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23 Dicembre 2009

Un nulla di fatto. Dopo due giorni di consultazioni tra alcuni ministri e il premier israeliano Benyamin Netanyahu, il governo non rilascia alcuna dichiarazione ufficiale in merito al caso Shalit. La vita del caporale israeliano prigioniero a Gaza dal 2006 resta così ancora in bilico. Tel Aviv non ha deciso se accettare o meno le condizioni di Hamas, che per il suo rilascio chiede che venga concessa la libertà a un migliaio di palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Fra loro ci sono organizzatori ed esecutori di stragi contro Israele che, una volta rilasciati, con molta probabilità tornerebbero a combattere.

Secondo la stampa, la tendenza è quella di acconsentire alle richieste palestinese, ma si vuole che un notevole numero di rilasciati venga espulso all’estero, o confinato a Gaza, per impedire che Hamas riesca a riorganizzare in Cisgiordania le infrastrutture che gli consentirebbero di lanciare una nuova campagna di attentati. La palla viene quindi rispedita nel campo di Hamas.

Il significato del caso Shalit va però ben oltre il braccio di ferro che ormai da anni impegna le parti. L’accettazione delle richieste da parte di Israele avrebbe fortissime, implicite, ripercussioni. La principale sarebbe una indiretta legittimazione di Hamas e, conseguentemente, l’indebolimento di Al Fatah e di Abu Mazen, con conseguenze imprevedibili sul processo di pace. Se sul fronte esterno della sicurezza israeliana in questo momento la situazione è estremamente delicata e incerta, su quello interno sono in atto silenziose, ma grandi, manovre.

E’ passato quasi inosservato l’annuncio dato alcuni giorni fa sull’arruolamento nei ranghi della polizia, a partire da gennaio, di alcune centinaia di agenti e ufficiali di origine etnica araba. L’iniziativa, è stata promossa dal ministro della Sicurezza Interna, Yitzhak Aharonovich e rappresenta una novità assoluta per lo Stato ebraico. Un primo progetto pilota di arruolamento di gruppo scatterà il 25 gennaio. Secondo quanto affermato dal ministro, l’idea è condivisa dai sindaci e dalle amministrazioni locali dei principali comuni a maggioranza araba del Paese, che la ritengono utile al consolidamento dell’ordine pubblico e di un clima di maggiore fiducia nelle loro aree. Per chiarire la portata “culturale” di questo atto bisogna considerare che in Israele si contano oltre un milione e mezzo di cittadini di origine araba su una popolazione di circa 7,5 milioni di abitanti. Quasi tutti sono esentati dalla leva e non hanno di fatto rappresentanza nella polizia, salvo rare minoranze drusa e beduina.

E stato dato poco risalto dai nostri media anche alla notizia secondo la quale Israele progetta di mobilitare l’esercito per imporre ai coloni il congelamento temporaneo degli insediamenti in Cisgiordania. Il congelamento durerà dieci mesi e riguarderà solo i nuovi progetti edili. Si tratta di un passo accolto positivamente la diplomazia internazionale, che fa a cazzotti (o meglio, probabilmente, agisce in chiave compensativa) con la decisione presa dal Governo Netanyahu, che ha stabilito di concedere nuovi fondi a circa 100.000 coloni per l’inclusione degli insediamenti nel programma israeliano sulle aree di priorità nazionale. Una scelta fortemente avversata da Bruxelles.

 

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