La corsa 2012 alla Casa Bianca

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hillary clinton

Gli americani guardano alle elezioni presidenziali del 2012, già entrate nel vivo, con un misto di distacco e di impazienza. Capiscono che non tutte le carte sono sul tavolo e che qualcosa di decisivo, su entrambi gli schieramenti, deve ancora accadere.

I democratici non possono credere che Barack Obama, dopo la vittoria a valanga del 2008, possa vincere il secondo mandato di misura, come sembra oggi molto possibile. Sarebbe un’eccezione in una lunga serie di precedenti che vede i presidenti americani vincere la rielezione con risultati molto migliori della prima sfida.

Dal canto loro i repubblicani non possono credere che nel loro campo non ci sia nessuno in grado di sfruttare questa incredibile debolezza del presidente in carica: vedono un’inattesa vittoria a portata di mano, ma non vedono nessuno in grado di agguantarla. Questo spiega il cattivo umore prevalente su entrambi i fronti, una situazione di attesa che riempie la campagna elettorale di false partenze, di gaffes, di dichiarazioni confuse.

E’ però sul versante democratico che qualcosa di più consistente sta cominciando a muoversi. Nello stretto entourage di Obama sono in molti a consigliare al presidente una mossa che potrebbe mettere la rielezione al sicuro: cambiare ticket, mandare Biden a riposo e portare alla Casa Bianca come vice-presidente, l’esponente democratico che è oggi al top di tutti i sondaggi di gradimento, persino in quelli repubblicani: Hillary Clinton.

In tutti i sondaggi, il ticket Obama-Clinton rappresenta il dream-team di qualsiasi elettore democratico, di molti indipendenti e persino di non pochi repubblicani. Contro di loro Mitt Romney - a oggi il meglio piazzato tra i candidati del Gop - scompare dalle rilevazioni.

Paul Starr, il vice-direttore della rivista liberal “The American Prospect”, lo ha spiegato con dovizia di argomenti in lungo articolo dal titolo: “The Case for a Clinton-Biden Switch”, arrivando a descrivere uno scenario in cui Obama avrebbe annunciato la decisione di cambiare ticket qualche giorno prima della National Democratic Convention, fissata per il 3 settembre 2012 a Charlotte, North Carolina. Starr immagina un vero scambio di ruoli con Joe Biden, destinato a diventare segretario di Stato e Hillary Clinton nelle vesti di candidata vice-presidente.

Il motivo di questa operazione risiede largamente in quello che la ex first lady ed ex senatrice, Clinton, è divenuta agli occhi degli americani in questi ultimi anni: “Stando ai sondaggi, la Clinton è stata la donna più ammirata d’America negli ultimi sette anni. La maggior parte dell’ostilità nei suoi confronti è scomparsa, e quel che rimane è un immenso rispetto per la sua fermezza, la sua perseveranza e la sua intelligenza. Sondaggi recenti mettono i suoi indici di gradimento oltre il 60 per cento, notevolmente superiori a Biden e allo stesso Obama. Infatti, un sondaggio Gallup all'inizio di quest'anno ha rilevato che il 45 per cento di coloro che disapprovano Obama vedono invece  favorevolmente Hillary Clinton. Come è stato nel 2008, continua ad avere più appeal di Obama tra gli elettori bianchi e anziani, un gruppo che si virò bruscamente a favore de i repubblicani nel 2010".

Ma non sono solo i sondaggi a rendere credibile una simile ipotesi, c’è di mezzo la politica: Hillary Clinton viene vista come un candidato indenne dal disastro della politica economica obamiana e in grado di vantare invece risultati apprezzati e credibili sul fronte della politica estera. Non basta, al sostegno di cui la Clinton gode tra l’elettorato bianco più anziano,  si aggiunge quello mai tramontato, tra le donne, i latinoamericani  e gli ebrei, che potrebbe rivelarsi decisivo per la rielezione in stati cruciali come la Florida.

Come è ovvio, l’interessata in questa fase nega recisamente ogni possibilità di questo genere. In più occasioni anzi, Hillary ha fatto sapere di considerare chiusa la sua esperienza nella vita pubblica, ormai quasi trentennale, essendo iniziata nel lontano 1983 come first-lady dell’Arkansas, passata attraverso 8 difficilissimi anni alla Casa Bianca, 8 anni da senatrice dello Stato di New York, una campagna per le primarie democratiche nel 2008 e infine quattro anni da Segretario di Stato: “Ho dato il mio contributo - ha detto durante il Today show del NBC ad Ottobre - Sono molto riconoscente di aver avuto la possibilità di servire il mio paese, ma penso che sia arrivato il momento per gli altri di farsi avanti".

"Sono davvero vecchio stile. Sento di aver dato il mio contributo. Ho dato il meglio di me. Ma ora voglio provare altre cose. Voglio tornare a scrivere e forse ad insegnare, lavorando per donne e ragazze di tutto il mondo". "Penso che avrà un ruolo importante da svolgere nel settore non-governativo", ha detto Bill Clinton a NewsMax. "Questo è quello che intende fare, e credo che lo farà bene... Penso che vorrà continuare un sacco di lavoro che ha già fatto, da privato cittadino, da  first lady, da senatore e da segretario di Stato ".

Tutto questo però non è servito a spazzare via le voci attorno ad una possibile vice-presidenza Clinton. Il Wall Street Journal si è affrettato a titolare “Bye, Bye Biden” un articolo in cui si dimostrano tutti i vantaggi per Obama di un cambio di ticket e si ragiona sul fatto che per quanto il gesto sarebbe inusuale e potrebbe essere interpretato come un segno di debolezza, Obama potrebbe non avere altra scelta.

A dimostrazione di quanto il campo democratico sia preoccupato per la rielezione, le speculazioni si sono spinte anche più vanti negli ultimi tempi, fino ad arrivare all’ipotesi di una rinuncia di Obama già nel 2012  favore di Hillary Clinton come candidato presidente. D’altronde lo stesso presidente ha dovuto clamorosamente ammettere che "Gli americani non stanno meglio di quanto non fossero anni fa".

Un’ammissione che già ora lo costringe in una campagna elettorale partigiana e tutta volta in negativo, tesa cioè a dimostrare che con in Repubblicani l’America sarebbe stata e sarà in condizioni anche peggiori. Una posizione molto scomoda per un presidente che aveva giocato tutto il suo carisma sui temi della riconciliazione nazionale dopo la frattura bushiana. Al contrario, secondo un recente sondaggio Bloomberg, in una sorta di generale rimorso elettorale, oggi il 34 per cento degli elettori americani pensa che gli Stati Uniti sarebbero più in forma se la Clinton avesse vinto le elezioni al posto del presidente Barack Obama.

L’ipotesi di una entrata in scena di Hillary già nelle presidenziali del 2012 non è considerata credibile da molti osservatori anche se ha trovato un inatteso sostegno dall’ex vice presidente, Dick Cheney, che in un’intervista ha detto apertamente: "Penso che sarebbe un bene per il paese se Clinton corresse per la presidenza, credo che sarebbe un bene per il Partito Democratico - potrebbe anche aiutare un po’ i Repubblicani". Anche i sostenitori del Tea Party sognano la Clinton – il 44 per cento hanno dichiarato ai sondaggisti che gli Stati Uniti starebbero meglio con lei come presidente, anche se il 59 per cento dichiara di mantenere sulla Clinton una visione negativa.

Il Wall Street Journal ha condensato questo strano fenomeno in un titolo rivelatore : “The Hillary Moment”. A scrive è un ex collaboratore di Bill Clinton alla Casa Bianca, uno dei suoi sondaggisti di fiducia, Patrick Caddell ed è impietoso con Obama: "Obama dovrebbe abbandonare la sua candidatura per la rielezione a favore di una chiara alternativa, capace non solo di salvare il Partito Democratico, ma più importante, di governare efficacemente e in modo da preservare il più importante dei successi del Presidente. Dovrebbe farsi da parte per il candidato che diverrebbe per acclamazione il candidato del Partito Democratico: il segretario di Stato Hillary Clinton".

Ma come si è arrivati all’ Hillary Moment? Che cosa ha prodotto questa insolita congiunzione astrale che ha trasformato una figura  politica considerata ambiziosa, spregiudicata, innamorata del potere, immersa nell’apparato del partito democratico, legata alle grandi corporazioni, in una sorta di “riserva della Repubblica”, universalmente ammirata, rispettata e forse persino amata?

Uno dei più cari amici e più fidati consiglieri di Hillary quando era alla Casa Bianca, Sidney Blumenthal, spiega, nel libro “A Woman in Charge” di Carl Bernstein, che il cambio decisivo nella percezione che il pubblico aveva della first-lady avviene nei giorni terribili dello scandalo Lewinsky, e in particolare dopo che Bill confesserà alla moglie e all’America di aver mentito su tutto. "Hillary sperava contro la speranza - dice Blumenthal - che il marito fosse cambiato, che qualunque malessere avesse vissuto in precedenza nel suo matrimonio fosse stato risolto. Invece doveva prendere atto che non era affatto finita. In qualche mondo, questo colpo al suo orgoglio la rese agli occhi di molti un personaggio più accessibile e simpatico. Mentre rafforzava la sua corazza, ha mantenuto vivo il proprio interesse. La sua relazione privata con l'indomabile marito ha avuto un effetto amplificatorio su ogni sua parola e gesto ".

In quella dolorosa occasione Hillary seppe tenere insieme la ragioni private e la ragion di Stato, senza cedere su nessuno dei fronti. Lei stessa ricorda nelle sue memorie “Living History”, il difficile equilibrio tra le due dimensioni. Quando seppe che Bill aveva mentito sul rapporto sessuale con la stagista, la sua prima reazione fu quella di svuotare gli armadi del marito e “gettare i suoi vestiti fuori dal balcone Truman e lo prese a calci mandandolo fuori di casa”. Solo che la casa era la Casa Bianca e qualsiasi cosa fosse volata giù dal Truman Balcony sarebbe stata ripresa dalle telecamere delle tv di tutto il mondo. “Non fu per nulla semplice”. Bill rimase a casa e i suoi vestiti nell’armadio ma fu costretto per mesi a dormire su un divano della Casa Bianca.

Se lo scandalo Lewinsky le portò compassione e simpatia, gli anni decisivi per formare il suo carattere politico sono stati quelli da senatrice dello Stato di New York. Dopo il fallimento della sua fin troppo grandiosa riforma sanitaria, Clinton era vista come un politico refrattario ai compromessi, poco pragmatica e troppo ideologicamente legata al suo personale set di valori: esattamente le cause che fecero naufragare il suo progetto di riforma ad un passo dal successo. Nell’entrare a Capitol Hill invece Hillary fu in grado apprendere una dimensione più umile del suo fare politica, il valore e la fatica del lavoro di squadra, di imparare la necessaria e spesso esoterica arte del compromesso, di convincere più che di vincere.

Al Senato Hillary riuscì a sviluppare una sua più personale identità politica, meno dipendente da quella del marito, la stessa che le tornerà utile nella corsa alla presidenza nel 2008 e poi nel lavoro da segretario di Stato. Gli ingredienti c’erano già tutti, l’esperienza da senatrice gli diede il contesto e il tempo di farne una miscela vincente. Hillary aveva già quello che Bernestein nel suo libro chiama “Mind-conservative, heart liberal” approccio alla politica, a questo aggiunse l’impareggiabile capacità di Bill negli scontri elettorali, la comprensione della durezza della politica, grazie alla frequentazione di personaggi come Lee Atwater e Karl Rove; le capacità organizzative e logistiche apprese sul campo delle campagne presidenziali di Bill e uno sviluppato senso per il fund-rising, come elemento chiave per ogni successo pubblico.

Così, quasi paradossalmente, fu la Clinton, nella campagna elettorale per le primarie democratiche nel 2007, a dare una lezione di realismo ai suo avversari: "Quando i miei colleghi che corrono contro di me, che sono tutte persone meravigliose, dicono cose del genere, - dobbiamo fare in modo che succeda! - 'Beh, dobbiamo prendere il voto', e 'dobbiamo essere in grado di persuadere', che molto spesso significa che hai dovuto fare compromessi, che non è una parola che la gente alle primarie democratiche vuole sentire, perché tutti noi vogliamo pensare che si possa andare e fare esattamente ciò in cui crediamo e di farlo accadere. La verità è che non si può fare".

Così di fatto, Hillary aveva già appreso la lezione che, trasferita dallo scontro elettorale interno allo scenario planetario, le avrebbe consentito di svolgere con successo il ruolo di segretario di Stato degli Stati Uniti d’America. Mai come in una fase di obiettivo ripiegamento dell’influenza americana nel mondo, quella miscela di realismo kissingeriano unita alla spiccata sensibilità ai diritti umani tipica dei Clintons, si è rivelata uno strumento efficace di governo delle crisi planetarie.

Quando il ruolo degli Stati Uniti non può più essere quello della unica e indiscussa grande potenza, serve un onesto broker per affrontare i rischi di un mondo multi polare. Il caso dell’intervento in Libia è paradigmatico: Hillary ha vinto le resistenze interne e i dubbi dello stesso Obama, portando la Russia a rinunciare al suo diritto di veto al Consiglio di Sicurezza, la lega Araba a sostenere la necessità dell’intervento e la Nato a prendersi carico della guida e di gran parte dei costi delle operazioni militari.

Nel numero di novembre del Time che vede la Clinton in copertina sotto il titolo“ L’ascesa del potere intelligente”, è il segretario di Stato a spiegare l’approccio americano non solo al caso Libia ma a tutto il quadrante nord-africano: "Se guardiamo a come gestiamo la primavera araba, stiamo cercando di influenzare la direzione, con la piena consapevolezza che non abbiamo diritti di proprietà e non abbiamo controllo. E ci sono tante cose che stanno per accadere che sono imprevedibili. Ma vogliamo anche guidare con i nostri valori e i nostri interessi in modo che, a prescindere da come andrà il prossimo decennio, la gente sappia che gli Stati Uniti erano dalla parte della democrazia e dello Stato di diritto".

C’è molto di imprevedibile anche in quello che accadrà ad Hillary Rodham Clinton nei prossimi mesi o anni. Nonostante i sondaggi diano l’ex first lady in netto vantaggio su tutti i candidati repubblicani e con distacchi molto superiori a quelli di Obama, sono davvero pochi quelli che credono che Hillary accetterebbe di prendere il posto del presidente in carica già nel 2012. Clinton e Obama hanno lavorato bene insieme e tra loro - dopo le asprezze della campagna elettorale - si è stabilito un rapporto di reciproca stima e lealtà.

Neppure sono in molti che si spingono a prevedere quello che potrà a accadere nel 2016. Ma la prospettiva di un ticket elettorale con la Clinton vice-presidente viene considerata molto plausibile e tale da salvare la presidenza Obama dalla sconfitta o da una disonorevole vittoria di misura. Lei continua a negare. Ma qualcuno ricorda ancora le sue parole quando decise di rimanere, nonostante tutto a fianco di Bill: "Non ero ancora decisa a combattere per il mio marito e mio matrimonio, ma ero decisa a combattere per il mio presidente". Ecco: combattere per il suo presidente è quello che potrebbe essere chiamata a fare ancora una volta.

Tratto da Longitude

CommentiCommenti 6

Paolo_da Benevento (non verificato) said:

Mah...Hillary Clinton ha perso il treno per la Casa Bianca nel 2008, ed è rarissimo che un treno del genere passi di nuovo, sullo stesso binario e in tempo utile per essere preso...Ha avuto la sua occasione quattro anni fa ma, sfortunatamente per lei, la "mammasantissima della TV USA" Oprha Winfrey ha dato lo slancio necessario ad un avvocato nero di Chicago che le ha soffiato la nomination di partito già idealmente acquisita. Ed è emblematico quel che allora i sostenitori Dem rispondevano ai sondaggisti: D:"Quale candidato ritiene più preparato?", R:"Clinton". D:"Quale candidato ritiene possa essere in grado di affrontare le sfide poste a un Presidente?", R:"Clinton"; D:"Quale canditato ritiene più affidabile?", R:"Clinton"; D:"Per quale candidato voterà alle primarie?", R:"Obama".

Giancarlo Loquenzi replied:

Qui però si parla del treno della vicepresidenza e quello Hillary lo può ancora prendere...
giancarlo loquenzi

luigi il kattivo (non verificato) said:

Però quando uno/a è morto dovrebbe avere il buon gusto di stare sottoterra.

Luciano Rondina (non verificato) said:

Per gli americani ma sopratutto per il mondo libero e in particolare per Israele, insomma per tutti quelli che credono nella difesa dell'occidente dall'integralismo terroristico islamico spero che vinca un repubblicano. Obama con il suo oscillare tra pacifismo e indifferenza mette in pericolo la guerra al terrorismo portata avanti da George W: Bush . Obama fà la guerra con i droni si ritira dall'Afagnistan facendo vincere i talebani ritira le truppe dall'Irak facendosi sbeffeggiare dagli stessi Irakeni che con George W avevano avuto la liberta da Saddam.Non difende l'unico Paese democratico e civile del M:O: Israele, spero che se ne torni a Chicago da dove era venuto.