La festa degli scontenti

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A Natale siamo tutti più buoni. A pensarci bene, più che un frusto luogo comune è (quasi) un’istigazione a delinquere. E cioè: visto che durante l’anno siamo tutti una pletora di cattivoni irredenti, almeno il giorno del compleanno di Gesù Bambino facciamo uno sforzo e cerchiamo di trattenerci. Proviamo a essere buoni.

Che poi, per certi versi, potrebbe pure essere facile. Facilissimo. Con le arterie stantuffate di grasso d’abbacchio e liquoretti finto-digestivi, boccheggianti e schiantati dai banchetti d’ordinanza, non si ha neanche la forza di rotolare dal divano alla camera da letto ove esalare un ultimo, satollo respiro. E figuriamoci chi ce la fa a esser cattivo.

Anche perché, per essere cattivo sul serio, ce ne vuole di energia. E non si può improvvisare. Ci vuole determinazione, bisogna focalizzarsi sull’obiettivo, concentrare le forze. Tutte cose che, con i picchi iperglicemici festivi, sono ben difficili da perseguire.

Tuttavia lo “state buoni” del Natale risulta essere più che altro un pietoso wishful thinking pieno, questo almeno sì, di buona volontà. Altro che più buoni, la verità è che a Natale e dintorni siamo tutti più cattivi, più scontenti, più inviperiti.

Uscire dall’ufficio dopo una giornataccia e, invece di tornarsene a casa e prepararsi un corroborante Vodka Martini (magari “shaken, not stirred” per sentirsi un po’ come James Bond), ed essere costretti a tuffarsi in strada, stanchi morti e furibondi, per “il tradizionale shopping natalizio” di cui i tiggì cominciano a parlare già dalla fine di novembre.

Ritrovarsi dopo oltre otto ore di lavoro in balia della corrente in un qualsiasi centro di una qualsiasi città o centro commerciale, insieme a migliaia d’altri compagni di sventura, tutti con la faccia di chi all’estenuante tributo alle festività preferirebbe, e di gran lunga, una lobotomia frontale o persino una riunione di condominio. Ecco. Come puoi sentirti “più buono” mentre carico di mercanzia ti guardi senza riconoscerti nello specchio di una vetrina e, più che allo spirito del Santo Natale, ti vien da pensare alla tredicesima (se sei tanto fortunato da averne una) che pure quest’anno se ne andrà allegramente in vacca tra pacchetti regalo e banchetti Trimalcione-style?

E a proposito di banchetti. Quanto potrà sentirsi “più buona” la casalinga (di Voghera o di dove pare a voi) incatenata in cucina come una sguattera a preparare un luculliano cenone da ventiquattro portate? Quale sentimento ecumenico potrà nascerle dentro mentre allo specchio si studia la tripla occhiaia, la pelle spenta, i capelli smorti e intrisi d’odor di frittura? Non certo l’arrivo della torma di visigoti sotto le mentite spoglie di parentado che sbraneranno tutto lo sbranabile per lasciarsi dietro, alla fine, pile di piatti sporchi, briciole di panettone, macchie di vino sulla tovaglia e regali sgraditi pronti per il riciclo?

Ma queste – obietterà qualcuno – sono null’altro che piccole “cose di pessimo gusto”, la vita è altro, il mondo è altro.

Il mondo, appunto. A farsi un giro sui siti d’informazione internazionali viene da pensare che lo spirito della bontà natalizia sia tornato a nascondersi, e di corsa, fra le pagine di Dickens. Lasciando l’umanità a sbrogliarsela da sola, tra fame, recessione, guerre, guerriglie, terrorismi e partigianerie d’accatto.

E neanche servirebbe andare poi così lontano. In Italia il qualunquismo già storicamente endemico ingrassa pure lui, oltremisura, sotto le festività.

Tutti più buoni? Tutti più scontenti e arrabbiati, piuttosto. Scontenti gli studenti, pure se sono in vacanza, e scontenti i docenti. Pure quelli che di lavoro non si sono mai ammazzati. Scontenti gli operai, e arrabbiati coi padroni. Scontenti i padroni, e arrabbiati con gli operai. Scontenti i sindacati, scontenti i prelati, scontenti i pensionati e scontenti i disperati che una pensione non la vedranno mai neanche col binocolo e che nel frattempo faticano a mettere insieme il pranzo con la cena.

E ancora. Scontenti i commercianti perché “c’è la crisi”, scontenti gli acquirenti che spendono meno “perché c’è la crisi”. Scontenti gli editori, perché “c’è la crisi” e di soldi ne girano pochi, scontenti i giornalisti perché gli editori pagano poco e in ritardo o non pagano proprio “perché c’è la crisi”. Scontenti i ricercatori che restano in Italia, scontenti quelli che se ne sono andati perché costretti a farlo. Scontenti quelli che tornano e che appena tornati vorrebbero andarsene via di nuovo e pensano che a una certa età si dovrebbe pure far pace col cervello. Scontenti i giudici, comunisti e non, scontenti gl’imputati, scontenti gli avvocati.

Scontenti i politici: la maggioranza perché non la lasciano governare, l’opposizione perché non la lasciano governare, i comunisti perché non l’hanno capito ancora bene ma prima o poi ci arriveranno, chissà, magari prima di capodanno. E intanto non governano, e sono arrabbiati e scontenti pure loro.

Scontenti i ministri. E le ministre, va da sé, fuor di sé come erinni. Perché lo Stato è un dinosauro lento e pieno di debiti e d’acciacchi: Ci vorrebbero le riforme ma costano soldi, e i soldi non ci sono perché “c’è la crisi” e di chiacchiere e di baruffe, pure loro, ne han piene les poches et les pochettes. Scontenti gli elettori perché non capiscono, imbestialiti alcuni perché pensano d’aver capito fin troppo. Al manicomio, metaforicamente, gli altri perché forse non c’è più nulla da capire. E per tanti, troppi, non resta che tirare a campare. Altri ancora, gli ultimi, tirano a Campari nel cammino deciso verso la cirrosi, o tirano e basta. Tanto per tirarsi un po’ su, con questa crisi.

CommentiCommenti 3

Anonimo (non verificato) said:

Questo articolo dimostra come la capacità di saper scrivere non possa essere un "optional" per chi pratica il giornalismo. Davvero un pezzo di classe.
Complimenti al grande Di NIno!