Il caso Parmalat

Versione stampabile
parmalat

I francesi di Lactalis hanno rastrellato le azioni dei fondi Zenit, Skagen e MacKenzie attestando la loro partecipazione in Parmalat al 29%, quota che permette loro di esprimere 9 consiglieri su 11. Si allontana quindi la possibilità di organizzare una "cordata" italiana,  anche se l'intervento legislativo a difesa delle aziende di interesse nazionale - che si sostanzia nell'obbligatorietà del parere preventivo in caso di Opa - è stato approvato in Consiglio dei Ministri. A parte il ritardo con cui si è messa in campo quest'opzione politica, siamo sicuri che la difesa ad oltranza dei nostri campioni nazionali porti benefici al sistema paese?

La politica infatti, come spesso accade, risponde agli umori dei principali gruppi di interesse, senza considerare gli effetti che i provvedimenti  hanno sull'intero sistema. Non sarebbe la prima volta che un provvedimento adottato per risolvere un singolo caso, si riveli inadeguato se non addirittura nocivo per l'ambiente economico nella sua totalità. Non c'è dubbio che vedersi sottrarre il controllo di un'importante impresa di un settore strategico, sia fonte di preoccupazione. E' infatti plausibile pensare che  proprietà straniere , essendo più svincolate dal controllo nazionale, possano mirare solo ad impossessarsi di know-how tecnico e di marchi importanti, per poi trasferire nel nostro paese solo i tagli occupazionali.

Tuttavia è altrettanto rilevante considerare quali siano gli svantaggi e le inefficienze che vengono generate da provvedimenti restrittivi come il cosiddetto lodo-Tremonti, soprattutto alla luce della struttura economico-produttiva del nostro paese.  Come è ben evidenziato nello studio intitolato "The Global Operations of European Firms. The second Efige Policy Report"- redatto, tra gli altri, dai professori Barba Navaretti e Schivardi – l'ambiente economico-produttivo italiano è tra i più chiusi del mondo occidentale.

I parametri con cui si dimostra questa chiusura sono diversi, ma vorrei concentrarmi su quelli che riguardano la struttura finanziaria e proprietaria delle nostre imprese. Solo il 4,1% delle imprese casalinghe è controllata da gruppi esteri, laddove in Europa si va dal 19,8% dell'Ungheria al 12,2% del Regno Unito; ancor meno, circa il 3%, sono le imprese appartenenti ad un gruppo. La percentuale di imprese nell'azionariato delle quali figura un Venture Capital è irrisoria : lo 0,5%, contro il 5,7% del Regno Unito, il 2% della Francia, e il 2,2% dell'Austria.

Per di più le nostre aziende sono a loro volta molto restie ad investire all'estero: solo il 2,5% lo fa, contro il 6% della Germania. Si aggiunga, a completare il quadro, che la struttura proprietaria delle nostre aziende è per la gran parte di tipo famigliare, allergica per natura alla perdita del controllo, e spesso vincolata da una cronica sottocapitalizzazione.

Avendo a cuore la competitività del sistema produttivo, come motore della crescita economica, non si può non considerare quanto sia nocivo un sistema paese chiuso ed oppressivo. Non solo debbono essere benvenuti gli investimenti dall'estero - che oggi per un vezzo reazionario chiamiamo shopping economico - ma debbono essere incentivati perché durino nel tempo e incrementino il valore della nostra economia.

Un sistema istituzionale aperto e flessibile è infatti la chiave per attivare un circolo virtuoso in grado di sbloccare il pantano in cui si trovano le imprese italiane. Con regole chiare e pochi vincoli si riuscirebbe ad attrarre investimenti in grado di aumentare liquidità patrimoniale nei capitali delle aziende, a sciogliere la mentalità provinciale di parte del capitalismo nostrano, ad aumentare la competitività generale, e in definitiva, a dare spazio a nuove iniziative che creano sviluppo e nuovi posti di lavoro. Proteggere i campioni nazionali dalle scalate forensi è una politica limitata nel tempo e nei benefici, protegge lo status quo, ma vanifica la crescita di sistema.

Aggiungi un commento