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Quanto l’Ikea ha trasformato la nostra vita? Molto, moltissimo. Ha trasformato la vita anche di coloro che non hanno mai messo piede (né mai lo metteranno) nei suoi capannoni, che non si porteranno mai a casa le famose scatole piatte che contengono armadi o scaffali, buffet o credenze, che non passeranno la giornata della domenica a impazzire con istruzioni, viti e chiodi nel tentativo di montare da soli i mobili acquistati in pezzi. Ikea nasce a metà degli anni Ottanta (e arriva a fine anni Ottanta in Italia, a Milano) dalla fantasia di uno svedese: il signor Ingvar Kamprad.

Prima vende fiammiferi, cartoline natalizie; poi, a un certo punto, inventa la formula della vendita di mobili a poco prezzo e smontati nei loro singoli componenti, in modo che l’acquirente li monti da solo.

E poi fa il salto decisivo: inizia a produrre in proprio i mobili che vende.

La concorrenza è talmente messa in ginocchio e preoccupata dal suo successo che pone in atto uno sbarramento nei suoi confronti: blocca le consegne per un anno intero. Ma il signor Ingvar Kamprad si rivolge alla produzione polacca (in epoca di Guerra fredda!), aggira il blocco e vende sempre di più.

E’ ovvio che sul creatore dell’Ikea sia nata tutta una mitologia che lo vuole riservatissimo, avaro, duro e rigoroso fino a essere ossessivo. Ora il giornalista Nanni Delbecchi ha scritto questo godibile Il signor Ikea. Una favola democratica (Marsilio, Venezia, 2007): un libro che sta a metà fra il saggio e il romanzo. Delbecchi è effettivamente l’unico giornalista italiano che sia riuscito a intervistarlo, e quindi è a lui probabilmente che dobbiamo la parte di quella mitologia giunta anche in Italia. Attorno a questo nucleo vero (l’intervista) lo scrittore crea il racconto, che è invece opera di invenzione.

Il libro parla di noi consumatori, di come è cambiato il nostro modo di acquistare da quando Ikea ha fatto irruzione sulla scena pubblica. Prima di tutto un dato: il catalogo Ikea che arriva a casa per un numero imprecisato di anni (e forse per sempre) a chiunque abbia acquistato anche un solo cucchiaino da tè in un qualunque negozio Ikea, fa 174 milioni di copie ogni anno. Cifra mostruosa che fa intendere il valore (il peso, si direbbe) globale del prodotto.

L’intuizione del signor Ingvar Kamprad è banale, ma si può defirla così solo a posteriori: mettere insieme il design semplice, chiaro e rigoroso tipico dei paesi scandinavi con il low cost.

La logica  del no frills pervade infatti il mondo Ikea fino a coincidere totalmente con esso: la filosofia è quella di dare tutto ciò che offre una grande firma nel campo dell’arredamento di interni, ma a prezzi da supermercato ultra-popolare. Per raggiungere questo scopo, bisogna tagliare tutti i frills, appunto: individuazione e scelta del prodotto sugli scaffali (spesso lo scoglio più duro), trasporto, disinballaggio, montaggio, persino a volte verniciatura, tutto è a carico di chi acquista. Per compensarlo della fatica che dovrà fare, l’acquirente ha il permesso di sognare quanto vuole, non tanto nel negozio (grande, sterminato, confuso%2C perché anche qui mancano i frills, nella fattispecie i commessi a cui chiedere lumi) quanto sul catalogo.

Il catalogo è il vero cuore di Ikea. Lì, infatti, è dispiegato il mondo nordico che noi non saremo mai: freddo, pulito, nitido, lineare, pieno di bambini, pieno di bambini che vanno a dormire alle otto di sera, in una parola perfetto. Dove Natale ha la neve e gli inverni sono freddi, le donne bionde e slanciate e la casa è il rifugio intimo dal lavoro e dall’esterno. Sul catalogo tutti i sogni sono possibili perché tutti a portata di mano (cioè di tasca).

Il catalogo non offre solo mobili: offre vere e proprie vite. Vite nette, fatte di lavoro e gioie familiari, di bimbi biondi, di creatività femminile che si esplica in cucina e nel ricamare le tende, in rimpatriate domestiche con gli amici, una vita fatta di ciò che si fa fuori casa (che è poco interessante e rigorosamente non si vede: gli uffici presentati non a caso sono deserti, mentre gli interni domestici sono pieni di gente) e di ciò che si fa dentro casa, che invece si vede e si rivede, si idealizza e si offre come modello.

Il catalogo ha l’abilità di rivolgersi a tutti i membri del gruppo familiare: la donna (solleticata con stoffe e calore domestico), l’uomo (solleticato nelle sue abilità manuali oppure nei lontani ricordi del meccano), i figli (allettati con giochi, case che ripetono in piccolo la grande casa proposta dall’Ikea, morbidi tappeti e colori).

Il catalogo suppone una donna con un uomo accanto, oppure una donna molto capace dal punto di vista pratico: in ogni caso, anche l’uomo lavora democraticamente ai fornelli (nel catalogo, s’intende, ma forse anche nella realtà). Il catalogo sussurra  all’orecchio di ognuno: ogni sogno che vedi può realizzarsi, può essere tuo.

Il signor Ingvar Kamprad è stato accusato di essere avaro nella vita pubblica e privata, tirannico con i dipendenti e perfido con i figli (che ha diseredato finché non abbiano dimostrato di valere qualcosa), di avere avuto simpatie naziste nella lontana gioventù: questo non fa che confermare l’assunzione del signor Ingvar Kamprad nell’Olimpo delle persone famose. Solo le persone famose, infatti, danno luogo a questa mitologia negativa su se stesse, solo su di esse è divertente esercitarsi al gioco del “sarà pure un genio, ma era cattivo con i bambini”.

Così, il fondatore dell’Ikea va ad aggiungersi alla schiera dei Bettelheim (noto psisoanalista infantile crudele con i suoi figli, e del resto già il padre fondatore non aveva avuto una storia con la cognata?), degli Einstein e dei Picasso (crudeli con le svariate mogli fino a spingerne più d’una al suicidio), delle Joan Crawford (a tal punto crudeli con le figlie da non volerle incontrare mai più in vita): è il lato oscuro che la stampa pop o il gossip intellettuale si ingegna a trovare nelle persone di genio del nostro tempo. 

Come a dire di questi modelli irraggiungibili che anch’essi possedevano un lato che è comune a tutti gli uomini: crudeltà, egoismo, violenza, avarizia. Geniali sì, ma anche umani, troppo umani.

CommentiCommenti 3

viola (non verificato) said:

Come ogni design o architettura, l’Ikea ha una propria filosofia, una concezione della vita, ecc. Va anche considerato che questo tipo di imprese internazionali – si pensi alla minestrine Liebig o ai maglioni Benetton – in genere si adattano ai gusti dei diversi paesi e quindi da noi il gusto nordico viene attenuato. L’amore per la casa e la famiglia è anche una caratteristica italiana. Non c’è niente di male se una giovane coppia va a comprare i mobili all’Ikea, perché costano meno. O se una famiglia vuole una cameretta allegra per i propri bambini. Agli italiani piace vivere in famiglia e tengono al decoro delle loro case. E’ anche abbastanza usuale che la biografia di una persona di successo come quella del signor Ingvar Kamprad venga scandagliata ( magari sovvenzionata da un imprenditore rivale), anche alla ricerca del gossip. E’ però inopportuno il paragone del fondatore dell’Ikea con Bruno Bettelheim e con la psicoanalisi. Il libro dello storico della psicologia Luciano Mecacci sui disastri della psicoanalisi, compresi l’endogamia all’interno del gruppo storico della psicoanalisi, le relazioni di ogni tipo tra pazienti e psicoanalisti, certi esperimenti sui bambini della propria amante della figlia lesbica di Freud ( e i bambini non fecero una bella fine, finirono spesso suicidi), i tanti suicidi di pazienti e psicoanalisti, non sono solo pettegolezzi, ma problemi del metodo psicoanalitico. Del resto, la critica di Gellner, Wittgenstein, Popper, autori diversissimi tra loro e tutti ebrei, mostra che la psicoanalisi, nonostante alcune geniali intuizioni di Freud, è una pseudoscienza. Sulla New York Review of Books hanno elaborato una critica rigorosa del paradigma della psicoanalisi negli anni ’80, del tutto ignorata in Italia da alcuni filosofi, ma non dagli psicologi e dagli psicoterapeuti. Del resto i viennesi contemporanei a Freud, Schnitzler o Kraus, tanto per fare nomi, criticarono la psicoanalisi. Sulla “New York Review of Books” sono giunti a conclusioni simili a quelle di Wittgenstein, che considerava la psicoanalisi “una mitologia che ha molto potere, una prassi che ha causato male a non finire e, in proporzione pochissimo bene”. Purtroppo la sinistra in Italia ha abbracciato la psicoanalisi come una nuova religione e ha resistito anche con atteggiamento parrocchiale alle critiche fatte alla psicoanalisi un po’ dovunque. La biografia di Nina Sutton ha mostrato che Bettelheilm trattava i piccoli pazienti che ospitava nella famosa Orthogenic School di Chicago con metodi nazisti. E’ ancora più grave se si considera che Bettelheim era stato in un lager. E’ possibile immaginare una persona dolce e nobile come Primo Levi a torturare bambini? Il ricordo del lager ha torturato Levi fino alla fine e non avrebbe mai fatto quello che fece Bettelheim. Era un genio Bettelheim? La comunità scientifica internazionale ha molti dubbi. Non si capisce cosa c’entri Joan Crawford con Bettelheim: la Crawford era un attrice e, qualsiasi cosa abbia fatto in famiglia, è una vicenda privata anche se, si sa, un’attrice è un personaggio pubblico e la sua vita è sempre sui media. Il caso di Bettelheim non è paragonabile a quello della Crawford, perché pone il problema di una pseudoscienza che si è presentata come scienza. Va comunque affrontato con rigore scientifico il paradigma della psicoanalisi, come si fa per tante altre esperienze intellettuali, anche dai filosofi. Sarebbe l’ora di cominciare a farlo anche in Italia, dove per ora solo Dario Antiseri ha affrontato il problema.