Uscire dall'abisso con ritmo

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jazz

I periodi di crisi economica hanno sempre stimolato gli artisti a riflettere di più sulla propria arte, rappresentando i dubbi e le tensioni dell’ambiente dell’epoca. Il jazz in generale, e Brad Mehldau in particolare, offrono una chiave di lettura interessante per riflettere su cosa ci sta succedendo.

Se facciamo un paragone, non troppo azzardato visti i tempi che corrono, con la crisi degli anni ’30, li’ il jazz si era trasformato da forza dirompente nei roaring twenties [1] con i vari Count Basie e Benny Goodman in musica più colta ed introspettiva negli anni ’30, suonata dalle ensenble di Duke Ellington a New York e, in Europa, dall’esplosione di Django Reinhardt. Si era passato da uno swing pieno di irruenza a suoni più ragionati e molto influenzati da altri generi musicali (dalla musica classica ai suoni gitani).

Possiamo osservare come la musica jazz si stia adattando ai tempi attraverso l’evoluzione di Brad Mehldau. Mehldau è uno dei più bravi pianisti jazz in giro e sicuramente ne avrete sentito parlare.

E’ diventato famoso molto giovane per aver reinterpretato in chiave jazz standard moderni (Paranoid Android dei Radiohead per esempio), ha suonato con i grandissimi (Metheny e Koonitz per esempio) ed ottenuto successo su tutti e due i lati dell’Atlantico (pubblica sia per ECM che per Verve d’altronde), venendo paragonato da molti a Bill Evans e Keith Jarret.

Se osserviamo la sua evoluzione è diventato famoso nel boom del dot-com, dell'esplosione di internet, intitolando con molta umiltà il suo secondo album, appena 27nne, “The Art of the Trio” e collaborando alla colonna sonora di "Eyes Wide Shut", la pellicola di Stanly Kubrick.

La sua musica aveva colpito per aver scelto come standard non solo i classici (Cole Porter ad esempio) ma soprattutto i Beatles ed i Radiohead, avvicinando una nuova generazione di appassionati al jazz (incluso il sottoscritto). Comportandosi come un giovane californiano che con grande coraggio (ed arroganza) prova a ridefinire gli standard della rete con la sua start-up.

Negli anni successivi ha sviluppato il suo Trio in ben cinque “Art of the Trio”, venendo considerato la grande speranza del Jazz mondiale under 40. Ha registrato con grandissimi e riempito teatri in tutto il mondo. Esattamente come una azienda di successo ha continuato a crescere facendo, molto bene, more of the same [2].

Dal 2006 (non a caso l’anno prima dell’inizio della crisi) la sua musica ha preso una piega differente, avvicinandosi alla musica classica (con Highway Rider scritto e registrato con un orchestra sinfonica) ed all’opera (i CD di duetti registrati con cantanti famosissime come Renee’ Fleming ed Anne Sofie Von Otter). Trovando una prospettiva molto piu’ profonda, allargando i propri orizzonti con umilta’ e rispetto a generi meno leggeri.

E’ curioso vedere come uno dei suoi standard più famosi (Blackbird dei Beatles) si sia evoluto nel tempo. E’ stato registrato per la prima volta nel 1997 nel suo trio ed e’ una versione piena di ego della canzone dei Beatles.

Il pianoforte domina totalmente la scena ed insegue il refrain più volte imponendolo agli altri strumenti. Lo stesso tema viene registrato nel 2010 con Anne Sophie Von Otter, la famosa soprano Svedese. La musica e’ molto cambiata, diventando un duetto tra due pari ed e’ molto piu’ intima e profonda. Al tempo stesso bellissima. 

Ambedue le versioni sono notevoli, ma, citando Fukuyama, è come se nella prima si fosse pensato che la storia fosse finita (avendo appreso già tutto), mentre nella seconda si ritrova una prospettiva piu’ completa ed umile (la storia continua in maniera ciclica, quindi possiamo ispirarci anche ad esempi piu’ colti quando guardiamo al futuro).

Volendo fare un paragone di business, passando dall’essere una start-up in procinto di quotarsi in borsa (come Facebook ad esempio), convinta di aver ridefinito tutto lo scibile nel proprio campo, all’essere una società matura (la Apple ad esempio), ispirandosi anche al di fuori dal proprio campo e con un dinamismo completato dall’esperienza.

[1] Letteralmente i "ruggenti Venti", fa riferimento agli Anni ’20 del secolo scorso negli Stati Uniti, definiti così per la dirompente energia, ben immortalata nel Great Gatsby di Scott Fitzgerald e dall’eroismo di Lindbergh.

[2] Una delle lezioni fondamentali del business americano è che trovato un modello di successo si puo’ replicarlo su larga scala con aggiustamenti minimi ed a rischio inferiore, e questo si e’ osservato in molti casi dai ristoranti di McDonald agli hotel Hilton.

 

CommentiCommenti 5

Francesco Martinelli (non verificato) said:

Io non so se lei sia esperto di economia. Di jazz certamente no.
"li’ il jazz si era trasformato da forza dirompente nei roaring twenties [1] con i vari Count Basie e Benny Goodman in musica più colta ed introspettiva negli anni ’30, suonata dalle ensenble di Duke Ellington a New York e, in Europa, dall’esplosione di Django Reinhardt. Si era passato da uno swing pieno di irruenza a suoni più ragionati e molto influenzati da altri generi musicali (dalla musica classica ai suoni gitani)."
A prescindere dagli errori (dalle ensenble, si era passato) su cosa basa l'affermazione che Duke Ellington sia stato preceduto da Basie e Goodman? Ha dato un'occhiata alle date di nascita dei musicisti, o di incisione dei loro dischi? Duke è più anziano di 5 anni di Basie, e ha inciso dieci anni prima (nel 24). Goodman è di altri 5 anni più giovane e incide per la prima volta nel 32. Django operava in Europa, situazione del tutto diversa e incommensurabile, che richiede una trattazione a parte. La sua "esplosione" fu comunque una invenzione di un piccolo gruppo di appassionati di jazz.
La informo altresì che le corrette ortografie dei nomi propri sono Konitz e Jarrett.

Paolo Savini Nicci (non verificato) said:

Salve Francesco e grazie per il commento.
Ovviamente mi scuso per l'errore di spelling, assolutamente non voluto e che sara' corretto. Di jazz preferisco definirmi un'appassionato piu' che un'esperto e la mia opinione sulla evoluzione temporale non e' basata sulle date di nascita degli artisti ne' sulla discografia per se ma su una effettiva influenza sul genere jazz, un ragionamento che puo' apparire semplicistico ma che permette di apprezzare il trend. Ovviamente le specificita' dei vari artisti sono piu' complesse.
Complimenti per il tuo sito, veramente molto approfondito.
Cari saluti,

Paolo Savini Nicci

Francesco Martinelli (non verificato) said:

E come si manifesterebbe questa "effettiva influenza sul genere jazz" che permette di apprezzare "il trend" se non su base oggettiva attraverso dati biografici, esibizioni dal vivo e registrazioni?
Lei ritiene che Benny Goodman abbia avuto una effettiva influenza sul genere jazz negli anni Venti, iniziati quando lui aveva undici (11) anni?
Mi dia per gentilezza un esempio, di qualsiasi tipo, dell'influenza esercitata da Goodman o da Basie negli anni Venti. Basta anche una citazione da qualsiasi storico del jazz che li elenchi tra i musicisti (strumentisti, compositori) del decennio.