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Appena ottenuta la maggioranza dei consensi Repubblicani nelle primarie del New Hampshire, quasi il 40% dei suffragi espressi, Mitt Romney si è presentato, come di rito, ai supporter e, introdotto dalla moglie e attorniato dai numerosi figli come da rito americano (ma i riti per gli uomini sono importanti), ha attaccato frontalmente l’avversario suo, del suo partito, dei conservatori e degli americani tutti: Barack Obama.

Romney, infatti, è soprattutto l’anti-Obama. Non è tutto, per scegliere un presidente, ma di questi tempi è già molto. Su Fox News diversi commentatori affermano del resto perentori che, si votasse oggi, Obama soccomberebbe. Può darsi che sia un giudizio esagerato, epperò è altamente indicativo di un ceto umore politico.

Dal canto proprio, ad assalire direttamente le politiche di Obama più che a rispondere agli attacchi scatenategli contro dagli altri candidati Repubblicani Romney ci guadagna. È così, infatti, che può cercare di raccogliere il massimo del consenso Repubblicano e pure un’ampia fetta dell’elettorato indipendente che parimenti di Obama non ne può più.

Che infatti Romney sia, tra i candidati Repubblicani maggiori, quello che ha il fianco destro più scoperto non è un segreto. Falso ascriverlo evidentemente alla corrente più liberal del Grand Old Party (peraltro in rapida via di scomparsa). Inesatto è forse pure definirlo rigidamente un “moderato”. Certo è, però, che l’ala destra del partito, e in specie la constituency conservatrice che non è tutt’uno con il partito ma che su di esso pesa sempre più, per esempio il popolo dei “Tea party”, non lo tiene in grande considerazione. Per la Destra conservatrice, infatti, Romney, assomiglia troppo a un tycoon e troppo poco a un middle-class american.

Su questo piano, Romney è certamente messo assai meglio di quanto non fosse quattro anni fa John McCain: ma la cosa, al lato pratico, potrebbe adesso non fare troppa differenza. E per l’ex governatore del Massachusetts questo è un problema probabilmente destinato solo a crescere, soprattutto in alcuni Stati: per questo il discorso che ha scelto di pronunciare subito dopo la vittoria in New Hampshire ha cercato di arginare i danni.

Con parole che il 9 gennaio sono risuonate forti e chiare su The Wall Street Journal (WSJ) ma spese ‒ con una certa sorpresa ‒ non per lui quanto in favore del suo rivale dell’Iowa, Rick Santorum, Romney ha definito quella socialridistribuzionista di Obama la «politica dell’invidia» (e alle spalle di quest’affermazione si staglia un grandioso, storico impianto filosofico, lo sappia o no Romney, e meno ancora di lui il WSJ); ha stigmatizzato senza mezzi termini la trasformazione rivoluzionaria del Paese avviata dall’Amministrazione in carica; e quindi ha invocato con parole cristalline nientemeno che la restaurazione dei princìpi fondatori degli Stati Uniti oggi traditi e vilipesi.

L’ha chiamata, ricalcando una lunga tradizione nota e cara ai conservatori, «battaglia per l’anima dell’America». Ciò non basta per conquistare il cuore e la mente della “Destra arrabbiata”, ovvero gran parte degli elettori americani alle prese con un tasso di disoccupazione alle stelle (e la questione comincerà a farsi davvero sentire dalle primarie del 21 gennaio in South Carolina, giacché ancora il problema lambisce solo marginalmente gli Stati dove le primarie già si sono svolte, Iowa e New Hampshire). Però è un gesto che la Destra non dovrebbe sottovalutare; addirittura che un giorno potrebbe essere costretta a non sottovalutare.

Marco Respinti è presidente del Columbia Institute, direttore del Centro Studi Russell Kirk e autore di L’ora dei “Tea Party”. Diario di una rivolta americana.

 

CommentiCommenti 3

dick cheney (non verificato) said:

finchè c'è chi come lei fa i soldi raccontando favole tendenziose sulle primarie e sui retroscena della politica come mestiere lucroso non è facile che la destra riesca a decollare,tantomeno Romney raccogliere abbastanza spinta contro Obama