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La tribù di Mastrogiacomo
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20 Marzo 2007

“Mi hanno fatto sentire come un prigioniero di Guantanamo” ha scritto Daniele Mastrogiacomo subito dopo essere stato liberato dai suoi carcerieri talebani con grande dispiego di mezzi e di emozioni da parte del governo italiano.

E’ una frase che avremmo preferito non leggere. Mastrogiacomo non ha perso un secondo per tornare ad essere un qualsiasi giornalista di Repubblica. Uno che non esita a paragonare i Talebani che lo hanno rapito e frustato, che hanno sgozzato il suo autista senza pietà, al governo americano che a Guantanamo tiene giustamente rinchiusi i terroristi dell’11 settembre e dintorni e protegge il mondo dai loro crimini. La vicenda di Mastrogiacomo semmai ha prodotto l’esito opposto: il ritorno in pista di un manipolo di terroristi.

E’ stato il modo con cui “Daniele” si è immediatamente ricongiunto alla sua “tribù”, come la chiama nel suo editoriale il direttore Ezio Mauro, parlando dei suoi giornalisti. La tribù di quelli (ma non sono solo a Repubblica) che odiano l’America e l’Occidente, a cui attribuiscono tutte le colpe del mondo, mentre loro stessi se ne purificano attraverso quell’odio.

Paragonare Guantanamo alle carceri talebane, specie da parte di uno che vi è stato appena rinchiuso, è qualcosa che va oltre la sindrome di Stoccolma, è l’indice di un pregiudizio anti-americano che infetta come un virus l’élite giornalistica nazionale, quella politicamente corretta e coccolata.

A Mastrogiacomo forse è sfuggita la confessione di Khalid Sheikh Mohammed, che proprio dal carcere di Guantanamo – dove per fortuna continua ad essere rinchiuso -  ha raccontato di avere “decapitato con la sua mano destra benedetta l’ebreo americano Daniel Pearl”, oltre ad aver coordinato l’attacco alle torri gemelle e una quantità di altre stragi.

Il giornalista del Wall Street Journal è stato meno fortunato di Mastrogiacomo. Apparteneva a un’altra tribù.

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