C'è Islam e Islam

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Il mondo dell’informazione – ovvero, se si vuol parlare difficile, l’universo mediatico – segue talvolta delle strane régole : quando nell’attualità una questione, un problema, una situazione invadono la scena e diventano allarmanti,  tutti ne parlano, l’informazione al tempo stesso si fa più ricca e più povera, còmplica e semplifica: il flusso di notizie va in crescendo ma analisi, discussioni, commenti si polarizzano su contrapposizioni sempre più aspre, astiose, non mediabili, e lo vediamo su un tema che oggi ci tiene tutti con il fiato sospeso: Islam e Occidente (più o meno cristiano!), integrazione o conflitto, di civiltà o di religioni.

Se si guarda ad uno scenario così definito, il pensare in termini di scontro frontale appare davvero inevitabile: l’Islam asiatico – Siria-Iraq-Iran, Pakistan-Afghanistan, per stare ai nomi più ricorrenti -, l’Islam africano sotto la fascia mediterranea – v. così , ma non soltanto, Nigeria, Sudan, più giù la Somalia – possono giustificare ogni pessimismo, esser portati ad esempio di irrimediabili rigidità (ed anche l’Islam balcanico non è stato uno scherzo), né giovano a dissipare apprensioni i ricorrenti episodi di ostilità contro i cristiani copti in Egitto. Ma è proprio da accettare con così’ fatalistica rassegnazione questo cupo panorama di odii e sangue, quasi un ritorno ai tempi del “ mamma li turchi ! “, il detto che ancor oggi si ricorda sulle coste di mezza Italia? E' questo e solo questo il mondo con cui ci dobbiamo confrontare? No, rassegnarsi non si può. Abbiamo una soluzione? Pronta ed efficace no, ma abbiamo tante curiosità, e la curiosità, si sa, è il principio della scienza. Ad esempio, tanto per cominciare, che cosa dicono i giornali arabi su quel che passa nei loro paesi? Che si legge in essi giorno per giorno e non solo quando accade qualcosa di risonanza mondiale? E non ci si opponga, con aria saputa: “Ma come, credete veramente a quel che dicono i giornali ?", ché in verità i giornali possono mentire su tutto ma non su se stessi, e un lettore navigato, “ scafato", sa distinguere tra il giornale sempre governativo quale che sìa il governo in carica, il giornale scandalistico, il giornale volutamente pacioso ed il giornale ideologicamente arrabbiato, e sa far la tara a quello che vi legge e fiutare, con accorte comparazioni con altri fogli, quel che non vi è detto per obliqui intenti sottaciuti.

E comunque, rimossa ogni pregiudiziale sfiducia , entriamo nel vivo, prendiamo qualcuno dei più giornali arabi che si possono comprare in talune edicole di Genova centro o di Genova Principe – Al Ahram - Le Piramidi -, del Cairo, ma anche Al Quds, che è la Città santa, Gerusalemme, ambedue edizioni internazionali, o Al Naba -  La notizia -,  del Cairo , e non partiamo subito dalla prima pagina, ove troviamo notizie già altrimenti conosciute -  questi giornali arabi arrivano qui sempre un giorno dopo - ma magari dalle ultime; e perché mai proprio le ultime? Perché finalmente ci dicono qualcosa di più concreto, di più minuto, di più insolito di questo diverso mondo che pur dobbiamo conoscere: qualcosa della sua quotidianità, della sua normalità, e quindi della gente ordinaria che vive una  vita ordinaria. Così, nella pagina dedicata a radio, televisione, cinema, spettacoli, ecco un titolo spigliato, accattivante: “ Dove andiamo stasera?", e un elenco di film tra i quali ben reclamizzato uno su Sherlock Holmes; o servizi da Hollywood su  questa o quella diva – come Nicole Kidman, ed altre - quel che stanno facendo, quel che faranno, qualche innocuo pettegolezzo, belle fotografìe di volti femminili sorridenti – altro che burqa o niqab! -; si dà notizia della inaugurazione di una mostra di giovani artisti, di uno spettacolo di balletti italiani, della presenza al Cairo di una loro famosa attrice teatrale, e così via. Ed allora è legittimo chiedersi: per qual genere di lettori sono date queste notizie, a quale strato sociale si sta rivolgendo il giornale? forse a quel ceto che si intravedeva dalle recenti cronache elettorale, dei “ liberalìun “ contrapposti ai Fratelli (sottinteso “musulmani") e ai salafiti, la corrente più tradizionalista dell’Islam egiziano?

Ma non vogliamo sembrare precipitosi: questa domanda più utilmente potremo proporcela dopo avere ancora scorazzato da pagina a pagina, a caccia sempre di spunti contro l’ovvio ed il banale. Ecco dunque un giorno , nella pagina della cultura , un articolo sul poeta svedese dichiarato l’anno scorso premio Nobel della letteratura, con la traduzione completa in arabo di una sua poesia , o una intervista ad un professore di filosofia dell’Università del Cairo che critica duramente le dottrine dei sufi, i mistici dell’Islam ebbri di Allah ; ecco un altro giorno su un altro giornale una pagina intera dedicata unicamente a poesie inviate da lettori, uomini e donne qualunque, dalle più varie provenienze – e , ricordo una volta,  almeno due di queste poesie erano molto belle ; per associazione di idee cito ora la rubrica fissa, su Al-Ahram, delle lettere al direttore – Posta, nel titolo arabo -, vera miniera di opinioni individuali, di osservazioni spontanee, di critiche e giudizi , ad es. su Mubarak e la sua famiglia -, di domande preoccupate – dove va l’Egitto ? -, di richieste – abbiamo bisogno di democrazia – ( e incidentalmente notiamo che l’arabo non ha parole proprie per democrazìa e dittatura – v. dimuqratìa, diktaturìa - ); e poi vi sono rubriche ricorrenti con titoli come “ varietà “, “ gente “ , con spunti vivaci su questioni minori, di costume, abitudini   del vivere comune, a cura di commentatori non paludati.

Se poi da queste informazioni diciamo pure minori, ma che pur sempre fanno pensare ad un ambiente umano non fanatizzato - non fondamentalisti con il pugnale fra i denti, l’esplosivo in cintura, odio mortale per l’Occidente - passiamo a pagine più serie, l’interesse nella lettura non diminuisce, i temi più gravi della attualità sonoesposti con chiarezza e, come dire, senza urli. Varii mesi fa una pagina intera su Al-Ahram era dedicata al tema dei rapporti tra cristiani copti e musulmani, con interviste ad esponenti delle due religioni su una in allora ventilata iniziativa di emanare una  legge a difesa dei copti e un pacato scambio di opinioni che non ne contestavano le ragioni di fondo ; e in sèguito , quando vi furono episodi gravi di incendio di chiese copte da parte di estremisti musulmani, dall’Università di El-Azhar, custode dell’ortodossìa musulmana, arrivarono pronuncie di condanna , di riprovazione di tali comportamenti come non compatibili con l’Islam (ma vi fu anche in occasione delle ultime elezioni il bizzarro episodio di un candidato musulmano recatosi in un quartiere di copti a cercar voti agitando un crocifisso!).

Ed  infine la copertura mediatica di quanto accaduto in Egitto negli ultimi mesi, a partire dalle anche cruente manifestazioni di piazza contro Mubarak e la sua defenestrazione, poi la continua registrazione di contrasti tra autorità militari e civili - Tantaui e Ganzuri -, e via fino alle recenti elezioni svoltesi in più turni e da poco concluse, è stata esauriente ed equilibrata , con una marcata accentuazione , anche attraverso un ricco campionario di fotografìe di uomini e ancor più donne d’ogni età in coda ai seggi - sull’entusiasmo per il poter votare – “le prime elezioni dopo sessant’anni", sui controlli e garanzie per la regolarità delle votazioni, sull’aiuto della forza pubblica a vecchi e disabili per poter accedere. E se è vero che tutte le enfasi si possono comandare, non è invenzione ma cronaca giornalistica quel che un titolo a tutta pagina su Al-Ahram di pochi giorni fa vantava come “La rivincita dello spirito della rivoluzione “, con l’appello alla concordia nazionale per la fondazione della democrazia e la collaborazione tra i giovani della rivoluzione e i rappresentanti del popolo.

Bisogna persuadersi dunque che v’è e vi deve essere, in questo delicato frangente dei rapporti tra noi Occidente europeo e Islam della fascia costiera sud-mediterranea, una via di mezzo tra sfiducia e buonismo, tra isteria da ultima spiaggia e benevole sopravalutazioni di pur certi segnali positivi, e proprio noi Italiani possiamo dar opera affinché la nave della speranza non si incagli su questi scogli. Migliore informazione diretta, migliore conoscenza diretta, anche con contatti personali a pari livello sociale e di cultura – vi sarà ben una borghesia araba! -, questi i primi passi da fare per evitare il vicolo cieco dello scontro di civiltà: le civiltà, se veramente sono tali, sono fatte per incontrarsi, non scontrarsi!

 

CommentiCommenti 4

guido schiesari (non verificato) said:

Lei, penso, sia l'unica persona che crede che nei paesi arabi ci sia una borghesia "democratica" capace di contrastare questo inverno islamico.
Non basta leggere un giornale del Cairo, alla pagina degli spettacoli, per sconfessare il nuovo corso dei Fratelli Musulmani. La giunta militare ha annullato oggi le leggi che impedivano, da trent'anni, di dimostrare liberamente: peccato che è solo fumo negli occhi perchè i "teppisti", saranno sempre imprigionati. Basta denunciare un dimostrante come teppista, ed il gioco è fatto!
Oggi ci sono più persone in galera al Cairo, che al tempo di Mubarak, tanto per far chiarezza.
Se lei è a conoscenza di un paese arabo moderato, o semidemocratico, o liberal-islamico, o islamico revisionista, me lo dica, perchè io non ne conosco nessuno.
La civiltà islamica non esiste, esiste solo il loro credo verso una religione che ammorba qualsiasi tentativo di libertà e di democrazia.
Guido Schiesari.

Ritvan (non verificato) said:

Articolo condivisibile, specie nella chiusura. Un solo appunto. Quando parla in negativo dell’ “Islam balcanico” io spero che l’autore si riferisca alla dominazione ottomana nei Balcani, con annessi tentativi di invadere anche il resto dell’Europa, perché da un secolo ormai l’Islam balcanico è rappresentato dall’Albania, dalla Bosnia e dal Kosovo, tutti Paesi il cui islam sarebbe da prendere a modello. In Albania – Paese che conosco bene perché nato e cresciuto lì – la maggioranza musulmana non ha mai messo in discussione la laicità dello Stato e gli appartenenti alle minoranze cristiane sono da sempre considerati “fratelli”, non semplicemente “tollerati”.