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Commentando la mia XVI lettera ciociara — Elogio (liberale) del giudice Hisashi Owada— il lettore Stefano, scrive: <Non sono d'accordo che le colpe dei padri ricadano sui figli, neppure all'interno di una comunità religiosa. Le colpe, e relative espiazioni, sono sempre individuali. Non ricade sugli ebrei, se non su quelli che la causarono, la supposta colpa nell'uccisione dell'ebreo Gesù. Sul resto sono totalmente d'accordo con questo articolo molto bello. E mi ha fatto senso la campagna anti tedesca su questo tema. E allora, visto il pensiero italiano di oggi, perché tante polemiche sui risarcimenti chiesti dalla Libia? Che poi, dopo anni ed anni, sono stati riconosciuti per accordo politico, (e convenienza economica). E perché sui profughi dalmati, oggetto di pulizia etnica, ci sono stati, discutibilissimi, accordi politici? E i nostri crimini di guerra cosa erano? Da italiani brava gente? Quando li abbiamo, moralmente, espiati? Neppure ce ne ricordiamo. Quando diventeremo adulti e civili?>

Lo ringrazio sinceramente per le espressioni di stima e condivido la sua preoccupazione che certi stili di pensiero religiosi possano comportare il riemergere della barbarie che è in noi. In particolare, penso al <popolo deicida> e ai secoli che ci vollero prima di arrivare alla emancipazione degli israeliti.
 E tuttavia, anche sotto il profilo etico, il problema resta. Se i genitori mi hanno dato quel bene prezioso che è la vita, non posso mettermi la coscienza in pace e ritenere che i crimini da loro commessi non mi riguardino in alcun modo. Certo non mi riguardano in tutto ciò che ha a che fare con le responsabilità civili e penali, con i diritti politici, con l’appartenenza a una confessione religiosa (ci mancherebbe altro che il sacerdote, dopo aver ascoltato i miei peccati veniali,  non mi assolvesse  in quanto figlio di un assassino!) ma sarebbe indice di superficialità e di leggerezza morale invocare il sacrosanto principio della ‘responsabilità individuale’. Eh no, caro Stefano chi ci ha lasciato i suoi ‘crediti’— foss’anche quello soltanto dell’averci messo al mondo — ci ha lasciato anche i suoi ‘debiti’. Se fossi figlio di Goebbels o di Pol Pot, dovrei pensare che, per l’umanità, sarebbe stato meglio che mio padre non fosse  mai nato ma se non fosse  mai nato lui non sarei mai nato neppure io. Insomma, ripeto, il problema c’è ed è uno di quei dilemmi tragici da cui non si esce né col diritto, né con la politica, né con la religione. Avvertire un senso profondo di colpa senza essere oggettivamente colpevoli, del resto, è il tema classico della grande tragedia greca.

Sono un difensore convinto e tenace della modernità (e, persino, della sua forma che le anime belle bollano come degenerata: il consumismo!), sono grato all’illuminismo — più a quello anglo scozzese che a quello razionalistico francese — per avermi liberato dalle tante servitù — sociali, economiche, culturali — dell’antico regime ma il mio ‘apprezzamento’ non mi fa dimenticare il vero punto oscuro della società secolarizzata: la rimozione del tragico, del senso del destino. C’è una pagina de"L’uomo a una dimensione" di Herbert Marcuse che — a prescindere da tutto il resto ovvero da quel ciarpame ideologico che alimentò la prima contestazione — mi sembra straordinariamente lucida ed è la pagina in cui si dice che oggi Amleto verrebbe fatto stendere sul lettino dello psicanalista. Perdere il senso della tragedia, per dirla col vecchio Croce, è <peccare contro lo Spirito>, ritenere che per tutti i problemi ci sia una soluzione e che, quindi, coloro che non ne vedono nessuna, siano orridi gufi da destinare à la lanterne: anche la superficialità, come il fanatismo, può essere il lastricato che porta al Terrore,
Insomma, caro Stefano, se fossi figlio di Hermann Goering, potrei davvero dirmi, alla napoletana, <agg passat nu’ guaie>.                                                         

 

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