Burocrazia euro-asiatica

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Nel 1953, alla morte di Stalin, l’assetto europeo che i Sovietici volevano era ormai ottenuto, con l’Europa centrale e orientale sotto il loro tallone. A quel punto, l’esigenza del Kremlino era la resa dei conti interna e il riconoscimento della legittimità del blocco orientale. Le loro parole d’ordine, pertanto, furono destalinizzazione e distensione. Nel 1954, preoccupati dal riarmo della Germania ovest (causato proprio dalla minaccia sovietica) che stava per entrare nella NATO, i Sovietici lanciarono una proposta agli Occidentali: la Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa (CSCE).

La proposta iniziale sovietica era di creare un’Europa centrale (Germania Est e Ovest, Polonia, Cecoslovacchia e Paesi Baltici) denuclearizzata e smilitarizzata. Le truppe delle due superpotenze si sarebbero dovute ritirare nelle loro rispettive patrie: i Sovietici a Kaliningrad, dietro l’angolo, e gli Americani al di là dell’Oceano Atlantico, a decine di migliaia di chilometri di distanza. Neanche un bambino avrebbe accettato condizioni-truffa così grossolane e infatti l’Occidente non cadde nel tranello. Ma la proposta della CSCE rimase a lievitare lentamente per più di vent’anni.

Intanto tutti si rendevano conto che non si poteva rimanere costantemente sul piede di guerra, ma bisognava superare sul piano politico la divisione uscita dalla guerra. E allora la vecchia e maldestra proposta sovietica di indire una CSCE prese piede e diventò una vera e propria strategia sia per gli uni che per gli altri.

I Sovietici chiesero inizialmente che la Conferenza fosse solo europea cercando così di escludere gli Americani ma gli Occidentali non lo accettarono perché gli USA erano ormai diventati fondamentali per la sicurezza dell’Europa.

Gli Occidentali, in cambio del riconoscimento reciproco dei due blocchi, chiesero un processo di liberalizzazione fra Ovest e Est da estendere anche ai diritti umani.

Il negoziato maturava, la Germania Ovest con la Ostpolitik accettava il dialogo con l’Est e nel 1975 a Helsinki la Conferenza assunse una connotazione di “diritti umani”, che i Russi in fin dei conti concessero volentieri, sottovalutandoli (tanto -pensavano loro- i diritti umani rimanevano circoscritti negli affari interni di uno stato, come la Repubblica Sudafricana dove l’apartheid c’era comunque, nonostante l’ONU, Mandela e la Linea del Fronte).

E invece i Sovietici si sbagliavano, perchè l’Atto Finale di Helsinki diede ai paesi dell’Europa dell’Est il pretesto per chiedere maggiore libertà. Nacquero Charta ‘77, Solidarnosc, il movimento di Sacharov, un’ondata che alla fine contribuì ad abbattere l’URSS, quando non fu più possibile frenare le spinte centrifughe che covavano da anni.

La Carta di Helsinki del 1975 venne firmata in base ad un compromesso: il riconoscimento occidentale del dominio sovietico sull’Europa orientale in cambio del riconoscimento sovietico della questione dei diritti umani. Come tutti i compromessi, fu contraddittoria. Due dei dieci principi della Carta sono in aperto contrasto fra di loro. Fra “autodeterminazione dei popoli” e “intangibilità delle frontiere” uno solo può essere valido, non entrambi contemporaneamente e nel 1975 era l’intangibilità delle frontiere che ancora prevaleva sull’autodeterminazione dei popoli.

Vent’anni dopo era vero l’esatto contrario: la sparizione del confine fra le due Germanie e il riapparire delle frontiere fra Cechia e Slovacchia, fra le otto entità della ex Iugoslavia e fra i quindici stati dell’ex URSS aveva messo in chiaro che l’intangibilità delle frontiere era roba d’altri tempi, ormai surclassata dall’autodeterminazione dei popoli.

Nel 1995 la CSCE aveva già fatto il suo tempo. Il muro di Berlino era crollato, il nuovo ordine mondiale che ne era seguito forse non era quello immaginato da alcuni, ma c’era. La NATO, che aveva lanciato la proposta della cooperazione agli ex avversari, stava per allargarsi a Est e così l’Unione Europea. La CSCE poteva vantarsi di essere riuscita a mettere attorno ad un tavolo una cinquantina di soggetti statali e di aver contribuito alla fine della guerra fredda. Il 1995, vent’anni dopo Helsinki, sarebbe stato il momento giusto per sciogliere la Conferenza, come era già accaduto decine di volte nella Storia, ad esempio con il Congresso di Vienna o con quello di Berlino. Nessuno aveva mai proposto di trasformare il Congresso di Vienna in una organizzazione strutturata ed eterna. La CSCE fece proprio questo: decise di fare un passo avanti anziché indietro e si trasformò in una Organizzazione strutturata, l’OSCE, con tanto di Presidenza a rotazione, Segretariato con sede a Vienna, Centro per la risoluzione delle controversie legali anch’esso con sede a Vienna, Ufficio per i controlli elettorali con sede a Varsavia. E c’è anche l’Alto commissario per le minoranze nazionali (ACMN), il Coordinatore per le attività economiche e ambientali, il Foro di cooperazione per la sicurezza, il Rappresentante per la libertà dei mezzi d’informazione, l’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti dell’uomo (UIDDU) e chi più ne ha più ne metta.

E ovviamente c’è l’Assemblea parlamentare, il cui segretariato ha sede a Copenaghen ma si riunisce, in sede di riunione invernale, nel mese di febbraio a Vienna, e in sede di sessione annuale, nel mese di luglio, a rotazione presso uno degli stati membri. E’ costituita da oltre trecento parlamentari dei paesi membri dell’OSCE. La Delegazione italiana è composta di 26 parlamentari, di cui sei senatori e sette deputati titolari più altrettanti supplenti, designati dai presidenti delle rispettive Camere.

L’OSCE dovrebbe interessarsi della soluzione dei conflitti congelati, come la decennale tensione tra Armenia e Azerbaijan per l’enclave armena del Nagorno-Karabak in territorio azero; il contenzioso fra Russia e Georgia per le due repubbliche georgiane dell’Abkhazia e dell’Ossezia meridionale, che in seguito alla guerra dell’estate del 2008 si sono dichiarate indipendenti; la Transnistria, regione russofona della Moldova che costituisce un’entità praticamente indipendente. Cosa fa l’OSCE per risolvere questi conflitti congelati? Fornisce il frigorifero. In fondo, finché dura il conflitto può durare anche l’OSCE, si pensa a Vienna.

Non solo l’OSCE non ha risolto i conflitti congelati, ma ha contribuito ad aggravarli, come quando ha incaricato la Russia di fare peacekeeping in Georgia. Errore tragico, visto che il PK è per definizione multinazionale e non può essere condotto da un paese solo. E non è bastato l’esempio negativo della Lega Araba che negli anni Settanta incaricò la Siria di fare PK in Libano, cosa che ha avuto come conseguenza obbligatoria la guerra.

Inoltre, l’OSCE è attualmente presente sul territorio per mezzo di una ventina di “missioni” operative (in realtà “presenze” presso ufficetti locali) alle quali partecipano circa un migliaio di collaboratori internazionali. In sostanza, molto meno di quanto faccia l’Unione Europea, ed è tutto dire.

In conclusione, l’OSCE è un parlatoio inconcludente e spendereccio, che ci costa 150 milioni di euro all’anno. Ma è un parlatoio in cui non si parla di nulla. Mentre NATO e UE si riuniscono tutti gli anni, l’OSCE non organizzava un vertice dal 1999. Quello di Astana, a inizio dicembre 2010, è stato l’apoteosi dell’aria fritta, dove è apparso chiaro che l’OSCE non serve a nulla. E’ un costoso e inutile duplicato dell’EAPC, il Consiglio di Partenariato Euro-Atlantico della NATO, dato che le due organizzazioni hanno la medesima membership, ma con la differenza che l’EAPC funziona, l’OSCE no. Sciogliamola oggi e non faremo un briciolo di danno.

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