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treccani

E adesso che i sott’olio finiscono sotto la protezione di Electa, la storia ha un lieto fine. L’inventore dei libri sott’olio, Benedetto Marcucci, ce l’ha in mente da molti anni. All’inizio mise sott’olio (di semi) singoli libri e libriccini, chiusi in un boccaccio di vetro con un tappo di sughero, ricoperto da una glassa di ceralacca. La larghezza del contenitore doveva consentire al libro di aprirsi e alle pagine di fluttuare.

Il sott’olio è molto bello – il giallo paglierino del liquido, il rosso della ceralacca, la resa dei dorsi, la patina traslucente che prendono le copertine – ma siccome la bellezza non basta, ha anche il significato di un’operazione: il libro assurto a reliquia, giacché non si legge più, e si mette sott’olio. Questa era l’idea ironica di Benedetto. Ma quando cominciò a mettere libri in conserva, quello dei 54 volumi della Treccani Sottolio era solo un progetto con molte complicazioni organizzative, dalla difficoltà di reperire vasi di quelle dimensioni sino all’assenza di un luogo di destinazione definitivo. Inoltre, i libri sott’olio non erano un lavoro, e tantomeno le enciclopedie sott’olio. Ma erano un divertente argomento di conversazione nella nostra amicizia.

Vent’anni fa, le già molto irrazionali limitazioni al traffico urbano erano meno ideologiche. Campo de’ Fiori non era stata orribilmente pedonalizzata, poteva essere attraversata da una certa ora in poi, e vi si poteva persino parcheggiare. Non c’erano bar, tranne Fiori di Campo verso via dei Balestrari; c’era un solo posto per gli aperitivi, la Vineria, nel punto dov’è ancora, ma allora i tavolini erano sul marciapiede e si lasciava il motorino lì davanti; c’era una trattoria (zio Aldo), una pizzeria (il Grottino), e un ristorante (la Carbonara). Questi cinque locali senza infamia e senza lode erano una specie di dimesso ornamento urbano, effettivamente espressivo della città e del suo snobismo profondo.

Benedetto frequentava la vineria di Campo de Fiori, che a metà degli anni 90 segnò l’inizio di un rivolgimento nella locale night-life. L’asse Cornacchie-Bar della Pace, sulla direttrice tra piazza Rondanini e via di Tor Millina, vagamente più formale e ancora idealmente indebitato con una lontanissima eredità dolcevitesca, si preparava a cedere il passo all’avanzata di Campo de’ Fiori, dove – almeno all’inizio – si esibì una società giovanile al tempo stesso più cazzara e più politica.
Rispetto alla Pace, Campo de’ Fiori aveva minori pretese estetiche, era più disinvolta, ma segnava anche una specie di ritorno del bar alla discussione pubblica, giacchè erano tempi di società civile, poi era cominciato il berlusconismo, e in quella fase Roma era una scena molto animata. Era a Roma che nel 1994 il Cav. aveva vinto tutti i seggi disponibili, con l’eccezione di due.

Il ceto giovanile che si accingeva a diventare post-partitocratico, per quanto cresciuto nell’iperpoliticismo romano, era molto assorbito dalla battaglia. E la Vineria di Campo de’ Fiori fu uno dei luoghi in cui, molto alla romana, per un paio d’anni – prima che diventasse di moda e che dunque imponesse un generale fugone – si confrontarono anche con argomenti da bar, naturalmente, le ragioni de sinistra (la Cosa 2, il Pds,  Occhetto) con forme di embrionale e per lo più moderato berlusconismo.

Benedetto, che è sempre stato un idealtipo di uomo molto bello ma anche molto umano, aveva uno sguardo di disincanto indulgente, protettivo e a volte anche paternalistico tanto sulla realtà che osservava quanto sui suoi amici. Aveva un’aria, una postura, un modo di sorridere da persona più adulta, cosa che in un certo senso era, visto che aveva già una figlia, Maria Edgarda, e l’aveva avuta a 24 anni. Con un trascorso in Fgci, ma quasi en passant, si era avvicinato ai radicali, aveva fatto giovanissimo il vicesegretario nazionale degli antiproibizionisti, era entrato nel giro pannelliano, e adesso come tutti i laici doveva decidere che cosa sarebbe diventato. Ma senza fretta. Ha sempre avuto l’aria di non andare di corsa, caratteristica che contribuiva a farlo sembrare più adulto. Anche nella polemica era flemmatico. Nel ‘94 era stato nominato dal sindaco Rutelli coordinatore di un ufficio per la valorizzazione del patrimonio immobiliare comunale. E si era molto appassionato di una questione che successivamente, con Veltroni, sarebbe diventata il cuore del cosiddetto modello Roma. Cioè il modo in cui considerare la città - con la sua storia, monumenti, luoghi, memorie - una risorsa e come questa risorsa avrebbe potuto essere ragionevolmente impiegata. Stava dalla parte di chi credeva che Roma andasse innanzitutto preservata nella sua essenza profonda e poi – se possibile – commerciata con il turismo. Sebbene questa posizione già venisse considerata da alcuni molto conservatrice e antimoderna, in realtà era più lungimirante e consapevole della città, rispetto alle soluzioni di economicismo locale da tarda terza via degli anni del dopo Rutelli.

Del resto – e qui veniamo al punto – nel suo sommesso e calmo eclettismo (giornalismo, pamphlettismo, aspirazioni politiche, e altro) in Benedetto c’è anche una vena sospesa tra l’estro creativo e la trovata dell’operatore culturale. Nei libri sott’olio c’era un aspetto connesso a questa vena e che formalmente rivendicava lo sfruttamento economico del prodotto, la questione del guadagno, tariffario incluso. Ma era un fatto soprattutto psicologico, nella sostanza prevaleva sempre una forma di ostentazione di dilettantismo da parte sua, contrastata da sua moglie Bitti, che sosteneva i sott’olio complessivamente e senza riserve. Per una miscela di pudore, snobismo e serietà ideologica, Benedetto non si è mai considerato un artista. I suoi amici credono che il rifiuto di questa intitolazione sia anche dovuto a un eccesso di culturalesimo, ma in fondo è solo un segno di sportività. I libri sott’olio erano una pura buona idea, sganciata dai talenti ufficiali della creatività e della tecnica. E questo era il bello.
Li presentò al Salone del Libro di Torino – in una fase in cui cominciava ad andare di moda il libro come gadget – ed ebbero un certo successo, perché eccentrici e parecchio simbolici. Successivamente furono venduti nello shop del Palazzo delle Esposizioni a Roma, e si ritrovarono nella scia modaiola del retaggio concettuale applicato a un oggetto esplicitamente decorativo.

Quando ci conoscemmo – al tempo in cui la città sembrava abbastanza grande per dei ragazzi – e sentii parlare per la prima volta dei libri sott’olio fui colpito soprattutto da questo aspetto. I sott’olio erano anche un oggetto identitario, perché ciascuno ha il suo sott’olio.

Nel tempo, nel linguaggio amicale che tra noi nacque per gioco intorno ai sott’olio, essi assunsero tre significati accessori all’originaria impostazione reliquiaria. Un libro può essere messo sott’olio per tre motivi: perché è un classico, come la Recherche o, in un altro senso, come la Treccani; perché non se ne può più (Hermann Hesse o gli epigoni farlocchi del romanzo sudamericano, per esempio); oppure perché è un regalo. Siccome funziona per tutte le ricorrenze, insieme ne abbiamo regalati una certa quantità. Libri, giornali, periodici sott’olio. E ogni sott’olio ad personam è stato oggetto di minuziosi dibattiti. A qualcuno abbiamo regalato un libro preferito (come una magnifica edizione tedesca dei Buddenbrook), ad altri abbiamo regalato i libri che avevano scritto: il più bello, perché c’era una copertina perfetta per il pendant con la ceralacca, fu un Cavour per Luciano Cafagna andato perduto per un incidente domestico (e qui si sconsiglia ai futuri acquirenti di tenere i sott’olio sui tavoli bassi); o i giornali che parlavano di loro (per esempio un numero de L’espresso con Enrico Mentana in copertina). Abbiamo passato interi (tardi) pomeriggi a chiacchierare su che cosa e perché mettere sott’olio: per Benedetto, Roberto Longhi doveva essere messo sott’olio per rispetto, mentre Hesse, didascalico, noioso, pseudoletterario, andava messo per dispetto, cosa che peraltro avvenne una volta sola, un “Siddartha”, che nella produzione sottolica è una rarità anche per un’altra ragione di cui più avanti. C’erano sott’olii che rischiavano un’interpretazione ambigua, per esempio un catalogo di Mario Schifano (mai realizzato), o un bellissimo e molto minimalista “Bettino Craxi, un’onda lunga”, che posseggo da molti anni in doppia copia. Il rischio dell’ambiguità si estendeva a quei titoli che avevano acquisito un significato che travalicava l’opera (tipo “Che ci faccio qui?”), alle biografie su personaggi controversiali perché non si poteva spiegare se il “per sempre” del sott’olio riguardasse il biografato o il libro (il genere dell’”Eliogabalo” di Artaud, per esempio), e anche alle belle edizioni: a proposito di Chatwin e Artaud, si ricorda un solo sott’olio Adelphi – il “Siddartha” di cui sopra, appunto – perché mettere in conservazione come melanzane le tinte pastello di Adelphi era un po’ troppo estetizzante, cosa che andava contro il senso della misura benedettiano. Anche se va detto come al sottolista piacesse parecchio scegliere alcune edizioni particolarmente adatte – per puro fatto estetico e bibliofilo – a essere immerse nel giallo paglierino dell’olio di semi. I suoi preferiti sono un “Il bello nell’arte” di Winkelmann e “Critica dell’anarchismo” di Marx ed Engels, un po’ perché concettualmente aderenti, un po’ perché essendo entrambi in Nuova Universale Einaudi, bianca con delle righe rosse, risultano ideali per la ceralacca. Per converso un regalo poteva nascere anche solo dal titolo, “Frammenti di un discorso amoroso”, per esempio, o dal soggetto del libro, come accadeva con i cataloghi o con le opere tematiche.  

Per Benedetto, nella teoria generale del libro sott’olio, il progetto della Treccani racchiude tutte le caratteristiche fondanti, ma in forma larga. È un’idea, ma diventa simbolica: ai tempi della digitalizzazione, niente più di una enciclopedia in volumi dà la misura del feticismo culturale della modernità, dunque va sott’olio perché la si usa sempre meno. Inoltre, non è semplicemente un oggetto, ma un intero scaffale di oggetti.

Ed è difficile stabilire – da questo punto di vista – il grado di parentela tra la Treccani Sottolio e il barattolo singolo, più estemporaneo, artigianale, e in un certo senso personale perché dedicato e perché domestico, come tutte le conserve del resto.   

La preparazione tecnica del sottolio è sempre stata trattata dagli amici con molta riservatezza, per quanto l’autore non abbia mai fatto cerimonie di segretezza. Solo Bitti conosce le singole fasi, tra cui spicca un certo trattamento preliminare delle pagine. Così, quel poco che so, qui sarà taciuto, se non che una volta, d’estate, fui autorizzato telefonicamente a rabboccare con una iniezione di olio in corrispondenza di una minuscola bolla d’aria sulla ceralacca un periodico che aveva assorbito troppo liquido. Cosa che feci con un fremito d’emozione. Certo, l’effetto delle pagine che fluttuano nell’olio ha sempre avuto un che di magico. Per quale ragione l’olio di semi non disintegri la carta resta un mistero. Ma il sottolista lo sa.




 

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