La caduta del Faraone/ 5

La valanga della libertà. Affinità e divergenze fra Tunisi e il Cairo

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 | 31 Gennaio 2011
egitto

Tarek Heggy ha scritto questo commento la notte del 26 gennaio, mi ha chiesto di tradurlo e di diffonderlo. Lui si trova attualmente in Egitto con la propria famiglia. Tarek Heggy, di cui ho curato per Marietti la raccolta di saggi "Le prigioni della mente araba", è uno degli intellettuali più lucidi del mondo arabo contemporaneo.

Il titolo di queste “osservazioni” è preso a prestito dal titolo di una poesia ben nota a ogni intellettuale arabo ovvero Commento a quanto è accaduto, pubblicata nel settembre 1970 da Amal Dunqal uno dei più brillanti poeti arabi del ventesimo secolo. Poesia che può essere considerata il sunto delle osservazioni che seguiranno. La prima osservazione, è che gli eventi in Egitto, Tunisia e Yemen di questi giorni, hanno alcuni denominatori comuni tra cui il più importante è che i fatti si sono svolti in tre paesi governati da "un esercito" e che sono governati da uomini seduti sulle poltrone del potere da decenni (21 anni nel caso della Tunisia, e 30 anni nel caso di Egitto e 33 anni nel caso dello Yemen).

In tutti e tre i casi c'era il perverso desiderio di lasciare in eredità il potere o a un figlio (perché nessuna donna gli è pari!) o a un familiare (come si dice in Egitto: ‘Buon sangue non mente’!). Nei tre casi regna una corruzione leggendaria tanto da fare venire i capelli bianchi ai bambini. Inoltre, nei tre casi, vige un sistema presidenziale in cui la Costituzione conferisce al Presidente ampi poteri che lo rendono in grado di fare ogni cosa, tranne fare risorgere i morti e fare sorgere il sole da occidente. La seconda osservazione è che i pilastri del regime avevano sottovalutato, nel caso della Tunisia, e sottovalutano ancora oggi, nelle esperienze di Egitto e Yemen,  le dimensioni e il valore di quanto è accaduto e lo attruiscono a “infiltrazioni" e "agenti stranieri", ed è un comportamento ben noto di quei regimi totalitari. Un comportamento perverso e abietto che si prende gioco delle persone impedendo loro sia di ridere che di piangere. La terza osservazione è che i tre sistemi politici hanno guardato (e ancora guardano nei casi di Egitto e Yemen) a quanto sta accadendo e lo gestiscono dal punto di vista della sicurezza, senza dare adito a un’analisi politica, culturale e sociale.

Questo è naturale per i regimi totalitari, nei quali la cultura non appartiene alle sue componenti principali, anzi viene considerata con poco rispetto e come se fosse una professione di “parolai”, o come mi è stato detto da un esponente di questi regimi circa vent’anni fa, "che la cultura è la professione di chi non sa fare nessun lavoro!" La quarta osservazione che i regimi contro i quali si è manifestato in strada (in Tunisia, Egitto e Yemen), perché non sono amati o perché li si vuole allontanare,  sono regime che sono diventati nel corso degli anni oligarchie (delle bande di furfanti!) i cui membri sono uniti da un matrimonio cattolico tra l'Autorità e un numero di "imprenditori" che si sono incredibilmente arricchiti senza fatica né sudore, senza efficienza né eccellenza, ma solo grazie a muscoli politici forniti dal potere a questi gruppi di imprenditori sotto l’egida di un rigido monopolio. E la quinta osservazione è che i regimi al potere in Egitto, Tunisia e Yemen hanno "venduto" all’unica superpotenza mondiale (e che è immersa fino al collo nell’ingenuità e nella superficialità, e che presta attenzione ai beni materiali, anche se questo atteggiamento va a scapito dei fondamenti della sua civiltà), l'idea che nei tre paesi sia "la masnada al potere” o" gli islamisti "... la tragedia risiede nella situazione creata da questi stessi governanti e hanno convinto a tal punto la superpotenza (che ha bisogno di corsi intensivi di storia e geografia) che sono il male minore e la calamità migliore. I regimi al potere in questi paesi, afflitti dalle ideologie (politiche-finanziarie) hanno consumato tutte le loro energie per ricordare all’interno e all’esterno le questioni primarie (in fatto di democrazia e libere elezioni!) nella Striscia di Gaza.

Quante volte il presidente di uno di questi paesi ha ripetuto (naturalmente, in tutta la sua incontestabile saggezza!) la frase: "L’ho suggerito all’America, l’avevo detto, ma non ha seguito il mio consiglio!" La sesta osservazione riguarda la presenza nelle tre società di un immenso divario e un baratro spaventoso tra "gli abbienti" e "i non abbienti". L’esempio peggiore è senza dubbio fornito dall'Egitto, dove circa quaranta milioni di persone (poco meno della metà del popolo egiziano) vivono al di sotto della soglia di povertà, cioè un egiziano su due vive con due dollari o meno al giorno, a questo si aggiunge un tasso di analfabetismo elevato (poco meno della metà degli egiziani sa leggere e scrivere, e una porzione elevata di questa metà alfabetizzata è vittima delle conseguenze dei sistemi educativi corrotti e orribili, così come la maggior parte di costoro soffre di "analfabetismo culturale." Ed è proprio la combinazione di queste due malattie (ovvero di povertà e ignoranza) che fa del caso egiziano il caso più grave della regione araba e la situazione che rischia maggiormente di esplodere, e forse in modo meno sistematico e più deleterio rispetto a quello che abbiamo visto nel caso della Tunisia.

Nonostante si possano individuare altri denominatori comuni tra la "rivolta popolare tunisina" e la "rivolta popolare egiziana", ho pensato di segnalare solo i sei denominatori che ne possano individuare le principali somiglianze. Tuttavia, se si può parlare di fattori comuni, la logica impone di fare luce sulle differenze tra "il caso tunisino" e "il caso egiziano". La differenza più importante risiede nella specificità, nell’istruzione, nella cultura e nello status economico dei segmenti appartenenti al ceto medio (medio-alto, medio, medio-basso) dei due paesi. La qualità dell’istruzione della classe media tunisina è migliore, più avanzata e più vicina ai parametri europei rispetto all'istruzione egiziana che sull’orlo del baratro e vive una degradazione a tutti i livelli ed è penetrata dalla cultura arretrata e orripilante wahhabita-saudita. La cultura tunisina della classe media è più marcata dai progressi del mondo moderno e meno influenzata dai valori tradizionali e conservatori che invece paralizzano ampi segmenti della classe media egiziana.

Inoltre, la condizione economica della classe media tunisina, anche se non è certo "tutta rose e fiori", è molto meglio della misera situazione economica della classe media egiziana. E’ necessario qui ribadire due verità fondamentali: la prima è che poco meno della metà degli egiziani vive al di sotto la soglia di povertà (ovvero vive con due dollari o addirittura meno al giorno); la seconda è che circa il 40% degli egiziani è analfabeta e che il 60% delle persone che leggono e scrivono sono il diretto prodotto di un sistema educativo scollato dalla realtà, e che la gran parte di coloro che hanno ricevuto la loro formazione nell'ultimo mezzo secolo sono caratterizzati da analfabetismo culturale.

La seconda grande differenza concerne i sindacati in generale  e quelli operai in particolare. Mentre in Tunisia i leader sindacali sono stati nominati in modo del tutto indipendente e autonomo rispetto alla leadership politica e al governo, i leader sindacali egiziani sono meri "seguaci" del potere. Mentre i dirigenti sindacali in Tunisia appartengono alla sinistra, i leader dei sindacati in Egitto sono al servizio del potere centrale oppure sono “islamizzati”. La  terza differenza tra Tunisia e Egitto è geografica: mentre l’Egitto è vicino all’Arabia Saudita, a Gaza e al Sudan, la Tunisia è vicina alla Francia, all’Italia e alla Spagna. Le conseguenze culturali di questa specificità geografica non hanno bisogno di essere spiegate.

Nella terza e ultima parte di questo articolo vorrei cercare di rispondere alle domande più frequenti che oggi circolano in Egitto: che cosa accadrà dopo? Ovvero che cosa ci dobbiamo aspettare nei giorni e le settimane a venire? Credo che il governo non riuscirà a contenere e a reprimere la rivolta popolare iniziata la mattina del 25 gennaio 2011. E che a nulla varrà "il tentativo di minimizzare le dimensioni e il significato di quanto sta accadendo", tentativo fatto dal governo e dai suoi seguaci (tra cui “grandi” giornalisti di nomina governativa, che possono essere messi e tolti a seconda della necessità). Credo che la palla di neve continuerà a rotolare e a crescere in dimensioni e contenuto, tanto da costringere il governo e i suoi seguaci ad affrontare la realtà. Lo scenario più probabile è che il Presidente faccia alcune concessioni ai ribelli, come nominare un nuovo governo e dichiarare di non ripresentarsi per un sesto mandato (annuncerà che gli è bastato governare l’Egitto solo per 30 anni!) Così come annuncerà che suo figlio (la cui candidatura alla carica di Presidente è criticata dalla maggior parte dei ribelli, idea che vede la maggior parte degli egiziani ad eccezione delle persone legame al regime attuale ritiene offensiva alla dignità dell’Egitto e degli egiziani) non sarà il suo successore. Offrirà una manciata di promesse, di riforme politiche ed economiche. E con molta probabilità questo accadrà dopo che la rivolta si sarà acutizzata e dopo che si sarà reso conto dell’impossibilità di controllarla a meno di non ricorrere a una dose molto elevata di violenza, con la conseguente perdita di molte vite, scenario da escludere per motivi nazionali e internazionali.

Ma c'è anche la possibilità che il regime scelga di non prendere posizione in mezzo alla tempesta, ma questo resta uno scenario meno probabile ... tuttavia è uno scenario molto pericoloso che condurrebbe a conseguenze disastrose. A mio parere, non c’è dubbio lo scenario "possa" portare al coinvolgimento nella crisi delle "forze armate". Il che potrebbe portare nel corso di alcuni mesi o di pochi anni a un cambio di presidente (Mubarak compirà 83 anni il prossimo 4 maggio) per mano dell’esercito. Questo farebbe arretrare l’Egitto politicamente, economicamente e culturalmente, e ne danneggerebbe troppo il peso strategico. Resta una domanda molto importante: non è forse opinione generale che il popolo egiziano che è stato descritto dal comandante islamico che ne ha guidato la conquista, Amr ibn al-As, come “un popolo che reagisce e si ribella solo quando manca il pane”? La storia (quella di Ibn Iyas ad esempio) ci narra che gli egiziani mangiavano, in periodi di carestia, cani e gatti, ma non rivolgevano la loro rabbia direttamente al sovrano ovvero il Faraone!

La mia risposta è che l'attuale presidente è asceso al potere nel 1981. Gli egiziani che si ribellano oggi sono completamente diversi dagli egiziani che si sono trovati Hosni Mubarak al potere dopo l’assassinio di Sadat il 6 ottobre 1981. Gli egiziani degli anni Ottanta sono i "figli e le figlie" dello Stato egiziano, sono cittadini smidollati, sono dipendenti che lavorano per lo Stato, governato dal faraone. Gli egiziani che si ribellano oggi sono figli della globalizzazione, di internet e Facebook, la maggior parte di loro non è dipendente statale, grazie alla tecnologia moderna sono bene informati sul mondo esterno, quindi conoscono perfettamente l’atroce differenza tra i governi che governano e i governi servili... Queste persone alimenteranno la “valanga" che crescerà sempre più e imporrà il cambiamento, al contempo porteranno la rivolta a una “soglia critica” tanto che le cose non potranno più essere come prima…

Traduzione di Valentina Colombo

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