Il libro di Mario José Cereghino e Giovanni Fasanella

Da Matteotti a Moro, mezzo secolo di trame inglesi per controllare l'Italia

02 Ottobre 2011
moro

Dal delitto Matteotti alla morte di Moro. Sono tante le inchieste giudiziarie su cui pesano interrogativi ancora enormi. Mario José Cereghino e Giovanni Fasanella ne Il golpe inglese hanno tentato di aprire uno squarcio importante nella storia del nostro paese a quesiti altrimenti indecifrabili. Lo hanno fatto consultando centinaia di documenti esplosivi, classificati come “confidential”.

Il libro racconta quello che si potrebbe definire il colpo di stato più lungo della storia, perché durato oltre mezzo secolo: il ‘golpe inglese’ attuato in Italia a partire almeno dal 1924 fino al 1978. Ogni volta che gli italiani hanno provato a decidere del proprio destino, gli inglesi sono intervenuti. Mezzo secolo di trame ordite per trasformare un il nostro paese “fragile” in una “una base da cui favorire e proteggere le proprie rotte commerciali, a cominciare dalla più strategica: quella petrolifera”.

Ora i documenti desecretati, che i due autori hanno consultato negli archivi londinesi di Kew Gardens, lo dimostrano. Da quelle carte emerge con chiarezza che non è Washington a ordire piani eversivi per l’Italia, come si è sempre creduto, ma soprattutto Londra, che non vuol perdere il controllo delle rotte petrolifere e contrasta la politica filoaraba e terzomondista di Mattei, Gronchi, Moro e Fanfani. Ma oltre al petrolio c'è di più...

Pubblichiamo un estratto emblematico del libro edito da Chiarelettere: “L’obiettivo degli inglesi: controllare l’Italia”

Ciano destituito

«L’Italia e un paese in via di dissoluzione. [...] Persino Ciano e stato udito fare commenti positivi sulle potenze anglosassoni». E il 27 gennaio 1943. E questo e il quadro, telegrafico, ma veritiero, delineato dall’ufficio Oss di Berna. Qualche settimana dopo, il ministro degli Esteri italiano viene improvvisamente destituito da Mussolini e destinato a un nuovo incarico, apparentemente minore: ambasciatore in Vaticano. Benche non sia malvista, la rimozione di Ciano insospettisce gli alleati tedeschi. E la loro intelligence si attiva subito per scoprire se dietro quella mossa cosi repentina si celi in realta qualche piano segreto. Il 6 febbraio 1943 l’ambasciatore tedesco a Roma, Hans Georg von Mackensen, telegrafa al ministero degli Esteri di Berlino: Sei mesi fa, alcuni gerarchi fascisti si decisero a parlare apertamente con il duce, spiegando che la permanenza di Ciano nel governo non era piu accettabile. Ma il duce ascolto distrattamente questi suggerimenti, per poi respingerli. E aggiunge: Vi comunico infine le seguenti osservazioni, che ho tratto da alcune conversazioni con amici italiani: [...] Ciano è accusato di aver compiuto sottobanco dei sondaggi di pace con gli angloamericani a Lisbona, all’insaputa del duce. Inoltre, dinanzi a varie persone, ha esternato una serie di ragionamenti politici che hanno scandalizzato i più.

Due giorni dopo, l’ambasciatore trova sulla sua scrivania un lungo rapporto in cui i servizi tedeschi danno conto dei risultati delle loro indagini: «Grazie alle conversazioni sostenute negli ultimi giorni, sono finalmente emersi i retroscena del rimpasto governativo». Si descrive uno scenario della situazione italiana sull’orlo del collasso, con una crisi economica disastrosa e un indice di gradimento del regime ormai bassissimo anche a causa delle sconfitte militari subite in Libia a opera degli inglesi. E questa è la conclusione: A detta dei suoi amici, Ciano si sarebbe espresso nei seguenti termini. Fin dall’agosto 1939, egli sarebbe stato contrario all’ingresso nel conflitto bellico dell’Italia, la quale non avrebbe avuto alcun motivo di dichiarare guerra alla Gran Bretagna, a fianco della Germania. Gli sviluppi gli avrebbero dato ragione. Di conseguenza, ora, sarebbe necessario trovare una via per aprire un dialogo con gli inglesi, con l’obiettivo di uscire dalla guerra e salvare, per quanto possibile, la pelle.

Insomma, la destituzione del ministro degli Esteri italiano e la sua nomina ad ambasciatore in Vaticano non sarebbero che «uno stratagemma affinché a Ciano risulti più facile aprire un dialogo con il nemico». I sospetti tedeschi trovano conferme nei documenti degli archivi alleati, soprat- tutto inglesi. Tanti documenti. Che oggi consentono di ricostruire aspetti inediti o poco noti delle manovre segrete che portano al «golpe» del 25 luglio 1943: il giorno in cui il Gran Consiglio del fascismo vota la sfiducia a Mussolini con un ordine del giorno presentato da Dino Grandi e approvato anche da Ciano e De Bono (il protettore di Dumini, sicario di Matteotti). In realtà Londra ha organizzato un doppio golpe: un primo, attraverso gli uomini nell’entourage di Mussolini, i quali sperano di uscire da quella situazione salvando il «buono» che c’è nel fascismo; un secondo, attraverso gli uomini legati ai Savoia, con un obiettivo ben diverso: liquidare del tutto il fascismo, salvare la monarchia e costringere l’Italia alla resa.

Insomma, è la solita politica del «doppio binario» adottata dai britannici, in parte frutto di loro contrasti interni e dei conflitti con gli alleati americani (come vedremo meglio più avanti); e in parte dovuta alle ambizioni «neocoloniali» segretamente covate nei confronti del nostro paese. 

In Vaticano per trattare con gli inglesi 

Ricostruiamo dunque quegli avvenimenti seguendo soprattutto il filo dei documenti londinesi. L’11 febbraio 1943, l’ambasciatore inglese presso la Santa sede, Francis D’Arcy Osborne, scrive al Foreign Office: Dal momento che, probabilmente, il Vaticano e il governo fascista mirano entrambi a risparmiare all’Italia le estreme conseguenze belliche, nonché a facilitarne l’uscita dalla guerra con il minor danno possibile dal punto di vista mili- tare e politico, sembra verosimile l’ipotesi che Ciano possa essere giunto in Vaticano per impegnarsi a realizzare questi obiettivi.

Dal Foreign Office arriva una conferma attraverso i commenti firmati da due funzionari, Laskey e Dixon, e «vistati » dal ministro Eden. Annota Laskey: La nomina di Ciano è certamente opera di Mussolini in persona. Tuttavia non vi è dubbio che, se il duce dovesse scomparire, Ciano e molti altri gerarchi fascisti punterebbero a concludere la pace con gli Alleati, con o senza la Germania. Aggiunge Dixon: Il Vaticano è il miglior canale per un’iniziativa di pace. Inoltre, la nomina di Ciano [...] potrebbe essere stata fatta per segnalare alle potenze alleate che un negoziatore è pronto e a disposizione, nel caso servisse. D’Arcy Osborne chiede allora come si deve comportare nel caso in cui Ciano, com’è prevedibile, lo contatti. Il suo telegramma viene passato a Eden con questo appunto di Dixon: È probabile che Ciano possa esserci più utile se D’Arcy Osborne lo tratta con freddezza. In questa fase iniziale, un incoraggiamento da parte nostra lo condurrebbe soltanto ad alzare il prezzo. In tal caso ci troveremmo dinanzi a un’offerta nell’ambito di una pace di compromesso, e non nel campo di una resa senza condizioni da parte dell’Italia. Ancora una volta, il ministro approva la linea di condotta suggerita da Dixon, in attesa che il premier Churchill esamini la questione con il gabinetto di Guerra.

Quei movimenti non sfuggono agli americani. L’ufficio Oss di Berna, il 10 aprile 1943, invia a Washington un lungo rapporto basato sulle informazioni ricevute da un suo agente, citato con il nome in codice di «Roguetta». Riferisce l’intelligence Usa: [La fonte] ha poi evidenziato gli intrighi in corso: tutti cercano di raggiungere il porto giusto per aprire un negoziato di pace. Ossia: Mussolini, Ciano, Casa Savoia, Badoglio e altri. «Roguetta » si augura che noi ci asteniamo dal trattare con il regime fascista. Tuttavia, nel caso ci decidessimo in tal senso per motivi militari, dovremmo includere nei termini di armistizio il ristabilimento dei diritti e delle libertà costituzionali. Dunque, nei mesi che precedono il 25 luglio 1943, sia i vertici del regime che i Savoia si stanno dando da fare per uscire con meno danni possibile da una situazione al limite della catastrofe. Per tutti, il punto di riferimento è soprattutto Londra. Il cui governo, però, consiglia alla propria diplomazia e ai propri servizi d’informazione freddezza e cautela. Ma solo all’apparenza e per motivi di natura tattica. In realtà, come vedremo, gli inglesi sono molto attivi, tengono aperte più partite, su più tavoli e con diversi giocatori. Spesso senza che questi ultimi ne siano consapevoli. 

Il golpe di Adriano Olivetti 

Già nel maggio del 1942, Gianluigi Rusca (nome in codice «Vulp»), braccio destro dell’editore Arnoldo Mondadori e uomo del Soe (Special Operations Executive, i commandos inglesi con funzioni di spionaggio), si reca a Berna per riferire all’intelligence inglese una proposta di Badoglio: attuare un colpo di stato contro Mussolini e costituire un governo militare con l’incarico di firmare l’armistizio con gli Alleati. I colloqui vanno avanti per diversi mesi. Il 7 gennaio 1943, il Soe scrive al governo di Londra: Al momento giusto, il maresciallo Badoglio ritiene di poter mettersi alla testa degli italiani che credono nella vittoria della Gran Bretagna. Nell’accelerare la fine del regime fascista, questi italiani sperano di assicurarsi un posto al tavolo della pace, nonché uno status positivo nel futuro assetto del globo. Una settimana dopo, il piano viene discusso e bocciato in una riunione segretissima del gabinetto di Guerra, presieduta dal ministro degli Esteri Eden. Churchill, che non ha potuto partecipare alla riunione perché si trova a Casablanca, in Marocco, per un vertice con il presidente americano Roosevelt, quando rientra a Londra critica quella decisione e invita il Soe a riprendere i contatti con Rusca. Ma «Vulp» non si fa più sentire. È a quel punto che entra in scena un altro personaggio, assai più importante, che fino ad allora ha lavorato nell’ombra: l’industriale di Ivrea Adriano Olivetti, anch’egli da tempo in contatto con il Soe. Il suo ruolo, decisivo per le sorti del paese, è venuto alla luce grazie ai documenti ritrovati di recente negli archivi britannici. 

Il 15 giugno 1943, dalla sede di Berna del servizio inglese viene spedito un lungo rapporto alla centrale londinese: Ieri sera abbiamo incontrato Adriano Olivetti, proprietario dell’omonima ditta di macchine per scrivere. [...] Negli ultimi due anni ha visitato Berna di frequente, nel corso di brevi viaggi di affari. Era solito incontrarsi con l’agente «Jq 400» per questioni di lavoro, che poi a sua volta mi riferiva sulle conversazioni. [...] D’ora in poi, Olivetti sarà chiamato «Brown». [...] L’elemento essenziale che emerge dalle conversazioni con «Brown» è il seguente: egli afferma di poter organizzare in Italia un’opposizione in grado di rovesciare il regime fascista. In altre parole, egli può offrirci qualcosa di concreto in territorio italiano. [...] È convinto che l’Italia debba schierarsi attivamente a fianco degli Alleati. Tuttavia, ciò non può avvenire in una volta sola. Anzitutto, occorre eliminare il regime e arrivare a una cessazione delle ostilità tramite, ad esempio, Badoglio. Siamo rimasti colpiti dall’energia di «Brown». È una persona dotata che ha sempre dimostrato un grande talento imprenditoriale. Se è un tipo in gamba, come io ritengo, al momento è questa la miglior scommessa che possiamo fare.

Il rapporto si conclude così: Abbiamo ricevuto un’improvvisa telefonata di «Phillips» e partiamo per Lugano domani mattina. Saremo di ritorno il 17 per incontrarci nuovamente con «Brown». Per piacere, inviateci i vostri commenti prima di quella data. Ma chi è «Phillips», o meglio, «Carr Phillips»? Niente meno che Filippo Caracciolo, all’epoca console italiano a Lugano, nonché uomo del Soe e padre di Carlo, il futuro editore del gruppo Espresso-la Repubblica. La risposta di Londra arriva proprio il 17 giugno. Ed è scettica: il progetto di golpe elaborato da Olivetti richiede troppo tempo per essere sviluppato e si basa sul presupposto che gli Alleati sospendano i loro piani di sbarco in Sicilia, il cui inizio è previsto per il successivo 10 luglio. In ogni caso, la cessazione delle ostilità suggerita dal Soe di Berna, probabilmente d’accordo con «Brown», si potrà prendere in considerazione «solo quando l’Italia si arrenderà senza condizioni». L’impressione, a Londra, «è che l’approccio di “Brown”, assieme ad altri contatti della stessa natura, derivi dal desiderio di far uscire l’Italia dalla guerra (se necessario, rovesciando il regime fascista), per evitare che il paese sia invaso dagli Alleati». Ma è un approccio in contrasto con i veri obiettivi britannici: «Soltanto una resa senza condizioni, proposta dall’attuale governo [Mussolini, nda] o da quello che potrebbe rimpiazzarlo [Badoglio, nda], eviterà all’Italia di trasformarsi in un campo di battaglia [...]. I nostri piani prevedono la conquista assoluta dell’Italia».

È del tutto evidente che, per il governo inglese, l’obiettivo di liberare il nostro paese dal nazifascismo è posto in secondo piano rispetto all’esigenza di conquistare un totale predominio politico, militare ed economico sulla penisola. Una conferma arriva anche dall’ultimo passo del documento, dove viene liquidata senza mezzi termini la proposta di Olivetti di costituire all’estero una sorta di comitato antifascista, con sede a Londra, di cui facciano parte tre personalità di spicco del mondo azionista: Luigi Salvatorelli, Carlo Levi e Ugo La Malfa. «Noi daremo il benvenuto alle personalità menzionate nel vostro telegramma, ma solo nell’ambito delle attività del Soe. Non vi sarà, cioè, alcuna garanzia che esse possano essere riconosciute dal governo britannico.» In questa fase del conflitto, dunque, gli inglesi non vogliono alcun interlocutore politico tra gli italiani oppositori del fascismo, ma solo agenti segreti. E ne è prova ulteriore la nota di commento scritta dal Soe di Londra prima di consegnare al governo il messaggio giunto da Berna: Sembra che Olivetti sia riuscito a penetrare in profondità gli ambienti antifascisti, veri o potenziali che siano.

Escludendo la possibilità che egli sia stato ingaggiato dai fascisti per tale compito, possiamo concludere che, ora, gli antifascisti si sentano sufficientemente forti e che non desiderino rimanere inattivi. Olivetti è ottimamente piazzato per coordinare i vari elementi, oppure per scegliere quelli che offrono le migliori garanzie di un’azione concreta. Inoltre ha dimostrato di essere un ottimo imprenditore. Le sue capacità manageriali lo rendono adatto a un lavoro organizzativo. Di fatto è un via libera a Olivetti, ma a condizione, appunto, che si muova dentro i confini dell’intelligence e con compiti esecutivi. In un nuovo incontro con il Soe in Svizzera, «Brown» accetta il no a un «comitato italiano all’estero». Ma ripropone il suo progetto di golpe per rovesciare il regime e dichiarare la neutralità dell’Italia prima dello sbarco alleato. Si tratterebbe però «di una finta neutralità, che favorirebbe la nostra presenza nella penisola. In seguito, l’Italia diverrebbe nostra alleata» spiegano gli agenti di Berna alla centrale di Londra, il 19 giugno. E riferiscono il commento di Olivetti all’obiezione che i preparativi per lo sbarco non possono essere fermati in attesa che Mussolini venga rovesciato: «Il nuovo governo finirebbe per essere scredita- to e avrebbe così vita breve». A ogni modo, «“Brown” gradirebbe discuterne con Badoglio e altre personalità. [...] Lo contatteremo nuovamente il 26 giugno prossimo per comunicargli le nostre scelte». Intanto, però, il consiglio di Berna a Londra è di «sostenerlo senza esitazioni di sorta» perché «è una persona capace, concreta e coraggiosa» e può aiutare anche a riattivare «tutti i precedenti contatti» inglesi in Italia. 

Il golpe inglese. Da Matteotti a Moro: le prove della guerra segreta per il controllo del petrolio e dell’Italia 

Autori: Mario José Cereghino Giovanni Fasanella

Editore: Chiarelettere

pp. 368

 

 

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