Giornale on-line della Fondazione Magna Carta
Sabato 20 Marzo 2010
Per ricevere la Newsletter dell'Occidentale

Condividi

Da questa pagina puoi condividere Non si può portare il deficit sotto il 3% senza intervenire sulle pensioni su un sito di social bookmarking o inviare un link alla pagina.
Social WebE-mail
Puoi inviare il messaggio a diversi tuoi amici. Usa la virgola per separare un indirizzo email dall'altro
(Il tuo nome) ti ha inoltrato una pagina da l'Occidentale
(Il tuo nome) pensa che ti possa interessare questa pagina del sito l'Occidentale.
23 Novembre 2009
donne.jpg

La crisi ha inciso pesantemente anche sull’evoluzione della spesa pensionistica, sulla sua incidenza sul Pil e sulla sostenibilità dei nostri ordinamenti. Basta osservare la curva dei diagrammi contenuti nei documenti ufficiali. Lo scenario macroeconomico fino a tutto il 2008 indicava, con qualche piccola oscillazione, che il "picco" della spesa sul Pil (tra il 15 e il 16%) sarebbe stato raggiunto intorno al 2030-2035, per rientrare, poi, sotto il 14% dieci-quindici anni dopo.

Il grafico incluso nell’ultimo Dpef propone uno scenario totalmente diverso e preoccupante: il "picco" (in misura del 15,5%) si presenterà in anticipo già a partire dal 2010 e proseguirà con un andamento uniforme nei decenni seguenti per rientrare solo nel 2060. La spiegazione è semplice: è crollato il Pil al denominatore ed è cresciuta la spesa al numeratore. Un altro documento interessante è il rapporto sull’invecchiamento della Ue, dove vengono tracciati alcuni scenari sugli effetti della crisi sui sistemi pensionistici. In tutte le ipotesi il peggioramento è rilevante.

Quanto all’Italia non sembra possibile riportare il deficit sotto il 3% e contenere il debito senza affrontare la questione-pensioni, per il peso che essa ha sulla spesa pubblica. Esiste, pertanto, una questione-pensioni tanto "in sé" quanto in rapporto ai temi più generali di finanza pubblica. La miniriforma Tremonti-Sacconi-Brunetta del luglio scorso è stata importante perché basata su interventi di carattere strutturale.

L’equiparazione dell’età di vecchiaia delle lavoratrici del pubblico impiego assume persino un rilievo di carattere economico (per circa 2,4 miliardi in un decennio), mentre l’aggancio automatico del requisito anagrafico all’evoluzione dell’attesa di vita vale anche per i lavoratori dei settori privati, ma partirà solo dal 2015 e procederà a piccoli passi di 3-4 mesi di incremento dell’età pensionabile all’anno. Ecco perché la proposta di legge Cazzola-Ichino (io sono il primo firmatario alla Camera, Ichino lo è al Senato), sottoscritta dai parlamentari radicali e da colleghi della maggioranza e dell’opposizione, si muove nella "terra di nessuno" dei prossimi anni. La proposta (di carattere sperimentale) consentirebbe ai lavoratori dipendenti privati, che matureranno i requisiti di vecchiaia tra il 1° gennaio 2010 ed il 31 dicembre 2012, la facoltà, previo preavviso al datore di lavoro, di optare per la prosecuzione del rapporto di lavoro in atto. Per tale periodo gli obblighi contributivi sarebbero ridotti di due terzi. Se il datore rifiutasse l’offerta di proseguimento sarebbe tenuto a versare al dipendente un’extraliquidazione nella misura massima di due mensilità.

Al momento dell’effettiva cessazione del rapporto, al termine del periodo di prosecuzione, verrebbe erogato un trattamento corrispondente alla pensione che sarebbe spettata se non fosse stata esercitata l’opzione, incrementata solo degli aumenti per perequazione automatica nel frattempo intervenuti. Si aggiungerebbe, poi, un’ulteriore quota di pensione (definita “pensione supplementare”) corrispondente alla contribuzione ridotta versata nel periodo di prosecuzione del rapporto.

Abbiamo provveduto a stimare i possibili risparmi (anche effettuando consultazioni riservate ma del tutto affidabili). In assenza di qualsiasi elemento idoneo a prevedere tali frequenze, è possibile valutare gli effetti della norma nell’ipotesi teorica massima, corrispondente all’esercizio dell’opzione da parte di tutti i potenziali interessati. Si tratterebbe, nel complesso, di risparmi di notevole interesse per un ammontare cumulato fino al 2015 di oltre 7,2 miliardi di euro. Negli anni successivi il ciclo si invertirebbe, ma in quel momento tale trend sarebbe compensato dagli effetti dell’aggancio automatico. Come specificato in precedenza, i risultati esposti sono riferiti all’ipotesi di esercizio dell’opzione da parte di tutti i lavoratori potenzialmente interessati. I risultati stessi possono essere proporzionalmente ridotti in relazione alle ipotesi formulate in merito al numero e alle caratteristiche dei soggetti che decideranno di avvalersi effettivamente della norma.

Emerge, però, un’altra considerazione. La proposta di legge ipotizza dei percorsi volontari. Se le norme imponessero i nuovi requisiti in modo obbligatorio i 7,2 miliardi di risparmi diventerebbero entrate certe, da destinare all’introduzione di ammortizzatori sociali a favore dei lavoratori che ne sono privi.

 

La URL per il trackback di questo articolo è: http://www.loccidentale.it/trackback/82132
l'Occidentale è protetto da Kaspersky
© 2007-2009 Occidentale srl. Tutti i diritti riservati. redazione@loccidentale.it
L'Occidentale è una testata giornalistica registrata. Direttore responsabile: Giancarlo Loquenzi.
Registrazione del Tribunale di Roma n° 141 del 5 Aprile 2007
Concessionaria in esclusiva per la pubblicità: Arcus Pubblicità srl