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"Il Sessantotto visto da destra”, la riflessione dell’On. Giorgia Meloni (L’Occidentale, 25 novembre), è preziosa, perché porta una voce nuova e non “reducista” in un dibattito che è di solito inficiato dal pregiudizio politico, sia di coloro che vi vedono la matrice di tutti i mali del presente, sia di quelli che invece vi vedono un fruttuoso rito di passaggio tra il Dopoguerra e la fine della Guerra Fredda.

La tesi della Meloni è che il Sessantotto è stato soprattutto una rivolta generazionale, "roba concreta non ancora viziata dalle ideologie", "un movimento nel quale si riconosce[va] una intera classe giovanile". Questi giovani, che appunto non avrebbero avuto né "credo di provenienza" né "appartenenza politica" e che ancora vestivano in giacca e cravatta, avrebbero rivolto "domande alla società", tra le quali, la Meloni esemplifica, il "sacrosanto diritto allo studio". Soltanto in un secondo momento questa "classe giovanile" si sarebbe politicizzata, passando all’eskimo e al "sei politico" e dalle rivendicazioni pragmatiche alla "furente battaglia ideologica", rovinando così l’ecumenismo creativo degli inizi.

La riflessione è preziosa perché, senza porsi pregiudizialmente "pro" o "contro", utilizza invece la prospettiva storica (anche se la Meloni dice di non essere né storica né docente) di una persona di trent’anni, di chi, insomma, scrive di Sessantotto come potrebbe trattare di Risorgimento. Tale distacco è sottolineato dal fatto che la Meloni riconosce tanto alla sinistra quanto alla destra del movimento sessantottino un carattere creativo e "rivoluzionario" che avrebbe accomunato entrambe nel conflitto con i partiti che istituzionalmente rappresentavano la sinistra e la destra, cioè il Partito Comunista Italiano (PCI) e il Movimento Sociale Italiano (MSI).

La tesi della Meloni poggia però su tre postulati sui quali non siamo d’accordo. Il primo è quello della "sinergia" tra giovani rivoluzionari di destra, che lei esemplifica nell’organizzazione studentesca Fronte Universitario di Azione Nazionale (FUAN) legato al MSI, e il cosiddetto "movimento studentesco" in occasione dell'occupazione della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Roma. A nostro avviso, tale sinergia non ci fu mai. Non soltanto i due movimenti si odiavano e i loro esponenti si massacravano di botte (e peggio) appena ne avevano l’occasione, ma non esisteva alcun "movimento di destra" che, come la Meloni sostiene, occupasse stabilmente la Facoltà di Giurisprudenza. Questa occupazione (che effettivamente ebbe luogo nel febbraio 1969) fu in realtà una occupazione manu militari (ed estremamente violenta) che aveva come unico scopo quello di provocare l’intervento delle forze dell’ordine e chiudere il capitolo dell’occupazione "di sinistra".

Al di là di quella specifica esperienza, comunque, in quegli anni in Italia mai esistette un "movimento di destra" (e tantomeno sinergico al quello "di dinistra"), nel senso di un gruppo davvero radicato tra gli studenti che esprimesse un progetto politico alternativo di lungo termine e che non fosse di semplice reazione alla sinistra movimentista. In questo senso, la differenza tra MSI e FUAN riguardava soltanto il livello dello scontro fisico accettabile. Il movimento studentesco "di sinistra", invece, quel progetto -- utopistico, deleterio e distruttivo quanto si vuole -- lo ebbe fin dal 1968. Per trovare un progetto politico “di destra”, o almeno frammenti di esso, bisognerà invece attendere oltre un decennio.

Secondo postulato, quello della partecipazione del "movimento studentesco cattolico". Anche questo, come tale, non esistette se non nel senso che molti giovani cattolici, che negli anni precedenti si erano risconosciuti in movimenti orientati verso il sociale come la Gioventù Italiana di Azione Cattolica (GIAC), la Federazione Universitaria Cattolica Italiana (FUCI), nonche Gioventù Studentesca (GS), si erano riversati nel movimento studentesco (di sinistra), per perdere però quasi immediatamente le loro caratteristiche di cattolici e riconoscersi soltanto in quella ideologia del movimento che si rifaceva esplicitamente alla rivoluzione comunista (pur con tutti i distinguo del caso). L’esperienza della Facoltà di Sociologia dell’Università di Trento fu emblematica in questo senso. Anche per i cattolici bisognerà attendere il successo di Comunione e Liberazione (nata da GS proprio nel 1969) negli anni ottanta perché si possa parlare di un movimento e di un vero e proprio progetto politico alternativo.

Terzo postulato della Meloni, quello dell’identificazione tra il movimento studentesco del Sessantotto e i carri armati che repressero nel sangue la Primavera di Praga, il movimento dissidente che, sotto la guida del primo ministro Alexander Dubček (1921-1992), per un breve periodo (5 gennaio-20 agosto 1968) riuscì a portare a%0D livello istituzionale le istanze anticomuniste studentesche e operaie che poi ebbero successo tra il 1989 e il 1991 grazie a quelle rivoluzioni semipacifiche che cambiarono volto ai paesi del Patto di Varsavia, chiudendo una volta per tutte il lungo capitolo della disastrosa utopia comunista, almeno nel mondo occidentale. Tale identificazione tra movimentisti e sovietici non ci fu. Furono il PCI e il suo satellite fiancheggiatore, il Partito Socialista di Unità Proletaria (PSIUP), a essere presi di contropiede tanto dalla Primavera di Praga quanto dalla repressione sovietica, quasi sempre esprimendo comprensione per l’intervento sovietico. Ma il movimento studentesco come tale fu inequivocabilmente favorevole al sommovimento provocato da Dubček, anche se con tutti gli anatemi rituali nei confronti della "socialdemocrazia".

Detto questo, la tesi della Meloni, quella della “rivolta generazionale” è però pienamente condivisibile, ed è anzi oggi la più accreditata, soprattutto quando si guardi al fenomeno del Sessantotto nella più ampia prospettiva del mondo occidentale. La giovane età dei protagonisti di allore è innegabile. Ed è innegabile il fatto che i cambiamenti maggiori che esso produsse, se si eccettua il mutamento radicale nella presa di coscienza generalizzata del ruolo paritario della donna, furono a livello di costume. È questa, per esempio, la tesi della monumentale sintesi dello storico britannico David Doggett, There’s a Riot Going On. Revolutionaries, Rock Stars, and the Rise and Fall of the ‘60s Counterculture (2007), che peraltro ha il difetto di ridurre tutto in termini angloamericani e soprattutto di controcultura musicale, quasi che tutto si riducesse a Bob Dylan, John Lennon (1940-1980) e ai Figli dei Fiori – dimenticando peraltro la band alternativa per eccellenza, quella Plastic People of the Universe, celebrata dal drammaturgo Tom Stoppard in Rock’n’Roll (2006), che rappresentò la voce del dissenso praghese negli anni della Primavera.

La distinzione assoluta tra momento di creazione alternativa, in cui tutti "i giovani" erano in fondo d’accordo nel voler cambiare il mondo, e la sua degenerazione politica successiva, se è accettabile nel senso generale in cui la utilizza la Meloni, è però praticamente inapplicabile ogniqualvolta si analizzi nello specifico un momento o un luogo preciso. In Italia quel momento "apolitico" se ci fu, fu rapidissimo, e la politicizzazione esplicita del movimento fu pressoché immediata. Lo stesso dicasi della Francia e della Germania, ma anche del Portogallo, della Spagna, della Grecia e della Cecoslovacchia. Diverso il caso degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e del Canada, dove si arrivò alla politicizzazione esplicita se non in rarissimi casi, nonostante la durezza di alcuni scontri (Chicago, agosto 1968) e la radicalizzazione di alcune comunità etniche (Black Panthers, American Indian Movement, Chicanos, Weathermen, Irish Republican Army, Front de Libération Québécois). Insomma, se allo storico (e a Giorgia Meloni) la rivoluzione generazionale appare ormai come un trend facilmente generalizzabile e identificabile nel tempo, non si dimentichi che per i protagonisti di allora la realtà era molto più complessa.

CommentiCommenti 5

Anonimo (non verificato) said:

Cos'è stato il sessantotto? Io l'ho vissuto lavorando 55 ore alla settimana, senza arte nè parte, sorretto dal principio che nulla si può chiedere o pretendere senza aver prima dato e che il futuro non si conquista con il 18 politico ma solo con u n grande impegno e tante rinunce. Ho conosciuto insegnanti che ignoravano le piùsemplici regole grammaticali(vedi "a me MI piace" oppure lamante di ..... senza apostrofo) e questi sono stati i dirigenti anche politici che ci hanno amministrato, governato ed istruito le nuove generazioni. Ne vediamo purtroppo oggi le conseguenze nella famiglia e nella società!!

Gughi (non verificato) said:

Sostanzialmente d'accordo con l'autore dell'articolo, che precisa la forte caratte4rizzazione antisistema di sinistra del '68. Con la sotttolineatura della passione spontanea e della partecipazione intensa che segnarono una trasformazione profonda non solo della scuola e dell'università, ma della VITA SOCIALE, DELL'ETICA CONDIVISA, DEI COSTUMI SOCIALI, con FONDAMENTALI FERMENTI EGUALITARI, CRITICI E DEMOCRATICI che coinvolsero, soprattutto in Italia l'intera società. Lo Spirito assembeare,
Stampa democratica, Magistratura democratica, Avvocati democratici, Insegnanti democratici, Scienza democatica, Preti e suore operai,
democratici...etc.
L'ancien régime fu spazzato via, a livello sociale, ma le forze tradizionali -destra e sinistra- si coalizzarono e duttilmente lasciarono una crta libertà mentre preparavano la resistenza e la sistematicaq reazione. Il Movimento si frantumò, ideologizzò, divise. Si disgregò, fu infiltrato, si ritualizzò. La reazione, approfittando del grande corpaccio tradizionale e qualunquista del paese, finì per prevalere, spingendo alcune frazioni fanatiche alla guerra armata -anche tra loro. Lo stesso Movimento, nella tenaglia della repressione e corruzione e della follia insurrezionale si disperse sopravvvivendo in mille espeienze di gruppi e personali...
Coloro che vinsero misero le radici dell'attuale
spappolamento della società italia e dei poteri forti e deboli, con il dominio del dio mercato. l'ideologia del successo e del profitto, la guerra di tutti contro tutti, la cultura trash dei media, le risurrezioni di idoli madonne e santi, la demonizzazione dello spirito critico, libertario, creativo che fu del'68.

rosario nicoletti (non verificato) said:

Avendo vissuto il '68 da un punto di osservazione privilegiato, condivido in pieno il contenuto dell'articolo. Su quanto ha scritto la Sig.ra Meloni sono d'accordo solamente sull'idea che il movimento del '68 sia stato all'inizio apolitico e "liberatorio". Ed che era nato per rimuovere le incrostazioni della società italiana, incapace di rinnovarsi. Fanatici ed opportunisti se ne sono in seguito impadroniti, ed i miasmi velenosi che ne sono nati intossicano ancora oggi l'ambiente.