A 65 anni dalla scissione di Palazzo Barberini

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saragat

Gli studi sul primo socialismo democratico italiano sono numerosi. Esso non aveva questa denominazione, bensì quella di Socialismo riformista, ma il lungo percorso compiuto lo avrebbe portato fino a tempi a noi prossimi, lasciandone inalterati le motivazioni ideali di fondo e i caratteri dell’azione politica. Meno approfondito è lo studio sul socialismo democratico italiano, quale venne articolandosi in gruppi, movimenti e partiti, dopo la seconda guerra mondiale.

Su questo ritardo hanno pesato diverse ragioni. In primo luogo una sorta di ostracismo storiografico, che derivava dal pari ostracismo politico esercitato verso le correnti culturali e politiche, che, nel gennaio 1947, confluirono nel Partito socialista dei lavoratori italiani di Giuseppe Saragat. La denuncia del “tradimento” della classe operaia, con la scissione di palazzo Barberini, e dell’“asservimento” alla Democrazia cristiana ed agli americani, crearono uno sbarramento culturale per quanti intendessero porsi allo studio della storia del PSLI.

Nel tempo l’anatema è caduto e diverse ne sono state le ragioni, prima fra le quali la crisi combinata del marxismo teorico e di quello “realizzato”, che si definì nel decennio che conduce al 1989. Venuti meno schematismi ideologici e corrispondenti pulsioni politico-culturali, anche il mondo accademico ha iniziato ad interessarsi con sguardo meno disattento sia alla vicenda del socialismo democratico “saragatiano” sia alle elaborazioni proprie della galassia socialista, che, negli anni fra la fine del conflitto mondiale e l’inizio della guerra fredda, rivendicava forte autonomia nel campo politico e culturale della sinistra italiana.

Saragat avviò la sua esperienza politica aderendo, nel 1922, al Partito socialista unitario di Filippo Turati e Claudio Treves, e compiendo, quindi, fin dall’inizio una scelta a favore di un socialismo democratico e gradualista, schierandosi con il gruppo politico tradizionalmente definito “riformista” in contrapposizione alla dirigenza “massimalista” del Partito socialista italiano. Questa sua scelta si sarebbe rafforzata negli anni dell’esilio. Saragat, a differenza di gran parte dei suoi compagni emigrati a Parigi, nel 1926 si trasferì in Austria dove rimase tre anni e dove visse un’esperienza molto importante per due ragioni principali.

Innanzitutto egli entrò in contatto con Otto Bauer e con la dottrina austromarxista, che come è noto sosteneva la necessità che il marxismo si coniugasse con la democrazia e che la lotta per l’emancipazione riguardasse anche il vasto campo dei ceti medi. Durante l’esilio viennese, Saragat espresse più volte la necessità che in Italia venisse costituito un partito socialdemocratico. 

È interessante, a questo proposito citare un passo di una lettera scritta da Vienna, nell’aprile 1928, all’amico Modigliani: "In un’Europa veramente democratica -scriveva Saragat- il fascismo italiano o prima o poi dovrà calar le braghe. Però bisogna portare in porto un Partito socialdemocratico disposto a collaborare con la fresca borghesia… Per me la decisione ideale del 1922 è definitiva e l’unità non la concepisco che come conquista alle nostre idee di tutte le correnti traviate dal massimalismo".

Il secondo fattore che caratterizzò la permanenza a Vienna fu l’incontro con alcuni esuli provenienti dall’Unione Sovietica. A differenza, quindi, dei compagni soggetti alla propaganda comunista francese, Saragat comprese con maggiore consapevolezza quale fosse la reale natura del regime sovietico. Dopo il triennio trascorso in Austria si trasferì, nel 1930, in Francia dove visse tredici anni, rientrando in Italia a seguito della firma dell’armistizio dell’8 settembre 1943.

Fondamentale nel suo processo di formazione culturale fu la successiva nomina ad ambasciatore italiano a Parigi, esperienza che durò un anno, dall’aprile 1945 al marzo 1946, e che Saragat accettò con entusiasmo potendo così ricongiungersi alla famiglia rimasta a Saint-Gaudens. Nel corso di quest’anno, egli non solo riprese i contatti con i socialisti francesi e con Léon Blum, ma, soprattutto, incontrò i rappresentanti diplomatici delle principali potenze mondiali, dibattendo sulle spinose questioni relative al trattato di pace.

Determinanti per la successiva decisione di dare vita, di lì a poco, ad un nuovo soggetto politico nell’ambito della sinistra italiana, furono i due incontri che ebbe con l’ambasciatore sovietico Bogomolov, nel corso dei quali si consolidò in Saragat la convinzione che il movimento socialista poteva avere, a livello nazionale ed europeo, una parte importante rispetto alla contrapposizione fra le due grandi potenze e nella creazione di una “terza forza” socialista, europea ed indipendente.

Riferendo al ministro degli Esteri, De Gasperi, il contenuto del suo ultimo incontro con Bogomolov (gennaio 1946), Saragat evidenziò quanto grande fosse, a suo dire, il timore del collega russo circa la possibile nascita di un terzo blocco socialdemocratico a ridosso dei confini sovietici: «I rapporti fra i singoli Stati europei e l’America -osservava Saragat- si collocano per la rozza dialettica russa sullo stesso piano dei suoi rapporti con i detti Stati. 

Nel manicheismo primitivo che è al fondo della religiosità comunista, questa lacerazione del mondo in una sfera capitalistica americana ed una sfera comunista eurasica appare dettata da una logica dei contrari che rientra nel quadro della cosiddetta dialettica materialistica… Ciò che la Russia teme oggi è il “terzo” che può sorgere irto di incognite e portatore di valori che sfuggono al suo controllo: l’Europa democratica e socialista… Di qui la sua avversione per le correnti genuinamente democratiche del socialismo dei vari Paesi del continente ed il tentativo di distruggerle con accorgimenti tattici che vanno dalla lusinga fusionistica alla violenza aperta e brutale".

Saragat rientrò in Italia fermamente convinto che l’antica avversione comunista nei confronti delle socialdemocrazie europee, messa da parte dopo la “svolta” staliniana sancita nel VII congresso dell’Internazionale comunista, avrebbe nuovamente preso vigore nel secondo dopoguerra. Per questa ragione, ogni tentativo da parte socialista di fusione con il PCI doveva essere fortemente osteggiato. Per evitare il pericolo “fusionista”, quindi, dopo appena un anno di attività diplomatica, Saragat, decise di tornare in Italia dove riprese la sua azione all’interno del PSI.

E' proprio in occasione del congresso nazionale di Firenze dell’aprile 1946 che, alla sua indiscutibile leadership culturale come studioso del marxismo e sostenitore della via socialista e democratica per il movimento operaio italiano ed internazionale, si affiancò la figura del leader politico, al quale cominciò a fare riferimento una consistente componente del Partito socialista italiano, fortemente contraria ad ogni eventuale fusione con il PCI. Questa prestigiosa componente, costituita principalmente dai gruppi di Critica Sociale (U.G. Mondolfo, Saragat, Faravelli) e Iniziativa Socialista (Zagari, Vassalli, Matteotti), lo avrebbe seguito, di lì a pochi mesi, nella scissione di palazzo Barberini (gennaio 1947).

Nel congresso nazionale di Firenze del 1946 la posizione antifusionista di queste componenti fu netta. Rispetto a questi gruppi, che pubblicavano le omonime riviste, Saragat esercitò prima di tutto una forte leadership culturale. La sua concezione democratica del marxismo, affermata costantemente senza flessioni, sarà l’elemento di coagulo forte nel gruppo di “riformisti”, che diede vita, nel gennaio 1947, al Partito socialista dei lavoratori italiani. Fra questi i nomi di prestigiosi esponenti del socialismo riformista prefascista (Modigliani, Schiavi, Rigola, D’Aragona, Altobelli).

Più impegnativa fu la leadership politica di Saragat, cioè la sua capacità di determinare orientamenti e strategie del gruppo. Per la ragione che questa leadership, che certamente fu forte, risentì molto delle variazioni del complesso contesto politico di quegli anni.

Una leadership politica, quella di Saragat, esercitata verso un partito che risultò subito connotato dalla presenza di forti personalità. Esponenti storici del socialismo italiano (si pensi a Mondolfo, Modigliani, D’Aragona), che godevano di un loro personale “carisma” e che da decenni avevano creato intorno a sé un fortissimo consenso personale.

Saragat non aveva certo il carattere del leader, quale comunemente si immagina: forte capacità di comunicazione personale, atteggiamenti populistici, ars retorica rivolta al più ampio pubblico.

Nonostante tutto, alla fine della guerra, in una situazione politica molto difficile come quella italiana, fortemente segnata dai condizionamenti internazionali, Saragat, contrastando la dura opposizione dei comunisti e dei compagni socialisti del PSI, riuscì ad infondere entusiasmo, riscuotendo il consenso di una numerosa schiera di militanti e di dirigenti socialisti, ma, soprattutto, coinvolgendo nel suo progetto gran parte delle forze giovani del movimento socialista italiano riunite nella Federazione giovanile socialista, e diede vita ad un nuovo partito socialista lontano dalle posizioni dei “nenniani” ma in linea con gli altri partiti socialisti europei, legato ai valori della democrazia e della libertà.

Gli anni dal 1947 al 1952, quindi, videro il progressivo e netto allontanamento dei due partiti socialisti italiani, nati dopo la scissione di palazzo Barberini. Il Partito socialista italiano di Pietro Nenni rafforzò il suo legame con il Partito comunista italiano, nonostante i risultati delle elezioni del 18 aprile 1948; il PSLI di Saragat tentò di perseguire due obiettivi fondamentali, difficili, tuttavia, da conciliare, secondo il giudizio di una parte della stessa dirigenza socialista democratica e dell’elettorato: da un lato si cercò di contrastare e “controllare” le spinte conservatrici presenti nella DC, soprattutto sul fronte economico, attraverso la partecipazione ai governi di De Gasperi; dall’altro si tentò di favorire la riunificazione del movimento socialista italiano, che avrebbe dovuto riconquistare il ruolo di guida della sinistra italiana, sottraendolo al PCI. 

Questa doppia strategia fu perseguita, innanzitutto, attraverso una chiara scelta europeista, con l’adesione convinta al piano Marshall e al processo di integrazione europea che da esso sarebbe scaturito, e una successiva e più chiara scelta occidentale e atlantica, con l’accettazione del Patto atlantico, in difesa della democrazia politica e delle libertà fondamentali, che i regimi capitalistici dell’Occidente, nonostante le contraddizioni e gli scompensi generati dal proprio sistema economico, garantivano.

Era necessario, poi, lavorare per la costituzione di uno schieramento “terzaforzista” che, in politica interna, sarebbe stato costituito dall’incontro tra quei movimenti socialisti e riformisti favorevoli ad un consolidamento delle nuove istituzioni repubblicane; in politica estera, il continente europeo, grazie all’impulso dato dal piano Marshall, avrebbe dovuto affermare la propria autonomia, politica ed economica, collocandosi fra i nascenti blocchi contrapposti.

Con la scissione di palazzo Barberini, fu rinnovato, quindi, il tentativo, intrapreso da Filippo Turati nel 1922, di dare vita ad un partito socialdemocratico di stampo europeo. I risultati dell’iniziativa guidata da Saragat, tuttavia, furono inferiori alle attese, nonostante il leader socialista democratico avesse coinvolto nel suo progetto numerosi fra i più importanti esponenti del socialismo italiano in età liberale. La strategia del PSLI si scontrò fin da subito con la grave situazione economica e sociale dell’Italia, che vide un peggioramento proprio nel 1947, e con il crescente contrasto fra Stati Uniti d’America e Unione Sovietica, che ebbe gravi ripercussioni sugli equilibri politici interni ai singoli paesi.

Le vicende del 1947, nel loro incalzante susseguirsi, generarono nel neo-nato PSLI forti incomprensioni fra le diverse correnti che avevano aderito all’iniziativa di Saragat: fra questi motivi di attrito, centrale, ad esempio, fu la questione dell’opportunità di avviare e, poi, di proseguire, la difficile collaborazione governativa con la DC e il Partito liberale italiano.

Del resto, il PSLI era nato dall’incontro fra correnti culturali e ideologiche assai diverse e aspetto costante della sua prima attività fu proprio una ripetuta contrapposizione fra le sue “anime” interne, che avrebbe determinato continue fibrillazioni negli organismi dirigenti del partito e portato a numerose scissioni. Il PSLI, quindi, si caratterizzò fin da subito per l’evidente mancanza di quella ferrea “disciplina di partito” propria della tradizione massimalistica e comunista.

Nel 1947 gli spazi di azione politica fra le masse operaie e contadine si rivelarono subito assai ridotti a causa di una netta preponderanza della propaganda social-comunista alimentata dal mito di un’Unione Sovietica vista come modello da seguire per uscire dalla crisi economica e sociale in cui versava l’Italia nell’immediato dopoguerra.

Come ampiamente dimostrato da Victor Zaslavsky (v. “Lo stalinismo e la sinistra italiana”, Mondadori, Milano 2004), il PCI e il PSI di Pietro Nenni, in quegli anni, agivano nel rispetto delle strategie “staliniane”, sostenuti dai cospicui finanziamenti sovietici; i socialisti democratici, quindi, non riuscirono a contrastare efficacemente l’azione di forte e costante discredito nei loro confronti, avviata fra le masse operaie e contadine, così come non riuscirono a conquistare largo consenso fra i ceti medi, a causa del diffuso timore da parte di questi ultimi di un avanzamento del “pericolo comunista”.

La situazione di grave crisi economica e sociale, sul fronte interno, e il definirsi, a livello internazionale, della contrapposizione fra blocchi esasperarono gli animi e strinsero in una morsa i socialisti democratici, i quali, anche a causa delle ristrettezze finanziarie, non riuscivano a trasformare in voti i consensi che si andavano generando intorno al progetto socialdemocratico, in particolare tra il 1947 ed i primi mesi del 1948.

Dopo il primo anno trascorso all’opposizione, fra DC, da una parte, e PCI e PSI, dall’altra, il PSLI decise di giocare, nel dicembre 1947, la carta della collaborazione governativa. La nascita del Cominform, in autunno, e l’avvio di una lunga serie di agitazioni sociali guidate dal PCI e dalla Confederazione generale italiana del lavoro, che sfociarono anche in una serie di azioni contro le sedi del PSLI e nell’occupazione della prefettura di Milano, convinsero i socialisti democratici dell’esigenza di “fare quadrato intorno alle libertà minacciate”.

Il varo del piano Marshall, poi, rappresentò la seconda fondamentale ragione che spinse il PSLI ad avviare la collaborazione governativa con De Gasperi e Einaudi, con l’intento dichiarato di controllare e garantire che gli aiuti americani non fossero oggetto di politiche liberistiche, ma che l’utilizzo dei suddetti finanziamenti fosse programmato e “pianificato”, a vantaggio dei ceti meno abbienti, così come chiedevano gli stessi Stati Uniti d’America.

L’adesione al piano Marshall da parte dei socialisti democratici significò l’accettazione di un modello economico e sociale come quello del sistema capitalistico occidentale. Saragat e tutti gli esponenti del PSLI accolsero positivamente la proposta americana, ritenendola l’unico strumento per poter garantire la ripresa italiana ed europea.

Erano convinti che il piano Marshall avrebbe indirettamente attuato i principi classici dell’internazionalismo socialista: pianificazione economica nazionale finalizzata a migliorare le condizioni di vita della classe operaia per avvicinarla ai ceti medi e raggiungere, così, l’unità della classe lavoratrice; ma anche pianificazione economica europea per favorire la cooperazione fra gli stati e la nascita di una Federazione socialista europea.

I risultati del PSLI alle elezioni del 1948 (7,1%), nonostante il peso decisivo che ebbero per la maggioranza in Senato, non soddisfecero i dirigenti socialisti democratici. Sul piano dell’analisi storica, tuttavia, questo dato appare di grande rilievo: i voti del PSLI, infatti, risultarono certamente decisivi per la vittoria del raggruppamento centrista e la sconfitta della prospettiva socialcomunista.

L’insufficiente peso parlamentare ed i rapporti di forza sfavorevoli all’interno dell’esecutivo, impedirono ai ministri socialisti democratici di affermare le proprie posizioni: fu così nei primi mesi del 1948, nel quarto governo De Gasperi. Dopo le elezioni dell’aprile, anche nel quinto governo De Gasperi si riprodussero gli stessi equilibri.

La strategia “terzaforzista”, quindi, fortemente indebolita anche dalla decisione del Partito d’Azione di entrare nel PSI, ben presto continuò ad essere sostenuta solo da quella influente corrente di sinistra e neutralista, guidata da Ugo Guido Mondolfo e Giuseppe Faravelli e contraria alla collaborazione governativa, che si costituì all’interno del PSLI, dopo le elezioni del 1948, in opposizione alla leadership politica di Saragat.

Il sostegno proveniente dai partiti socialisti dell’Europa occidentale e dal Comitato per la ricostruzione dell’Internazionale socialista (COMISCO) ai socialisti democratici italiani, che corrispose ad un progressivo allontanamento del PSI dall’organismo stesso, fu un importante riconoscimento dato al PSLI, dopo le notevoli delusioni raccolte sul fronte dell’azione politica interna.

La denuncia della scelta liberista, considerata dai socialisti democratici inevitabile nel 1947 per far fronte ai problemi dell’immediato dopoguerra, fu progressivamente operata dal PSLI a partire dalla seconda metà del 1948, a causa, come si è detto, dell’impossibilità da parte della sua delegazione di ministri e sottosegretari di incidere concretamente sull’attività di governo, e portò il partito, a seguito di contrasti interni e di una ennesima scissione, a concludere nel 1951 l’esperienza di governo al fianco di De Gasperi. 

Il voto parlamentare sull’adesione dell’Italia alla NATO (marzo 1949), vide schierati all’opposizione diversi parlamentari del PSLI e la successiva creazione del Partito dei socialisti unitari (Silone e Codignola; U. G. Mondolfo e Faravelli; Zagari, Matteotti e Vassalli; Romita).

La scissione del dicembre 1949 e la nascita del Partito socialista unitario di Giuseppe Romita e Mondolfo, quindi, indebolirono ulteriormente il fronte socialista democratico.

In tutto ciò, l’azione dei governi “centristi” unitamente all’attività conoscitiva promossa dal Parlamento e guidata anche dal socialista democratico Roberto Tremelloni, il consolidamento della moneta, l’ammodernamento del settore industriale, non modificarono significativamente le strategie dei partiti e l’orientamento dell’opinione pubblica.

L’annuncio del possesso della bomba atomica da parte dell’URSS, la vittoria di Mao in Cina e la sua alleanza con l’URSS, alimentarono fra le masse il mito di un comunismo internazionale garante degli equilibri mondiali.

La rifondazione dell’Internazionale socialdemocratica, alla metà del 1951, ridiede forza al processo di unificazione socialista. PSLI e PSU si ricongiunsero nell’aprile 1951, con la nascita del Partito socialista - Sezione dell’Internazionale socialista. Di lì a poco, tuttavia, le elezioni amministrative avrebbero confermato quanto fosse difficile allontanare le masse dal fronte social-comunista. Estrema destra ed estrema sinistra acquistavano maggiore consenso.

I socialisti democratici italiani, quindi, avviarono una strategia tendente ad evitare l’“accerchiamento” dei partiti di centro, cercando di rendere quanto più chiare la propria identità e le proprie finalità, a partite dalla modifica del nome: nel gennaio 1952 fu assunto quello di Partito socialista democratico italiano.

Le successive elezioni amministrative del maggio 1952, confermarono la perdita di consensi della DC e dei partiti di centro; ciò ebbe come conseguenza il rafforzamento delle posizioni di Saragat all’interno del PSDI, a favore cioè di una più stretta collaborazione con i democristiani, e la convinzione della necessità di condividere il progetto di riforma elettorale sostenuto dalla DC, scelta questa che avrebbe portato ad una nuova scissione interna, con l’uscita dal PSLI di alcuni esponenti di spicco (Codignola, Faravelli, Greppi e Bonfantini), i quali opponendosi alla nuova legge elettorale (comunemente definita “legge truffa”), assieme ad un gruppo di repubblicani guidati da Ferruccio Parri, uscito dal PRI, diedero vita ad un nuovo raggruppamento politico, Unità popolare.

Il PSDI si presentò alle elezioni del 1953 fortemente indebolito: i risultati elettorali non soddisfacenti e la conferma degli equilibri a sinistra, convinsero i socialisti democratici ad abbandonare definitivamente la strategia di opposizione alla DC e ai suoi governi e a riprendere la collaborazione governativa con Scelba nel 1954.

La vicenda del PSDI dal 1952 in poi, quindi, ha posto il tema dello stabile e continuativo rapporto di questo partito con il sistema di potere democristiano.

Il sistema politico, creatosi con al centro la DC, è stato variamente etichettato in ambito storiografico, spesso con la conseguenza di una insufficiente conoscenza delle reali dinamiche politiche del tempo. “Democrazia bloccata”, “partitocrazia”, “conventio ad excludendum” verso il PCI, “sovranità limitata”, ed altre espressioni di questo tipo costellano la produzione storiografica accademica ed erudita e quella giornalistica. Di questa lettura fortemente strumentale e, in taluni casi, faziosa, ha fatto le spese la ricostruzione storica delle vicende del PSLI e, quindi, del PSDI.

Dopo il buon risultato elettorale del 18 aprile 1948, il consenso ai socialisti democratici, in termini di voti, si restrinse al di sotto del cinque per cento, con periodiche, modeste oscillazioni. Sia le elezioni amministrative che quelle politiche del 1953 dimostrarono che l’obiettivo dei socialdemocratici, di porsi alla testa dell’universo socialista e della sinistra, in competizione con il PSI e con il PCI, si sarebbe rivelato realisticamente irraggiungibile. Saragat e il partito oscillarono, quindi, fra opposizione e partecipazione ai governi a guida democristiana.

Con riguardo alle ragioni di queste difficoltà, molte ipotesi plausibili sono state avanzate e possono confermarsi. Il PSDI non riuscì mai a divenire partito di massa, nella lunga stagione in cui questo tipo di partito fu prevalente. Fu soprattutto -come oggi si dice- un partito d’opinione, destinato a raccogliere il consenso di quanti, nell’ambito della sinistra, non condividevano la cultura, le forme di organizzazione e d’agitazione proprie della tradizione marxista internazionalista.

Il PSDI non riuscì a divenire nemmeno partito dei ceti medi, verso cui, tuttavia, indirizzava, forte propaganda politica. E ciò fu dovuto alla presenza della DC, che soprattutto nel ceto medio del settore pubblico avrebbe riscosso amplissimo consenso.

Insomma, sia a sinistra che a destra, lo spazio politico del PSDI appariva assai stretto.

Più importante fu la posizione politica del PSDI verso i compagni socialisti, soprattutto dopo il 1956. Le premesse di un riavvicinamento, che dopo alcuni anni avrebbe portato alla riunificazione con il PSI (1966), sono precedenti alle vicende dell’ottobre ungherese. L’incontro di Pralognan dell’agosto 1956 fra Saragat e Nenni è importante per comprendere la fase di incubazione della politica di centro-sinistra, di cui aspetto importante fu il distacco del PSI dai comunisti.

Sarebbero trascorsi ancora sette anni sino alla costituzione del primo governo Moro di centro-sinistra organico, nel dicembre 1963.

Quanto incisivo fu il ruolo di Saragat e del PSDI verso la scelta autonomista del PSI? E’, questo, un importante campo di indagine. Certo è che, maturato nel corso degli anni dopo il 1956, l’orientamento socialista verso una partecipazione governativa, e la contemporanea caduta di tante pregiudiziali all’interno della DC, si definirono appieno con le elezioni politiche del 1963. La DC arretrò, i socialisti democratici avanzarono, il PSI restò fermo.

Per quanto riguarda, poi, gli aspetti più significativi del rapporto fra Moro e i socialisti democratici italiani, essi possono essere riassunti in quattro momenti principali: fase di incubazione del centro-sinistra, primo, secondo e terzo governo Moro.

Negli anni che vanno dal marzo 1959, quando Moro venne eletto segretario della DC, sino al gennaio 1962 (congresso della DC a Napoli, che deliberò l’apertura a sinistra), il tema più importante dei rapporti fra la DC di Moro e il PSDI fu l’azione di avvicinamento e di incontro con le posizioni del PSI.

Il varo del primo governo Moro di centro-sinistra organico fece seguito a lunghe discussioni fra i partiti della nuova coalizione, al centro delle quali vi era il tema della programmazione economica.

Su questa strategia di medio periodo il PSDI, per iniziativa di Tremelloni, aveva condotto una lunga battaglia sin dal tempo dei governi degasperiani, incontrando dura opposizione nella destra democristiana, nei liberali e nella Confindustria. Con il primo governo Moro questa battaglia dei socialisti democratici si concluse positivamente, anche se il “piano quinquennale” proposto dal socialista Giolitti, ministro del Bilancio, fu una delle ragioni della crisi del primo governo Moro. 

Altro aspetto dell’accordo di governo fu inerente al tema dell’atlantismo, connesso con quello dell’europeismo. Anche questo era stato un campo di forte impegno di Saragat e dei socialisti democratici sin dal 1947. Con i governi Moro questa linea politica si approfondì, tanto che nel 1964 Saragat, ministro degli Esteri, presentò una “Dichiarazione” per l’avvio di una cooperazione politica sistematica tra gli Stati europei.

Nel secondo governo Moro, oltre all’approfondimento delle tematiche di politica estera, aspetto molto importante del rapporto con il PSDI furono le politiche economico-finanziarie. Tremelloni venne chiamato come ministro delle Finanze a presentare una serie di disegni di legge volti alla semplificazione burocratica e alla detassazione sulle esportazioni italiane.

Nella fase di formazione del terzo governo Moro, emerse con forza la tematica politica-propagandistica dell’“antitesi radicale” dei partiti della coalizione verso il PCI. Sia Moro che gli esponenti socialisti democratici, stigmatizzarono con toni forti l’opposizione svolta dai comunisti, che avevano avviato in quei mesi una durissima campagna contro il Governo e in particolare contro il PSI. Moro affermò la netta differenziazione fra le forze di governo e il PCI “sui grandi temi della libertà nella società e nello Stato”.

L’ultima fase del secondo governo Moro e il terzo governo Moro si svolsero, quando Saragat era divenuto Presidente della Repubblica.

Saragat proseguì con tenacia a sostenere l’unità europea esaltandone il processo d’integrazione economica, come avvenne, ad esempio, durante l’incontro con il presidente francese, Charles de Gaulle, in occasione dell’inaugurazione del traforo del Monte Bianco. Nel corso del colloquio Saragat cercò di ammorbidire la posizione francese sul futuro delle istituzioni europee: il Presidente francese aveva posto il veto per l’ingresso della Gran Bretagna nel Mercato europeo comune, Saragat invece l’aveva caldeggiato.

Se de Gaulle mirava ad un asse franco-tedesco, Saragat sosteneva la necessità di un maggiore coordinamento tra Europa e USA e insisteva sull’inevitabilità di un’integrazione europea non solo economica ma anche politica; de Gaulle auspicava, invece, “l’Europa delle patrie”.

Nel corso dei suoi viaggi all’estero e in Italia, il presidente Saragat non perse occasione per ricordare le difficoltà nel processo d’integrazione europea, sottolineando il dovere per i governanti di richiamarsi sempre all’idea europeista con una decisa condanna del nazionalismo, e per valorizzare quelle strategie internazionali volte a rendere l’Europa unita ed alleata, su basi paritarie, agli Stati Uniti d’America.

Divenuto senatore a vita nel 1972 e abbandonati gli incarichi governativi, Saragat ritornò, quindi, alla vita politica attiva dedicandosi interamente al PSDI, un partito che dopo aver sostenuto tenacemente le politiche del centro-sinistra ed aver visto chiudersi negativamente la stagione della riunificazione socialista, era ritornato ai classici temi dell’anticomunismo in contrapposizione alle strategie adottate dal PSI nei confronti dei comunisti italiani.

Saragat e Nenni, nonostante tutto, proseguirono nel tentativo di rilanciare il centro-sinistra; nel luglio 1973 venne varato il governo Rumor che rimase in carica fino al marzo 1974, anno durante il quale dilagò in Italia l’emergenza terroristica. La formula del centro-sinistra fu definitivamente messa in discussione dopo il varo, nel novembre 1974, del governo Moro sostenuto da democristiani e repubblicani, con l’appoggio esterno di socialisti e socialdemocratici.

Dopo l’assassinio di Moro e l’elezione di Pertini alla Presidenza della Repubblica, si tornò a discutere di un’alleanza organica fra la DC e i partiti laici e socialisti: nacque così il “pentapartito” (DC, PSI, PSDI, PLI, PRI) che avrebbe segnato le vicende politiche italiane per tutti gli anni Ottanta.

Alle elezioni politiche anticipate del giugno 1987, il PSDI raggiunse il minimo storico con il 3 per cento dei consensi; le vicende interne ai socialdemocratici in quegli anni, quindi, videro un intensificarsi della contrapposizione fra gli autonomisti e coloro che chiedevano una definitiva confluenza nel PSI.

Infine, nei primi anni Novanta, le conseguenze delle inchieste giudiziarie sui fenomeni di corruzione riguardanti mondo politico e imprenditoria, investirono anche il PSDI decretandone, di fatto, la scomparsa dallo scenario politico e parlamentare italiano.

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