun dubbio: quella di Cgil, Cisl e Uil è anche una reazione di sollievo, dal momento che l’Alitalia è un’azienda miracolosamente strappata anzi resuscitata dalla morte. Siamo appena all’inizio della composizione di un puzzle  molto articolato e complicato. E non è detto che l’operazione vada in porto nei tempi e nei modi ora ipotizzati. Ma il progetto è interessante e ben costruito.

Si è partiti dal commissariamento della bad company, la parte in crisi (anche la scelta di Augusto Fantozzi per questo incarico – visto il ruolo dallo stesso svolto in passato - è un colpo di genio): una scelta inevitabile ed opportuna, anche sul versante della gestione della fase di transizione. Il piano industriale si muove in un ambito che tiene insieme il rafforzamento di un vettore nazionale (anche Air One entra nella nuova società) e una prospettiva di internazionalizzazione, forse con la stessa Air France-Klm. Viene altresì superata la questione degli hub (uno o due) per fare posto ad un network di aeroporti. Poi c’è la questione maledetta degli esuberi. Qui si attaccano i critici del Governo, mettendo a confronto il taglio di duemila unità proposto dalla compagnia franco-olandese, con le cinquemila di cui si parla adesso.

Come è stato disposto dal Governo, nella riunione del 28 agosto, saranno trovate soluzioni adeguate di protezione sociale, come è sempre avvenuto in tutti i casi di ristrutturazione produttiva. Lunghi periodi di Cassa integrazione, ma soprattutto provvedimenti di mobilità sperimentando – come ha ribadito il ministro Sacconi – tutte le possibili strumentazioni di politiche attive del lavoro disposte negli ultimi anni. Nessuna scelta purchessia, come quelle ipotizzate di chiamare in causa le Poste o le Amministrazioni pubbliche. Che poi sia la fiscalità generale a doversi far carico degli effetti "collaterali" del salvataggio Alitalia,  è una storia vecchia, che anche questa volta si ripeterà.  Nessuno conosce o è in grado di indicare un’altra strada. Ed è veramente disonesto il "grido di dolore" di quanti lamentano, nel medesimo tempo, la durezza dei costi sociali e l’onere che la collettività dovrà sostenere per "ammortizzarli". 

A conclusione della vertenza Alitalia dovremo ancora una volta ringraziare l’Unione europea ed apprezzare il privilegio di farne parte. Sono le regole della Ue che hanno impedito all’establishment del Paese di continuare a buttare soldi per consentire che in Alitalia le cose non cambiassero mai. La vigilanza attenta (e giustamente sospettosa) della comunità europea è altresì la garanzia migliore per assicurare la correttezza della operazione di salvataggio e risanamento.    

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