La maggior parte degli italiani apprende dell'esistenza di un'inchiesta chiamata Why Not e di un magistrato di nome Luigi de Magistris solo il 27 giugno scorso allorchè l'Ansa da notizia di diciannove ordini di pequisizione a carico di imprenditori, politici, 007, faccendieri e iscritti alla massoneria in Calabria.
I reati contestati sono pesanti: associazione a delinquere, corruzione, violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete, truffa, finanziamento illecito ai partiti.
I nomi sono eccellenti (Franco Bonferroni, residente a Reggio Emilia, del cda di Finmeccanica; PietroMacrì, imprenditore, di Vibo Valentia ; Luigi Filippo Mamone e Francesco De Grano, entrambi dirigenti della Regione Calabria; Valerio Carducci, di Bagno a Ripoli; Gianfranco Luzzo, ex assessore regionale alla Sanità; Mario Pirillo, assessore all’Agricoltura della Regione; Massimo Stellato di Abano Terme, capocentro del Sismi di Padova, e il fratello Gianmario; Vincenzo Bifano, di Lamezia Terme, Gerardo Carnevale, componente dello staff del consigliere regionale Ds della Calabria, Antonio Acri; Angela De Grano di Vibo Valentia; Nicola Adamo, vicepresidente della Regione e assessore al Turismo; Antonio Acri, consigliere regionale; Brunella Bruno, di Roma, appartenente al Cesis; Armando Zuliani, di Brenna, imprenditore; Francesco Indrieri, di Cosenza, commercialista; Salvatore Domenico Galati, 40, di Vibo Valentia, già collaboratore dello staff del senatore e coordinatore regionale di Forza Italia Giancarlo Pittelli; Piero Scarpellini, di Rimini) ma il bello deve ancora arrivare.
Nei faldoni dell'inchiesta infatti ben presto sono convogliati i tabulati e le intercettazioni telefoniche relative a ben 30 mila telefonate fatte da un cellulare, in dotazione a Romano Prodi e al suo staff fin dai tempi in cui era capo della commissione europea. Inoltre uno degli indagati, Antonio Saladino, referente calabrese della Compagnia delle opere, il braccio economico di "Comunione e liberazione", risulta essere buon amico del ministro Clemente Mastella e viene a sua volta intercettato almeno tre volte mentre parla con grande familiarità e disinvoltura con il ministro. Questo circa sei mesi prima che diventasse il titolare di via Arenula.
Tra gli indagati anche il generale della Guardia di Finanza Paolo Poletti, capo di Stato Maggiore del Corpo, al quale nella notte del 26 giugno erano stati perquisiti gli uffici a Roma.
Dal decreto di perquisizione risultava che il generale Poletti era indagato per truffa, truffa aggravata ed associazione a delinquere. Di lui ha parlato in maniera non di certo elogiativa una delle testimoni di accusa di De Magistris nell'ultima puntata di "Report" di Michela Gabanelli.
Già in partenza quindi questa inchiesta si rivelava un' "ira di Dio". E le notizie di reato tutt'altro che infondate. L'unico problema , da subito, la personalità esuberante di Luigi De Magistris che non si nega a taccuini e telecamere e che rilascia un nutrito numero di interviste. Troppe forse. Tanto che poi gli verranno contestate come uno dei motivi per cui il ministro Mastella a metà del mese di settembre chiede il suo trasferimento ad altra sede alla sezione disciplinare del Csm. Csm che dovrà prendere una decisione il 17 dicembre dopo avere rinviato due settimane orsono una seduta convocata ad hoc. In ciò smentendo il ministro a proposito dell'urgenza del trasferimento stesso.
A luglio, intanto, scoppiava il ciclone vero e proprio dopo un articolo di "Panorama" che raccontava delle "30 mila telefonate che inguaiano Prodi".
Il premier infatti veniva iscritto nel registro indagati perchè un telefonino in uso anche a lui risultava aver chiamato migliaia di volte i telefoni di alcuni degli altri indagati. Si trattava di un cellulare adoperato tanto dal premier quanto da uomini del suo staffi ( i primi numeri erano 32074) ed era intestato alla società Delta spa. Questo portatile dai tabulati sembrava avere fatto un numero spropositato di chiamate in due anni. De Magistris poi scopre che le telefonate di quel numero sono dirette soprattutto verso Bruxelles e verso i telefoni portatili di molti degli indagati nell’inchiesta di Catanzaro: oltre al deputato amico di Prodi, Sandro Gozi, Piero Scarpellini e il figlio Alessandro, gli imprenditori Francesco De Grano, Antonio Saladino e Franco Bonferroni.
Cioè tutta la presunta associazione a delinquere su cui stava indagando la procura di Catanzaro con l’ipotesi di reato di truffa aggravata ai danni della Ue e per alcuni anche di violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete.
Prodi da quel momento è iscritto nel registro degli indagati.
Un altro indagato, per associazione per delinquere, truffa e
violazione della legge Anselmi è un certo Pietro Macrì, di Vibo Valentia, 43
anni, dirigente di una società di informatica. Durante gli studi a Bologna
sarebbe entrato in contatto con l’entourage di Prodi e nel suo ufficio –
secondo “Panorama” - campeggiava una
foto che lo ritraeva insieme con il Professore.
Tra gli accusatori di Macrì anche un tale Alberto Burrone, ex dirigente della Met Sviluppo. Una società che da un giorno all'altro cominciò a ricevere inspiegabilmente appalti ricchissimi soprattutto da Bruxelles. Burrone, che aveva accettato di collaborare con i magistrati della procura di Catanzaro, dichiarò ai giornali che “quando mi hanno chiesto di preparare un sistema per monitorare il rischio tsunami a Stromboli, mi sono messo a ridere”.
E questo era il tipico esempio delle commesse truffa su cui stava indagando la procura di Catanzaro.
In Italia però le inchieste giuste capitano spesso ai magistrati sbagliati, cioè a quelli che si espongono mediaticamente senza avere la necessaria copertura poltica e istituzionale. A quel punto trasferirli o almeno toglier loro le carte che scottano diventa un gioco da ragazzi. specie se l'esecutivo minacciato è di centro sinistra. Difatti Mastella ne chiede il trasferimento. Poi, dopo essere stato a propria volta inserito nel registro indagati pochi giorni fa, viene aiutato indirettamente dal diretto superiore di De Magistris, Dolcino Favi, che gli toglie l'inchiesta avocandola a sè e poi spedendo gli incartamenti a Roma al tribunale dei ministri... Possibile epilogo della vicenda? Prima o poi il tempo sanerà la ferita tra Prodi e Mastella , da una parte, e la magistratura associata, dall'altra. E di questa inchiesta, ora che è approdata al porto delle nebbie romano, difficilmente si sentirà più parlare. Certo se, mutatis mutandis, gli imputati eccellenti, invece di chiamarsi Prodi e Mastella, si fossero chiamati Berlusconi e Castelli, qualcuno avrebbe magari gridato al colpo di stato.
E le piazze sarebbero state mobilitate in maniera ben più convincente e minacciosa. Invece, sic stantibus rebus, De Magistris, a causa anche della propria esuberanza televisiva e mediatica, ha dovuto per ora accontentarsi di un paio di puntate di Santoro (è in attesa della terza che ci sarà domani sera) e della solidarietà dei giovani di Locri. E sarà anche difficile che, dopo lo scippo dell'inchiesta, riesca a evitare il trasferimento per incompatibilità ambientale dalla procura di Catanzaro. Un possibile indizio della bontà di questa previsione? Oggi che la procura generale di Catanzaro, nella persona di Dolcino Favi, avvocato generale dello stato facente funzioni visto che la carica in quanto tale è vacante da mesi, dopo avere avocato nei giorni scorsi le indagini di De Magistris (con tanto di cassaforte dei fascicoli fatta svuotare nottetempo dalla sua segretaria) le ha fatte recapitare a Roma al tribunale dei ministri, sull'errato presupposto che all'epoca dei fatti oggetto di indagine tanto Prodi quanto Mastella ricoprissero incarichi ministeriali. Il solerte Silvio Sircana si è affrettato a dichiarare ai giornali, incurante dell'effetto da "excusatio non petita", che "da parte del premier non ci sono mai state pressioni per questi trasferimenti di fascicoli nella capitale. "
Ma chi glielo aveva chiesto questo intervento a Sircana?
Di fatto però, ora che tutto è approdato al tribunale dei ministri, i tempi potrebbero allungarsi a dismisura e per un reato come l'abuso di ufficio la prescrizione è dietro l'angolo. Le telefonate di Prodi infatti risalgono a un periodo tra il 2005 e il 2007, ma in sette anni e mezzo la giustizia italiana, tra polemiche, avocazioni, governi che cadono, elezioni e giudici in bilico per richieste di trasferimento sempre pendenti presso il Csm, ben difficilmente riuscirà ad arrivare alla chiusura dell'inchiesta in questione.
De Magistris avrà probabilmente il suo canto del cigno mediatico domani nella puntata di "Anno zero" da Santoro. Poi, fatalmente, le luci della ribalta per lui si spegneranno.

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