La decisione definitiva di Lula sul “caso Battisti” non sarà né facile né immediata. Nei giorni scorsi ci siamo chiesti se davvero il presidente brasiliano – dopo il voto del tribunale supremo che ha rimesso nelle sue mani il destino del terrorista italiano – rigetterà il pronunciamento del potere giudiziario (che ha chiesto l’estradizione), innescando una crisi interna e una micidiale crisi diplomatica con l’Italia.
Per adesso Lula prende tempo ed è probabile che il rientro di Battisti sia posticipata nel 2010, se mai avverrà. A complicare la posizione del presidente carioca c’è il ministro della giustizia Genro, che a proposito del nostro Paese ha detto: “L’Italia non è nazista o fascista, ma si constata un aumento preoccupante del fascismo in una parte della popolazione italiana, anche in settori del governo". Dichiarazione che non è andata giù a Lula, visto che ora sarebbe un vero schiaffo se il Brasile negasse l’estradizione.
Dobbiamo sforzarci, però, di interpretare in profondità il significato delle parole del ministro – lasciando stare, per un attimo, le vicende politiche interne al Brasile (Genro punta a smarcarsi politicamente da Lula per diventare governatore di uno degli stati del Paese) – e chiederci: perché il governo brasiliano ha concesso asilo a Battisti, e come mai da quelle parti, e altrove, credono che in Italia ci sia di nuovo il fascismo? In Brasile, come in Francia, dove Battisti ha trascorso lunga parte della sua latitanza, è diffusa l’idea che il nostro Paese non abbia mai fatto definitivamente i conti con gli anni di piombo. Una visione coltivata anche capziosamente da ambienti del mondo politico, intellettuale e della storiografia italiana.
Si tende a credere che personaggi come Battisti e il terrorismo comunista debbano essere inquadrati (e capiti?) solo e soltanto nel contesto delle “trame oscure” di quegli anni - fra stragismo nero, neofascismo e servizi segreti deviati, quando l'Italia era una “Democrazia bloccata” e i governi democristiani complici di questa "repressione anticomunista" (e il centrosinistra di Moro?!, e la Guerra Fredda?!). I processi, seguendo questa interpretazione, non avrebbero mai fatto luce su quel “periodo buio” in cui al PCI “fu impedito” di governare l’Italia, con la strategia della tensione. Se diamo credito a questo impianto ci spieghiamo anche perché Genro ritenga che Battisti non sarebbe al sicuro in Italia e che i nostri tribunali non saranno in grado di garantirgli un giusto processo.
All'epoca i socialisti al governo in Francia accoglievano fraternamente i terroristi rossi come rifugiati politici, come fanno oggi quelli brasiliani, mentre noi li combattevamo. Forse non sono bastate le leggi speciali e l'antiterrorismo per sradicarli, visto che le esecuzioni brigatiste, i processi alle sigle del terrorismo comunista, le condanne, sono continuate. Come pure potrebbe essere utile fare qualche altro sforzo per ricordare con più onestà cosa furono l’Italicus o la strage alla Stazione di Bologna, al di là della retorica degli anniversari e delle belle parole sui familiari delle vittime del terrorismo (nero). Ma se Gladio aveva un senso, e ce l’aveva eccome, qualcuno dovrebbe spiegare a Genro che l'Italia, anche nei periodi più controversi della sua storia recente, non è mai stata un regime dei Colonnelli o il Cile di Pinochet.

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