Brutte sorprese

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palestina

Hamas e Fatah mercoledì scorso hanno raggiunto un accordo per la riconciliazione nazionale e hanno accettato di fissare una data per le elezioni che si terranno entro un anno. Il Cairo è stato il teatro dei colloqui tra la delegazione di Hamas, guidata da Mussa Abu Marzuq (responsabile di Hamas a Damasco) e Mahmud Zahar (responsabile degli Esteri di Gaza) e quella di Fatah coordinata da Azzam al-Ahmad. L’incontro è stato mediato dal capo dei servizi segreti egiziani, Murad Mouafi, alla presenza del ministro degli Esteri egiziano, Nabil al-Arabi, di cui già abbiamo avuto modo di parlare.

Nei prossimi giorni le piramidi saranno ancora il luogo dove le fazioni palestinesi firmeranno l’accordo di consenso nazionale e per l’occasione potrebbe presentarsi il leader politico di Hamas, Khaled Meshaal, che a Damasco sta vivendo giorni non facili: l’ombrello degli Assad è diventato troppo piccolo per proteggere i vecchi amici dalle attuali grandinate del cielo sopra la Siria.

A Gerusalemme la notizia dell’accordo intra-palestinese non è stata bene accolta. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha ripetuto per l’ennesima volta: "Una pace con tutti e due è impossibile perché Hamas aspira a distruggere lo stato di Israele sparando missili contro le nostre città e razzi contro i nostri bambini” (più di dieci giorni fa è morto Daniel Viplich, 16 anni, il ragazzo israeliano ferito nello scoppio di un razzo lanciato da Gaza contro lo scuolabus sul quale viaggiava, nda).

Gli Stati Uniti attraverso il portavoce Tommy Vietor hanno fatto sapere che "sostengono la riconciliazione palestinese, a patto che venga riconosciuto il diritto di Israele a esistere e la promozione della pace visto che Hamas è in ogni caso un'organizzazione terroristica che colpisce i civili".

Per Teheran, al contrario, la stretta di mano cairota è un ottimo risultato e un’occasione per indorare ancora di più i rapporti col nuovo Egitto. Il ministro degli Esteri iraniano, Ali Akbar Salehi, infatti ha dichiarato: “L’Iran accoglie con favore l’accordo tra i fratelli palestinesi che costituisce il primo grande trionfo del popolo egiziano riguardo alla Palestina dopo la svolta del regime al Cairo”.

Aspettando che pace sia fatta vediamo intanto chi sono i personaggi in cerca di un autore capace di trovare quell’accordo per porre fine alla guerra civile interna palestinese (il numero dei morti dell’intrafada è significativo) e trovare quell’unione tanto sperata anche da simili colloqui di due anni fa.

Iniziamo da Mussa Abu Marzuq, uno dei portavoce di Hamas, sospettato di aver svolto ruoli importanti nella pianificazione e nel coordinamento dei numerosi attentati terroristici all'interno di Israele. Abu Marzuq, inoltre, è conosciuto anche dalla polizia federale statunitense (è accusato di aver creato diverse reti utili al finanziamento del terrorismo internazionale) e dai servizi segreti giordani (è stato espulso più volte da Amman sospettato ancora di terrorismo). Poi c’è Mahmud Zahar, lo storico co-fondatore di Hamas, formatosi in Egitto con la Fratellanza musulmana, è un membro della leadership nella Striscia di Gaza e ottimo relatore dell’Iran degli ayatollah. Durante gli oltre settant’anni di vita ha sempre lavorato per la distruzione dello Stato ebraico e per capire in poche parole il suo pensiero basterebbe ritornare a quando incitò pubblicamente il suo popolo affermando che “i bambini ebrei in tutto il mondo sono obiettivi legittimi”. Il movimento politico Fatah invece ha inviato Azzam al-Ahmad, lo stesso personaggio che dopo i falliti accordi intra-palestinesi del 2009 dichiarò a nome del presidente Abu Mazen: "Hamas non ha seriamente intenzione di formare il nuovo esecutivo, che aiuterebbe a sollevare il blocco economico e politico". E quella di al-Ahmad è anche la stessa bocca che al villaggio di Turah, a sud-ovest di Jenin, durante un anniversario di al Fatah disse “di usare tutti i mezzi di resistenza al fine di raggiungere i nostri obiettivi di indipendenza” mentre davanti a lui dei bambini in mimetica militare sfilavano e si esercitavano alla guerra.

Se i personaggi su cui dovrebbe posarsi la colomba della pace sono questi non dureranno per molto tempo le ireniche intenzioni palestinesi. Nonostante la divisione tra le due fazioni sia stata la miccia che ha fatto esplodere nei mesi scorsi varie manifestazioni di piazza ispirate dalla brezza di libertà dei paesi vicini. Se, infatti, a Ramallah era stata formata una catena umana che dalla Muqata (il quartier generale del presidente Abu Mazen) arrivava fino alla sede del Parlamento, in una piazza di Khan Yunes (a sud di Gaza) alcune centinaia di persone davano vita a un sit in silenzioso, nonostante fossero controllati (e successivamente dispersi) dagli uomini di Hamas, i severi watch dog dei social network, dei blogger e dei dissidenti della Striscia: senza nemmeno una flottila che li salvi dal mare dell’odio coranico di Hamas and co.

CommentiCommenti 6

Anonimo (non verificato) said:

Israele aveva interesse a mantenere divisi i Palestinesi. La loro riconciliazione, ammesso che tenga, sarà un modo di presentare un fronte più compatto nelle trattative. Il vuoto economico temporaneo (USA e UE taglieranno i fondi, perché Hamas non riconoscerà Israele, salvo miracoli) lo colmeranno Egitto, Iran e altri "amici" dei Palestinesi, a cui non mancheranno di certo con i tagli. Il tutto in attesa di settembre, mese in cui potrebbe esserci la dichiarazione unilaterale di indipendenza, che sarà supportata da molti paesi arabi, asiatici, africani e sudamericani. Israele è preoccupata perché si troverà nelle condizioni di rifiutare il dialogo e passare per quello che non vuole la pace. Si sentono stringere la corda intorno al collo...

Anonimo (non verificato) said:

Io sono tra i pessimisti sul futuro dell'egitto, non per partito preso ma perchè conosco la storia della regione. c'è chi è ottimista, come il nobel sudafricano william de klerk http://www.linkiesta.it/de-clerk-mio-sudafrica-modello-l-onda-araba
ma io sono scettico.

Pierpaolo (non verificato) said:

Esageravano coloro che temevano che l'Egitto democratico del post-Mubarak avrenne disconosciuto Israele o, quanto meno, avrebbe fatto la guerra allo stesso.
Certamente non ora che la situazione interna è anora fluida, ma probabilmente neanche in un prevedibile futuro.
Tuttavia l'Egitto può ugualmente creare enormi difficoltà alla sopravvivenza dello Stato Sionista. Così come lo sta facendo l'Iran, anche senza la fobolizzata bomba atomica.
Israele è uno Stato artificioso e precario. Se 2.000.000 cittadini israeleiani decidessero di tornare in Russia, in Europa, in Sud America o negli USA, stufi di questa qrtificiosità e precarietà, i rimanenti riuscirebbero a sopravvivere come Stato?

Anonimo (non verificato) said:

la cosa piu' ovvia pare che sia che in Egitto il faraone non esistera'piu'. Ma l'Egitto e' lo Stato Arabo,io mi chiedo come puo' Democratizzare Occidentalmente il proprio Stato,sarebbe come se qualcuno decidesse di convertire tutto l'Egitto che e' da secoli in secoli Faraonico.Certo che mia avremmo pensato di mettere a K.O. il Capo Faraone.