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23 Novembre 2009

L’imposizione di nuove sanzioni contro l’Iran da parte della Comunità internazionale potrebbe essere imminente. In un discorso durante la sua visita ufficiale in Corea del Sud, il Presidente Obama ha esplicitamente affermato che qualora la Repubblica Islamica continuasse a manifestare un comportamento intransigente, “nel corso delle prossime settimane, elaboreremo un pacchetto di misure potenziali, di modo da mostrare all’Iran che facciamo sul serio”. Un monito rivolto a Teheran, lasciando intendere che l’apertura diplomatica dell’Amministrazione statunitense potrebbe volgere al termine, cedendo il passo ad una posizione meno accomodante.  

Il dossier iraniano sembrava essere ad una svolta nell’ottobre scorso, quando l’Iran ed il Gruppo dei Sei (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Regno Unito e Germania) avevano raggiunto a Ginevra un accordo di massima, che prevedeva l’impegno di Teheran a spedire circa il 70% dell’uranio impoverito in suo possesso in Russia e Francia, dove sarebbe stato arricchito e successivamente rispedito in Iran. Si trattava di un compromesso fin troppo favorevole all’Iran, che in questo modo si vedeva garantito il diritto allo sviluppo di energia nucleare per scopi pacifici, con la promessa di rinunciare ad armarsi.

Tuttavia, pochi giorni fa il Ministro degli Esteri iraniano Mottaki ha fatto sapere che l’Iran non terrà fede al piano, come inizialmente promesso, ma che rimane comunque disponibile a proseguire il negoziato. Riecco materializzarsi l’impasse, e con essa il forte sospetto che Teheran non abbia intenzione alcuna di cooperare fattivamente. L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, solitamente imparziale, ha annunciato che la scoperta della base nucleare segreta di Qom per l’arricchimento dell’uranio potrebbe significare la presenza in suolo iraniano di altri siti nucleari segreti.

Il Parlamento statunitense, spazientito, ha incominciato a discutere l’adozione di nuove e più stringenti sanzioni, al fine di bloccare le importazioni di benzina e prodotti petroliferi raffinati e di congelare le attività bancarie della Repubblica Islamica, in modo particolare i conti esteri delle élite pasdaran. Secondo il Wall Street Journal, il Dipartimento di Stato avrebbe invece avviato consultazioni diplomatiche con i Paesi alleati del Golfo – segnatamente Emirati Arabi e Arabia Saudita - per indurli ad usare i profitti derivanti dal petrolio in chiave anti-iraniana.  

L’Amministrazione Obama preferirebbe agire di concerto con le altre grandi potenze, in primis Cina e Russia, le potenze che si dimostrano più sensibili alle istanze iraniane. Mosca potrebbe dare il suo assenso a nuove sanzioni collettive, Pechino non sembra altrettanto disponibile; non intende compromettere i crescenti legami con Teheran (l’Iran ha invitato la Cina ad investire 42 miliardi di dollari nei settori petrolifero e bancario).

Senza una risoluzione adottata dal Consiglio di Sicurezza, che riprenda la risoluzione 1887 sulla non-proliferazione e il disarmo nucleare ed imponga ulteriori, efficaci sanzioni al regime degli ayatollah, eventuali iniziative solitarie di Stati Uniti e Paesi occidentali potrebbero fallire nell'intento di isolare Teheran da un punto di vista internazionale. L’impasse sta giocando a favore dell’Iran, che sembra aver preso lezioni dalla Corea del Nord, maestra in questo alternarsi di intransigenza e dialogo.

Nel suo discorso di Seoul, Obama si è detto intenzionato a “fermare il meccanismo che permette alla Corea del Nord di comportarsi in maniera provocatoria, mostrarsi disponibile al dialogo… per poi lasciare il tavolo negoziale e richiedere nuove concessioni”. Teheran sta emulando Pyongyang, finora con successo.
 

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