Eroici aviatori italiani

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Aviatori

Carlo Emanuele Buscaglia era un capitano della Regia Aeronautica. Nato nel 1915 a Novara, dopo avere effettuato numerosissime azioni belliche, il 12 agosto 1942 venne ricevuto dal Duce, che si complimentò vivamente con lui per i ventiquattro siluri messi a segno e lo promosse maggiore per meriti di guerra.

Nell’autunno dello stesso anno era in atto l’operazione “Torch” e gli Americani stavano sbarcando sulle coste del Marocco e dell’Algeria, per cui Buscaglia dovette affrontare questa nuova minaccia con il suo 132° Gruppo. Il 12 novembre 1942, decollato da Castelvetrano, mentre effettuava una pericolosa missione sulla baia di Bougie (oggi Bejaia) che pullulava di navi americane da guerra e da carico, l’aereo Savoia Marchetti SM79 di Buscaglia venne intercettato e abbattuto da alcuni caccia americani “Spitfire” dell’81° Squadrone. L’eroico Buscaglia venne dichiarato “disperso in azione” sul bollettino n. 901 e gli venne assegnata la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria. “..in trentadue vittoriose azioni di sfondamento tra uragani di ferro e di fuoco, confermava lo spirito guerriero dell’italica gente, infliggendo alla marina nemica la perdita di oltre centomila tonnellate di naviglio…”, come si legge sulla motivazione.

Ma il nostro, benché gravemente ferito, sopravvisse. Gli Americani lo catturarono e, dopo averlo curato, lo deportarono oltreatlantico in un campo di prigionia del Maryland.

Dopo l’8 settembre 1943, la resa incondizionata agli Angloamericani e il contestuale cambio di campo, Buscaglia segue con particolare interesse le vicende italiane: il Re è scappato al Sud con gli alleati e il Duce ha costituito al Nord una repubblica alleata dei Tedeschi. Che fare? Lui, che aveva giurato fedeltà alla Monarchia, chiese di poter combattere a fianco dei nuovi alleati. Gli Americani, si sa, sono più pragmatici dei Britannici, lo dimostra il fatto che alla fine della guerra mondiale gli Statunitensi utilizzarono ai loro fini missilistici e spaziali gli scienziati tedeschi, mentre gli Inglesi mantennero dietro i fili spinati dei campi di concentramento in India, Sudafrica e Kenia fino al 1947 non soltanto gli irriducibili fascisti, ma anche quegli Italiani che quattro anni prima, nel 1943, si erano dichiarati loro nuovi alleati. Gli Americani, dunque, risposero affermativamente alla domanda di Buscaglia e, conoscendo le sue eccelse doti militari, lo riportarono in Italia e lo arruolarono nell’ambito dell’Aeronautica Cobelligerante Italiana.

Nel frattempo, per ironia della sorte, i suoi ex commilitoni del 132° Gruppo Aerosiluranti fecero la scelta opposta, si arruolarono nell’Aeronautica Nazionale Repubblicana e -caso unico nella Storia- intitolarono proprio a lui (che credevano morto) il Gruppo Aerosiluranti “Buscaglia”, istituito a Gorizia il 14 ottobre 1943.

Il Buscaglia redivivo, intanto, il 15 luglio 1944 assunse il comando del 28° Gruppo da bombardamento equipaggiato con gli aerei americani “Baltimore”, schierato sull’aeroporto di Campo Vesuvio presso Ottaviano (Napoli). Il 23 agosto Buscaglia approfittò del fatto che i colleghi erano a mensa, decollò da solo con uno di questi velivoli, che lui conosceva poco. Probabilmente fu proprio la scarsa conoscenza della macchina che determinò la tragedia: l’aereo si impennò, toccò terra con l’ala sinistra, si schiantò e si incendiò. Il pilota uscì da solo dall’aereo in fiamme, venne immediatamente soccorso e ricoverato all’ospedale militare di Napoli ma il giorno dopo, 24 agosto, morì a causa delle gravi ustioni. Non si seppe mai perché volle decollare da solo: al Sud dissero che voleva impratichirsi con l’aereo, al Nord sostennero che intendeva passare le linee e ricongiungersi coi vecchi compagni d’armi del Gruppo che portava il suo nome. Aveva 29 anni.

Anche Carlo Faggioni era nato nel 1915, a Carrara. L’8 settembre 1943 venne a sapere del ribaltone mentre si trovava in licenza in Toscana. Decise di aderire alla Repubblica Sociale Italiana e venne posto al comando del Gruppo aerosiluranti intitolato a Buscaglia. Portò a termine con successo alcuni attacchi contro il naviglio angloamericano che aveva partecipato allo sbarco di Anzio del 22 gennaio 1944. In particolare il 6 aprile 1944 un raid fu lanciato dalla base di Lonate Pozzolo con tredici aerosiluranti SM79 prevedendo una sosta intermedia a Perugia. All’altezza di Firenze, però, la squadriglia venne intercettata da una formazione americana di P47 Thunderbolt. Nello scontro gli aerosiluranti, lenti ed appesantiti dai siluri, ebbero la peggio: sei velivoli vennero abbattuti e tutti gli altri vennero danneggiati. L’azione, pertanto, venne sospesa e ripetuta il 10 aprile con i quattro aerosiluranti ancora in grado di volare, compreso quello di Faggioni.

Da questa azione un solo velivolo riuscì a tornare alla base, quello pilotato dal capitano Imerio Bertuzzi. Tutti gli altri furono abbattuti, compreso quello di Faggioni che si inabissò al largo del promontorio del Circeo. Faggioni venne dichiarato disperso in combattimento e premiato con la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria. La motivazione così iniziava: “Insuperabile Comandante di reparti aerosiluranti, in quattro anni di guerra combattuta senza pari, con entusiasmo senza limiti, si prodigava oltre ogni possibilità coprendosi di gloria. Cinque Medaglie d’Argento, tre di Bronzo ed una promozione per merito di guerra testimoniano il suo valore. Oltre centomila tonnellate di naviglio colpito ed affondato sono il suo pegno d’onore…”

Due vite parallele, insomma: entrambi nati nel 1915, ambedue assi dell’aviazione lungamente vittoriosi e poi abbattuti, entrambi decorati con la massima ricompensa al valor militare, entrambi affondatori di centomila tonnellate di naviglio nemico. Ma oggi solo le centomila di Buscaglia pesano, mentre le centomila di Faggioni non contano.

Chi vuole cercare le motivazioni delle due Medaglie d’Oro sul sito del Quirinale, trova solo quella di Buscaglia. Quella di Faggioni è cancellata, come se le sue gesta non fossero mai avvenute. Cose che capitano, in Italia, a chi perde le guerre.

 

CommentiCommenti 7

Luca (non verificato) said:

è ovvio: Faggioni è caduto combattendo per la RSI, che non è certo lo Stato italiano da cui discende l'attuale Repubblica, la quale è invece erede del Regno d'Italia, quello poi ridottosi a sud. Il valore personale non c'entra: è la causa che conta.

lenzini villi (non verificato) said:

caro sig.luca:nulla è così ovvio come il suo commento appare evidenziare,per noi militari le medaglie si danno "AL VALORE" a prescindere dal contesto politico. E' l'atto o gli atti che devono essere giudicati non come la pensa politicamente chi li compie provi a traslare il suo punto di osservazione :2 persone in luoghi diversi salvano la vita ad altrettante persone e vengono decorate giustamente "AL VALORE CIVILE" importa tanto se sono di destra o di sinistra?se sono comunitari o extracomunitari? importa l'atto di valore!!non le pare? gen.villi lenzini

Letterato (non verificato) said:

Con profonda amarezza si leggono queste vicende. Credo che il Generale abbia espresso chiaramente un parere sereno e condivisibile.

Antonio Tait (non verificato) said:

Non è proprio così. Gli inglesi non liberarono tutti piloti in prigionia, ma alcuni si. Il generale Pietro Piacentini era stato fatto prigioniero ad Assab nel giugno 1941, fu rimpatriato nel dicembre 1943. Dal 27 dicembre 1943 Piacentini Comanda l'Unità Aerea dell'Aeronautica Cobelligerante Italiana. Lo stesso accadde ad Aldo Tait, caposquadriglia e aiutante di volo del Duca d'Aosta, fatto prigioniero con il duca nel 41 e che Enzo Ianni incontra a Brindisi nel settembre del 44. Del resto buona parte dei piloti presenti in Africa orientale erano rientrati in seguito all'impresa dei tenenti Max Peroli e Giulio Cazzaniga che, tramite la "cannibalizzazione" degli aerei esistenti, riuscirono a metterne tre in efficenza tre Savoia Marchetti S.73 e, dopo incredibili peripezie, riportarono in Italia quarantadue aviatori.

Antonio Di Maggio (non verificato) said:

Mi permetto anche di dissentire dal punto di vista dell'articolista e del generale Lenzini Villi. I membri dell'esercito italiano avevano pronunciato il seguente giuramento a cui erano personalmente vincolati:
«Giuro di essere fedele a Sua Maestà il Re ed ai suoi Reali Successori, di osservare lealmente lo Statuto e le altre leggi dello Stato e di adempiere tutti i doveri del mio Stato, con il sol scopo del bene inseparabile del Re e della Patria».
Ricordo che per un militare il giuramento non è qualcosa di astratto, ma è sacro ed è questione d'onore.
Chiunque servì la RSI, in piena libertà, vi venne meno. Scelse di uscire dall'esercito italiano e pronunciò un nuovo giuramento di fedeltà alla RSI. Ovviamente nulla toglie al valore dimostrato in guerra nel periodo precedente, ma a che titolo potrebbero rivendicare onorificienze da un corpo da cui decisero di uscire venendo meno al giuramento sinceramente non si capisce. Erano militari, non civili, e fu un passo consapevole le cui conseguenze erano chiare e questo va a loro onore. L'unica cosa su cui concordo è che destra e sinistra non centrano nulla, visto che una buona fetta di coloro che onorarono il giuramento fatto al re erano sicuramente di destra, ma erano prima di tutto militari e legati ad un concetto di onore che, quello si, mi sembra perduto.