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Per amor di tesi, Alberoni non esita ad alterare la realtà: identificata la filosofia americana col modello utilitarista, sostiene che noi siamo divenuti incapaci di guardare oltre l’homo economicus per colpa del loro stile di pensiero che abbiamo fatto nostro e che non ci fa più percepire l’importanza dei ‘valori’ nella vita degli uomini. <Gli americani non hanno mai dato importanza alle passioni individuali o collettive, ai movimenti religiosi o rivolu­zionari. Le provano e le descrivono nei lo­ro libri e nei loro film, ma sul piano della riflessione filosofica o scientifica li han­no sempre giudicati fenomeni irrazionali e non degni di studio. Per questo non hanno capito la rivoluzione russa, il nazi­smo, il nazional-comunismo cinese, viet­namita, non hanno capito la rivoluzione islamica di Khomeini e si sono resi conto dei movimenti islamisti solo dopo l'attac­co alle Torri gemelle>.

Viene da chiedersi quanti europei abbiano, invece, compreso <la rivoluzione islamica di Khomeini> e se Alberoni per caso non abbia dimenticato l’entusiasmo col quale gli intellettuali francesi (e italiani) avevano salutato l’arrivo dell’ayatollah a Teheran e la fine del regime dello Scià — un regime detestato, certamente per il pugno di ferro usato da Reza Pahlevi contro i suoi oppositori ma, altresì, per il processo di modernizzazione che aveva iniziato e che tanto interesse aveva suscitato nel nostro Ugo Spirito. Neppure Thomas Mann, sulle prime capì il nazismo, ridotto a una farsa grottesca recitata da uno straniero (austriaco) dalla gestualità ridicola, né grandi pensatori politici liberali come Benedetto Croce o Luigi Einaudi o Vilfredo Pareto capirono il fascismo. Della ‘rivoluzione russa’, invece, non può dirsi la stessa cosa. Teorici socialisti come Karl Kautsky e il nostro Rodolfo Mondolfo, per limitarci ad essi, compresero subito di che si trattava sicché la degenerazione totalitaria del regime sovietico non li colse affatto impreparati.

Lo stesso però va detto di tanti sociologi e scienziati politici statunitensi che, negli anni venti e dopo, denunciarono il regime sovietico in termini troppo ‘forti’per l’intellighentsia europea.

Ma è poi vero che gli americani <sul piano della riflessione filosofica o scientifica> han­no sempre giudicato <fenomeni irrazionali e non degni di studio> le <passioni individuali o collettive>, i <movimenti religiosi o rivolu­zionari>? Nella mia biblioteca, che non è certo quella di uno specialista dello ‘stato nascente’, abbondano le analisi sociologiche e culturali americane dedicate ai movimenti collettivi: probabilmente, per Alberoni, i Neil Smelser, gli Harvey Cox, i Robert Bellah sono poco convincenti — e forse per ragioni scientifiche di qualche rilievo — ma il rubricista di ‘Pubblico/Privato’ non può sostenere che, in America, di certi fenomeni, che hanno drammaticamente caratterizzato il secolo breve si sono occupati solo registi e romanzieri. Una delle analisi più approfondite, e a caldo, dell’appeal nazista la si deve alla penna di uno dei maggiori scienziati politici del secolo, Harold Lasswell. Mi riferisco al saggio La psicologia dell’hitlerismo come reazione delle classi medie inferiori a uno stato prolungato di insicurezza, (v. Potere, politica e personalità, a cura e con Introduzione di Mario Stoppino, La formazione del pensiero di Harold D. Lasswell, Utet, Torino 1975)

Ma c’è una considerazione ancora più importante da fare: se il ‘totalitarismo’è il ‘buco nero’ della storia contemporanea, se ci ha portato a ripensare lo stesso Occidente e i suoi ‘valori’, alla ricerca degli agenti patogeni, ivi compresi quelli ‘culturali’, che  hanno fatto degenerare il patriottismo in nazionalismo e la socialità in collettivismo totalitario, come mai gli intellettuali europei — e gli italiani in particolare — sono stati gli ultimi a riconoscere la validità euristica della categoria? Che cosa li ha portati a chiudere gli occhi dinanzi a una tragedia così inaspettata e sconvolgente, che gli storici e i sociologi inglesi e americani non avevano esitato a ‘mettere a fuoco’, quasi alle sue prime avvisaglie? Il rifiuto ostinato a riconoscere i tratti comuni, e decisivi, di fascismo e comunismo, l’aria di sufficienza e di fastidio nei confronti del termine ‘totalitarismo’, considerato spesso un prodotto della guerra fredda, dipendeva, forse, dal ‘paradigma utilitario’ o da metastasi ideologiche dalle quali il mondo anglosassone è da sempre immunizzato?

Dinanzi alle sfide epocali del multiculturalismo e della globalizzazione, Alberoni ha ragione, il pensiero nordamericano sembra che non abbia altro da offrire se non ricette ‘buoniste’, sullo sfondo della illusione (il paradigma utilitarista!) che se si vive bene, ci si integra facilmente. Legioni di filosofi del diritto e di filosofi della politica, in Italia e in Europa si sono, innegabilmente, ‘americanizzati’in tal senso, trovando nello stile liberal il sostituto del <dio che è fallito>. Nel vasto mercato culturale degli Stati Uniti, però, si trovano libri che affrontano senza freni inibitori buonisti i problemi che assillano oggi il genere umano. E lo fanno in maniera nient’affatto evasiva e spesso in linguaggio brutale. Autori come il Samuel P. Huntington de Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale (Ed. Garzanti 1997) o Kenneth Minogue o David Mamet non hanno quasi equivalenti in Europa dove il fumus conservatore non dà accesso al dibattito pubblico.

In fondo non può esserci un discorso sui ‘valori’ che non faccia i conti con la tradizione. Passato, presente e avvenire sono i tre termini dialettici su cui si gioca il destino delle società: è il loro equilibrio che decide, in definitiva, la qualità del vivere civile. Le società che conservano una dose sufficiente di vitalità e che non dimenticano <i principi sacri su cui è fondata la nazione>, si guardano bene dalla mummificazione del ‘mondo di ieri’ ma, altresì non indulgono ad atteggiamenti iconoclastici nei confronti delle proprie radici.

Almeno in Italia, predicare oggi i valori diventa un puro e stanco esercizio retorico. Lo si è visto nelle celebrazioni del Risorgimento, così poco sentite, così superficialmente apologetiche. Alberoni, in sostanza, come Carlo Azeglio Ciampi, chiede che nelle scuole della Repubblica, si attivi nei giovani il senso degli ‘ideali’ sennonché tali nobili sentimentalità non sono prodotte dal buon volere ma fioriscono in contesti storici, istituzionali, politici favorevoli non programmabili, certo, dalla cattedra o dal pulpito. Quando interessi, mentalità, ‘abiti del cuore’, e soprattutto impalcature istituzionali, non predispongono il terreno adatto, sarebbe ingenuo ritenere che ai giovani che <non hanno più una tradizione, una civiltà, un sistema di valori comuni, che li orienti e li guidi> -- e che non sono soltanto i giovani figli degli immigrati ma anche, se non più, i giovani europei — si possano fornire <i fattori che danno ordine alla vita>, attraverso sermoni e ovvietà che lasciano (purtroppo) il tempo che trovano.

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