La confusione sulle cifre del rapporto

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“Istat: un italiano su 4 a rischio povertà” titolava due giorni fa Repubblica, e così la maggior parte dei quotidiani italiani, sulla base delle 400 pagine di rapporto annuale dell'Istituto nazionale di statistica che fanno un quadro (a primo acchito drammatico) della situazione nel nostro Paese.

L’allarme lanciato a sirene spiegate da stampa e tv ha fatto strabuzzare gli occhi al ministro dell’Economia Giulio Tremonti, stremato in questi giorni da quanti (vedi i vari Standard & Poor's) mettono in guardia l’Italia dall’imminente – secondo loro – pericolo del baratro economico. “So che ci sono dei poveri ma considero discutibile la rappresentazione secondo cui un italiano su quattro sarebbe povero”, ha affermato.  Tremonti – per quanto legittimato a difendere l’operato del suo governo – ha, a tutti gli effetti, ragione.

A dargliene è proprio il presidente stesso dell’Istat, Enrico Giovannini: “Purtroppo alcuni giornali hanno confuso le cose. L’indicatore della povertà è stabile al 13%, mentre al 25% è l’indicatore, scelto dai Governi a livello europeo, che comprende i rischi di povertà e i rischi di esclusione sociale. Un indicatore, come evidenziato nel Rapporto, che anche in questo caso è abbastanza stabile”. 

Il riscontro oggettivo lo si ha analizzando con attenzione i dati del rapporto. Infatti in due dei tre indicatori selezionati nella Strategia Europa 2020 l’indice di “povertà” nel nostro Paese diminuisce dal 18,9% al 18,4, fanno un balzo in giù la “popolazione in famiglie a rischio di povertà dopo i trasferimenti sociali” (dal 10,3 all'8,8 %) e la “popolazione in famiglie a intensità lavorativa molto bassa”. Sicuramente, come si legge nella relazione dell'Istituto nazionale di statistica, “in termini percentuali in Italia, nel 2009, considerando i redditi disponibili per le famiglie a seguito dei trasferimenti sociali, quasi un quinto della popolazione residente, il 18,4%, risulta a rischio di povertà”, ma la percentuale si discosta di poco rispetto alla media europea (23,1) ed è in leggero calo – al contrario di Paesi quali Germania e Spagna – rispetto al 2005, quando fece segnare quota 25%.

In più, livelli simili a quello italiano caratterizzano paesi come Grecia (19,7%), Spagna (19,5%), Portogallo (17,9%) e Polonia (17,1%) che, però, come spiega il rapporto, “mostrano valori di reddito medio e mediano inferiori a quelli registrati in Italia, la quale è caratterizzata da un valore superiore a quello medio dell'Unione a 27”.  

Insomma i dati dimostrano che spesso e volentieri i mass media gridano ‘al lupo! Al lupo’ senza verificare e, soprattutto, contestualizzare le cifre. Se lo scenario italico venduto dai giornali per bocca dell’Istat fosse stato vero, affacciandoci alla finestra, vedremmo milioni di italiani sfilare nelle piazze e assaltare bancomat o recarsi alla mensa della Caritas…

 

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