La convivenza tra poeta e profeta

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Dopo le recenti affermazioni di Thilo Sarrazin (il socialdemocratico autore del best-seller La Germania distrugge se stessa, arrivato ormai a oltre un milione di copie vendute) a proposito di Goethe, della sua posizione critica rispetto a Maometto e all’islam, è tornata in auge in Germania, tra i musulmani, la teoria che cerca di catturare lo scrittore francofortese e il suo Divano occidentale orientale alla causa dell’islam: “Chi conosce se stesso e gli altri /” ha scritto il poeta, “riconoscerà che anche qui / oriente e occidente non sono più separabili”. Secondo alcuni interpreti queste righe varrebbero come professione di fede di Goethe nell’islam, per altri, per esempio per Rafik Schami, come “dichiarazione d’amore per l’oriente”.

La questione non è così semplice. Il rapporto di Goethe con l’islam va considerato come più complesso e più contraddittorio. Il consigliere segreto non ha criticato solo la “evidente penalizzazione delle donne” e il divieto di bere vino nell’islam, per lui un segno del “cupo velo della religione” che il profeta ha imposto ai suoi adepti; a partire dalla figura di Maometto, Goethe ha tematizzato il conflitto fondamentale dell’islam, ancor oggi valido: la perdita del “divino”, della dimensione spirituale, causata dalla compressione del “celestiale, dell’eterno nella corporalità delle intenzioni terrene”, con la conseguente rinuncia a tutto a ciò che è sacro.

All’età di 23 anni Goethe s’imbatté in una “Bibbia turca” pubblicata nel 1771. Dopo averla letta scrisse a Gottfried Herder entusiasta: “Desidero pregare come Mosè nel Corano: ‘Signore fa spazio nel mio angusto petto’”. Lo scrittore francofortese era particolarmente affascinato dal viaggio in cielo: “E che cosa dovrebbe evitare il poeta, di salire sul cavallo meraviglioso di Maometto e di lanciarsi attraverso tutti i cieli? E perchè non dovrebbe, timoroso, festeggiare quella santa notte nella quale il Corano venne portato dall’alto, per intero, al profeta? Qui c’è ancora molto da guadagnarne”.

Dopo quella lettura ispiratrice del Corano, Goethe elaborò un piano per il grande “progetto Maometto”, per il quale accettò zelantemente le sure e le hadithe. Successivamente scrisse che in Maometto lo interessava capire in quale pericolo incorra chi desideri portare ad altri la salvezza. Quel suo progetto sarebbe dovuto diventare la grande tragedia di chi parte per convertire i propri simili; nel corso dei suoi studi però Goethe scoprì che chi si proclama portatore di salvezza deve ricorrere inesorabilmente alla violenza (vedi lo studio di Katharina Mommsen, Goethe e il mondo arabo). Alla fine Goethe non realizzò mai quel progetto (scrisse solo il frammento poetico Il canto di Maometto), forse perché il conflitto fondamentale tra religiosità ed estetica, tra poesia e prosa, gli apparve irrisolvibile. Provò a leggere il Corano come se si trattasse di opera di poesia, ma si dovette scontrare irrimediabilmente con gli intenti assolutamente terreni, e questa fu una contraddizione che non riuscì a risolvere. Certo Maometto usò la poesia per imporre la nuova religione e per Goethe le Sacre Scritture “non potevano che provenire dal cielo […] tanto era forte la loro (degli arabi, ndr.) fede nella divinità della poesia”. Poeta e profeta erano in origine “afferrati e illuminati da un dio”, poi però le loro vie si separarono. Se infatti il poeta ha a che fare con il gratuito, con la varietà estetica, con l’infinito, il profeta al contrario vuole imporre una dottrina, vuole convincere, vuole mobilitare. Dunque, come avrebbe potuto rappresentare il profeta? Probabilmente avrebbe dovuto discreditarlo come “imbroglione”, analogamente a come fece Voltaire.

Dal 1814 Goethe si interessò di Hafis, che nel XIV secolo visse a Shiras sotto una Schah musulmana e fu lui stesso un avversario dell’ortodossia di allora. Hafis gli servì per evidenziare le differenze critiche rispetto al Corano. Così, il “poeta delle donne” Goethe ammonì come il paradiso musulmano fosse riservato esclusivamente agli uomini, visto che le donne celestiali dovevano servire solo come dispensatrici di piacere: nel “paradiso degli uomini” non c’è posto per le donne terrene. La Mommsen ha scritto al proposito: “L’aperta penalizzazione della donna apparve a Goethe come una peculiarità dell’islam, al punto che si sentì giustificato a richiamarvi l’attenzione in maniera drastica”.

Goethe ha incontrato l’islam con rispetto, ma non in maniera acritica. In molti punti il Divano presenta battute pungenti. Per lui Maometto è “l’autore del libro”, quel testo dunque non rappresentava per lui una rivelazione divina e piuttosto doveva essere sottoposto alla critica storica. Solo così si sarebbe reso possibile il dialogo. E da questa posizione goethiana si può ancora imparare.

CommentiCommenti 3

marcantonio bra... (non verificato) said:

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