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Bruce Bawer è uno scrittore e un intellettuale newyorkese che dal 1998 vive in Europa e ha imparato a osservarla e conoscerla meglio di molti suoi colleghi europei. Bawer si trasferì in Olanda in cerca di un paese dove la tolleranza e la libertà di pensiero fossero un pilastro della vita pubblica e dove potesse vivere con il suo compagno in modo libero e riconosciuto. Ma l’Olanda che Bawer trovò era molto diversa da quella che si era immaginato. Il peso crescente delle comunità fondamentaliste musulmane stava influenzando sempre più i costumi e il clima culturale del paese, sottraendogli proprio quegli elementi di cui Bawer era in cerca. In più Bawer scopre che in Europa esiste un particolare tipo di fondamentalismo, quello dello Stato centralista e burocratico. Così dall’Olanda si sposta in Norvegia, ma senza grandi cambiamenti. Lì ancora vive e lavora.

Durante la sua carriera Bawer è stato variamente classificato: da neo-conservatore negli anni ’80, fino a “classical liberal”. Di sé dice: “Sono sempre stato anti-comunista ma ho cambiato orientamento politico più di una volta, non perché cambiassi idea ma perché le varie etichette cambiavano significato”.  Con il suo ultimo libro non ancora tradotto in italiano “While Europe Slept. How radical Islam is destroing  the West from within”, è stato anche accusato di razzismo anti-islamico e di islamofobia.  Ma si tratta solo del vivido reportage delle cose viste e vissute da un testimone sveglio in un continente che dorme.

Nel suo libro precedente, “Stealing Jesus”, lei muove una critica molto severa al “fondamentalismo cristiano”. Nell’ultimo libro, “While Europe Slept”, la critica è rivolta al “fondamentalismo islamico”. Ma è possibile paragonare i due fenomeni?
Sì e no. Sia i fondamentalisti cristiani che quelli musulmani sostengono che le loro rispettive “scritture” provengono direttamente da Dio e che ogni evento che vi è descritto è realmente accaduto nella storia, e ogni regola e comandamento che vi si trova deve essere osservato senza obiezioni dal credente. In questo senso si assomigliano. Ma ci sono differenze sostanziali. In primo luogo la grande maggioranza dei musulmani, sia nel mondo arabo che in Occidente è fondamentalista, mentre solo una piccola minoranza di cristiani può definirsi tale. Inoltre, mentre persino i cosiddetti  “musulmani moderati”,  del genere di Tariq Ramadan, rifiutano di condannare le violente regole coraniche  come ad esempio la lapidazione delle adultere, solo una piccola minoranza di coloro che si descrivono “fondamentalisti cristiani” approverebbe l’insieme di regole, tabù e punizioni descritto nel Vecchio Testamento. Infine nel fondamentalismo cristiano non c’è alcunché di paragonabile al jihad.
La differenza tra i due fondamentalismi può essere descritta facilmente. I leader della destra religiosa in America vogliono negare ai gay il diritto di sposarsi. I leader islamici – anche quelli moderati -  non rifiutano il precetto coranico di mettere a morte i gay. Rimango un forte critico del protestantesimo fondamentalista americano, ma resta il fatto che il fondamentalismo musulmano e ben più diffuso e molto più pericoloso. E mentre il versante cristiano sembra incamminarsi verso il declino, il fondamentalismo islamico è un’industria in crescita.

C’è un terzo tipo di fondamentalismo che lei considera nel suo libro, quello dello Stato centralista e burocratico e del suo sistema di controllo sociale.
E’ vero. L’Europa si considera una entità laica, secolare, ma in un certo senso ha la sua religione di Stato. Quello che intendo dire è che molti cittadini europei hanno appreso durante tutta la loro vita, dai maestri di scuola, dai professori, dai giornali , dai politici, a riverire e adorare il modello social-democratico di Stato e i burocrati che lo dirigono. Questi europei si sottopongono ad una dieta regolare di critica del sistema economico e politico americano, ma molto raramente o forse mai accettano una critica sostanziale alla socialdemocrazia europea. Sono dunque inconsapevoli della sua debolezza e dei suoi pericoli e anzi sono convinti – con l’aiuto della politica e dei media – che quel modello rappresenta la vetta dello sviluppo sociale umano.
Questo è pericoloso perché nessun sistema, neppure uno eccellente, rimane eccellente a lungo senza sottoporsi ad un esame critico (in questo gli americani sono molto più avanti degli europei e sanno sottoporre il loro modello politico ed economico a periodiche e severissime critiche).
Ma è anche pericoloso perché più un governo accentra poteri, meno libertà resta ai cittadini. Gli Stati europei possono in effetti assicurare i loro cittadini un livello di sicurezza economica più alto di quello americano (anche se le differenze non sono così grandi come gli europei sono portati a credere e, in ogni caso, le attuali tendenze demografiche mostrano che le reti di sicurezza predisposte dagli stati si sbricioleranno abbastanza rapidamente). Ma lo scambio comporta che gli europei godono di meno libertà degli americani. Il fatto che gli europei non se ne rendano conto testimonia dell’ottimo lavoro che burocrati, accademici, politici e giornalisti hanno svolto per nasconderglielo.

Come è potuto accadere che gli immigrati musulmani in Europa siano divenuti spesso così ostili e aggressivi verso paesi che pure sono stati piuttosto generosi nei loro confronti. Cosa è andato storto?
La generosità è proprio parte del problema. Ha fatto da nutrimento a risentimento e autocommiserazione.  Ma la generosità è solo un aspetto di quell’attitudine culturale alla sottomissione di una parte delle élite europee che ha incoraggiato il disprezzo dei  musulmani europei verso l’Occidente e i suoi valori. Ovviamente questo disprezzo è già parte integrante della cultura musulmana. Nelle scuole, nelle moschee, e nei programmi in lingua araba riversati dalle tv satellitari nelle case dei musulmani europei, viene servita una dieta ricca di disprezzo per la democrazia, per la libertà di parola e di culto, per i diritti individuali, per l’eguaglianza delle donne, per la tolleranza verso i gay e così via. Ma c’è una responsabilità  forte delle élite europee politiche e giornalistiche nel rendere tutto questo ancora più pernicioso, quando mancano di difendere con forza quei valori e quelle libertà e di condannare le spinte illiberali che agitano le subculture degli immigrati.

C’è una responsabilità anche nelle politiche pubbliche verso l’immigrazione?
Certo. Al fondo c’è la considerazione dell’immigrato come membro di un gruppo piuttosto che come individuo: tutto l’opposto dell’approccio americano che gli europei criticano ma che ha funzionato molto meglio. Alle comunità immigrate è stato consentito di importare in Europa gli aspetti più oltraggiosamente anti-democratici delle loro culture e sono stati lodati per questo. Questi prodotti d’importazione rappresentano un attentato alla libertà e alla sicurezza dell’Europa, ma i governi non se ne rendono conto e tanto meno se ne prendono la responsabilità.
Nel frattempo l’immigrazione verso l’Europa cresce. Succede soprattutto attraverso i matrimoni: i padri che vivono nei paesi europei organizzano il matrimonio delle figli con parenti nei paesi d’origine e, grazie alle varie leggi sulla “riunificazione familiare”, lo sposo straniero è autorizzata a entrare in Europa portandosi appresso una forte e fresca dose di “valori musulmani tradizionali”.
Questo meccanismo generazionale assicura che la sposa nata in Europa venga trattenuta all’interno di forti condizionamenti psicologici e culturali connessi alla terra d’origine, impedendo la sua integrazione nella società in cui vive.

Cosa pensa della prospettiva di ammettere la Turchia nell’Unione Europea,  gli americani sono di solito a favore…?
Credo che sarebbe disastroso. La Turchia è troppo grande e troppo povera e a parte Istanbul è troppo arretrata. Lo stato laico voluto da Ataturk appare in declino e l’Europa non può sopportare questo giogo. E inoltre, l’Unione Europea è già un disastro in atto. Il mercato comune era stata una buona idea ma non è stata una buona cosa che questo sia evoluto in una sorta di super-stato governato da tecnocrati non eletti, propensi all’iper-regolamentazione e senza nessuna voglia di mettere in discussione le proprie politiche di immigrazione e integrazione. Forse l’ingresso della Turchia in Europa renderebbe più rapido il collasso di questa Europa e in questo senso potrebbe essere una buona idea.

L’Europa dorme ancora, anche dopo le bombe di Madrid e Londra, cosa fare per svegliarla?
Davvero non lo so. L’incapacità della gente nel comprendere la lezione proveniente da quegli attentati è inquietante. Molti ancora inclinano nell’assurda convinzione che in qualche modo l’Occidente si sia meritato quella violenza e che i radicali islamici si fermeranno se solo ritireremo le truppe dall’Iraq, daremo più soldi ad Hamas o chissacosa.  Credo che sia più facile abbracciare questa convinzione che guardare in faccia la raggelante realtà del jihad.
L’attitudine di molte persone oggi verso il fondamentalismo islamico è simile a quella che si registrava in Inghilterra negli anni ’30 verso il nazismo. C’è il disperato desiderio di credere che degli ideologi fanatici bramosi di conquiste divengano in qualche modo amichevoli e pacifici con un po’ di blandizie, di complimenti e di scuse, e cercando l’appeasement in ogni possibile occasione.

La natura degli  assassinii di Theo Van Gogh e di Pym Fortuin è stata compresa in Europa? Si è capito cosa li ha prodotti e perché?
Qualche occhio si era aperto dal sonno subito dopo quegli omicidi, ma molti si sono richiusi. Persino in Olanda, dove quei fatti sono accaduti sono in molti a non avere lo stomaco per resistere e fanno finta di nulla oppure emigrano. Ci sono tantissimi olandesi che di questi tempi si trasferiscono in Canada o in Australia per sfuggire dalla crescente tensione culturale del loro paese. Quando lo scorso anno, la brava e coraggiosa Ayaan Hirsi Ali, che era la principale erede delle battaglie di Theo Van Gogh e di Pym Fortuin, lasciò l’Olanda per trasferirsi negli Stati Uniti, molti olandesi si sono sentiti sollevati per la sua partenza, quasi che il problema potesse scomparire assieme a colei che lo segnalava.

Qual è l’origine e il significato del diffuso anti-americanismo europeo?
L’anti-americanismo europeo risale alla nascita stessa degli Stati Uniti.  Allora prese le forme di un forte antagonismo di parte dell’aristocrazia europea verso una moderna democrazia che veniva avvertita come una minaccia per i privilegi di casta e per l’assetto monarchico di molti governi. Tutta la narrazione sull’America incolta e volgare ha origine nelle elite europee che disprezzavano l’idea stessa di un paese governato da gente che veniva considerata come una massa di contadini rozzi e ignoranti. L’”aristocrazia” di oggi, quella sinistra europea  che domina gran parte della politica, dei media, delle università e della burocrazia, ha ereditato quello snobismo di fondo. Proprio come le monarchie del 19° secolo temevano la minaccia della nuova democrazia americana, l’etablishment europeo di oggi teme il confronto tra la democrazia liberale americana e il vecchio sistema socialdemocratico. I media europei hanno compiuto un capolavoro fornendo sistematicamente un’immagine falsata degli Usa, al punto che chiunque oggi voglia essere preso sul serio in Europa si sente obbligato a mostrarsi pensosamente critico dell’America.

L’Europa sembra diventata il continente delle scuse. Si è scusata per le vignette danesi, per i marinai rapiti dall’Iran, persino il Papa ha dovuto scusarsi per il suo discorsa di Ratisbona. Nell’anno del suo 50° anniversario resta poco della tradizione di grande potenza economica, militare e culturale che pure le appartiene…
Ogni volta che chiede scusa per l’esercizio delle sue stesse libertà democratiche, l’Europa mostra la sua debolezza e aumenta il disprezzo che il mondo musulmano sente per l’Occidente. Ogni richiesta di scuse rafforza i fondamentalisti e li incoraggia a rispondere alle blande reazioni europee con sempre maggior violenza e aggressività. Gli europei non vogliono ammettere che questo comportamento di sottomissione, ormai divenuto uno standard, sta conducendo il continente verso esiti molto pericolosi. La libertà d’espressione è già stata indebolita e i leader europei dalle scuse facili stanno consentendo ai radicali islamici di spingere l’Europa verso la sharia.

La Chiesa ha un ruolo importante in Italia. Un ruolo che oggi è messo in discussione da molti come un’ingerenza della religione verso uno Stato laico. In che modo, secondo lei, politica e religione possono interagire e in come si regola l’America rispetto all’Europa?
I nostri padri fondatori fecero della separazione tra Stato e Chiesa un parte fondamentale della costituzione americana, assieme alla libertà di culto.  Questo perché sapevano che la preferenza ufficiale verso una religione a scapito di un’altra sarebbe stato anti-democratico, e avevano visto come lo scontro tra religioni avesse causato guerre dopo guerre in Europa.  Da americano, avverto l’intimità tra Stato e Chiesa tipica dell’Europa, come estranea e inopportuna. (E’ anche vero che le cosidette “faith based initiatives”, di George W. Bush hanno portato Stato e Chiesa più vicino anche in Usa, la loro separazione è ancora molto più ampia che nella gran parte dell’Europa).
Oggi poi, grazie alla tradizione europea di finanziare le istituzioni religiose, i contribuenti finanziano moschee dove gli imam predicano l’odio per l’Occidente e il rovesciamento della democrazia. Lo trovo perverso.  Quella stessa intimità tra Stato e Chiesa ha rafforzato gli elementi più estremisti e teocratici delle comunità di immigrati, e ha deluso tutti quelli che avevo sperato di trovare in Europa  libertà di pensiero e di culto, eguaglianza sessuale e il diritto di vivere la propria vita liberi dalle prescrizioni coraniche o da quelle dei mullah e degli imam.

In Italia è in corso un dibattito molto acceso sulle unioni tra omosessuali (qualcosa di simile ai Pacs in Francia). Da un lato c’è chi li invoca in nome dei diritti civili e individuali, mentre dall’altro si teme che queste unioni attentino all’istituto del  matrimonio inteso in senso tradizionale. Lei cosa ne pensa?
Il matrimonio civile tra persone dello stesso sesso è in effetti una questione di parità di diritti, di buon senso e di decenza. I sacerdoti hanno il diritto di opporsi e di predicare in questo senso e hanno il diritto di rifiutarsi di celebrare matrimoni religiosi tra gay.  Ma le considerazioni religiose non dovrebbero avere impatto sulle relazioni civili in un paese laico dove ogni persona gode degli stessi diritti sin dalla nascita.
Non ho mai sentito una spiegazione convincente del perché il matrimonio gay dovrebbe indebolire la tradizione del matrimonio in quanto tale. Il matrimonio è indebolito dall’adulterio, dagli abusi, dal divorzio, ecc…, non da due persone dello stesso sesso che vivano assieme una relazione amorosa, monogama e di mutuo supporto.  Al contrario, i matrimoni gay rafforzano la società nello stesso modo in cui lo fanno in matrimoni tradizionali: quando due persone prendono l’impegno di aiutarsi e prendersi cura l’uno dell’altro, una parte di questo impegno è risparmiato alla società e allo Stato.
Per quanto riguarda la tradizione, estenderla ad un gruppo per il quale era prima inaccessibile non vuol dire indebolirla ma rafforzarla.

CommentiCommenti 6

Gianluca (non verificato) said:

non ho letto il libro, ma questa intervista lascia poco spazio alle interpretazioni. Anche questa volta gli sceriffi americani verranno a salvarci?

Maria T. (non verificato) said:

Sono anni che sono testimone di come l'Europa e specialmente la mia nazione di origine si sono imbarcati in un declino senza precedenti nella storia del mondo. La conversazione con l'autore di questo libro "while Europe slept" mi ha riaffermato quello che avevo paura fosse la verita'. Vivo negli US da 45 anni e so che questa nazione e' la mgliore che ci sia. Comprero' il libro e lo leggero'.

vfiore (non verificato) said:

gianluca: a parte che bawer e' un gay che da tempi non sospetti fustiga i costumi americani e tutti i flavor neo/teo/xxx-con, e' meglio che tu lo legga, invece di fare sarcasmo sugli sceriffi. a salvarci non verra' nessuno. v.

Claudio (non verificato) said:

Ottima intervista, spero che il libro venga tradotto al più presto anche in italiano.