Ventunesimo Secolo/2

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risorgimento

La memoria della patria: anniversari a confronto. Il cinquantenario: il “genetliaco della nazione” all'insegna del patriottismo e dell'orgoglio nazionale

Si sta oramai concludendo il centocinquantesimo anno dell'Unità d'Italia ed è forse ancora presto per fare un bilancio delle celebrazioni che lo hanno accompagnato. Una considerazione sembra potersi fare: il paragone tra il 2011 da una parte, e il 1911 e il 1861 dall'altra, non regge al confronto. Il cinquantenario della proclamazione del regno venne solennizzato in modo trionfale nel segno del patriottismo. Per quanto non fosse stata ancora completata l'unificazione del paese, con il ricongiungimento alla madre patria delle "terre irredente" lo Stato liberale era oramai un fatto consolidato e generalmente legittimato dal consenso popolare. Il sistema politico-istituzionale era pienamente rappresentativo e avviato, con l'allargamento del suffragio che di lì a poco sarebbe divenuto quasi generale (con l'esclusione del voto femminile di cui si discusse senza arrivare ad un risultato) a divenire una democrazia, anche se una "democrazia in cammino".

Oramai il take off era in una fase avanzata e le relazioni industriali si svolgevano in un clima decisamente favorevole, a partire dalla svolta di inizio di secolo; esso divenne ancora più disteso dopo il fallimento dello "sciopero generale" del 1904, per effetto della legislazione sociale dei governi liberali che si erano succeduti.

Per quanto la questione meridionale fosse ancora aperta, e il mondo contadino fosse di quando in quando scosso da improvvise agitazioni, il divario tra Nord e Sud si andava riducendo, anche in conseguenza delle leggi "speciali" e degli investimenti nelle infrastrutture (ferrovie, strade, porti) che mancavano al momento dell'Unità. La piaga dell'analfabetismo era in via di graduale superamento. Nonostante perdurasse l'esodo di massa dal Mezzogiorno verso le Americhe, erano stati presi provvedimenti per la tutela dei migranti e si erano create istituzioni ad hoc come, ad esempio, il Commissariato per l'Emigrazione. Le condizioni socio-economiche e sanitarie erano notevolmente migliorate. L'"Italietta" era oramai divenuta una grande potenza anche se "la più piccola delle grandi potenze" ed era in procinto di sbarcare sulla "quarta sponda", estendendo alla Libia il suo piccolo "impero" africano. Luigi Einaudi nell'aprile del1911 scriveva in proposito: «I cinquant'anni decorsi dall'unificazione cambiarono la faccia all'Italia economica e politica» (Cronache Economiche e Politiche, 1893-1925, vol. III, Torino 1969, pp. 221 e segg.).

Ne conseguiva che l'Italia, oramai adulta, approfittava del "genetliaco della nazione" per fare, con soddisfazione non priva di orgoglio, il bilancio dei suoi primi cinquant'anni di vita. Le celebrazioni ufficiali si svolsero con solennità nelle tre capitali storiche (Torino, Firenze e Roma). A Roma si tennero due grandi mostre: la Mostra etnografica delle regioni e la Rassegna Internazionale di arte contemporanea di Valle Giulia di cui restano i padiglioni esterni divenuti, in seguito, accademie e istituzioni culturali straniere, e il Museo di arte moderna e contemporanea all'incremento delle cui dotazioni il governo collaborò con un generoso contributo. Nell'occasione furono realizzati importanti monumenti come il Vittoriano e opere pubbliche come il ponte Vittorio Emanuele II.

Il centenario: celebrazioni in tono minore ma un’occasione per ripensare il passato aldilà delle contrapposizioni

In un'atmosfera molto diversa da quella del cinquantenario ma in un clima costruttivo si svolsero le celebrazioni del centenario. L'Italia era uscita da una guerra perduta che aveva avuto enormi costi in termini di perdite umane, sia civili che militari, e di distruzioni materiali che riguardavano sia il patrimonio immobiliare che il potenziale industriale. Il paese aveva dovuto subire un'occupazione militare da parte degli alleati nel Sud e una guerra civile nel Centro-Nord. Ne era uscita con la cobelligeranza, con la partecipazione alla guerra di liberazione e con la guerriglia partigiana ma aveva dovuto accettare un trattato di pace umiliante che era un vero e proprio diktat.

Ma nel 1961 la ricostruzione era già avvenuta e l'economia era in piena ripresa avviandosi verso un vero e proprio boom economico. La società aveva riacquistare fiducia in se stessa, nonostante le divisioni in schieramenti contrapposti che riproducevano la frattura tra Occidente e mondo comunista. Rosario Romeo osservava che, nel 1911, la memoria risorgimentale era viva ed operante mentre cinquant'anni dopo il sentimento patriottico aveva subito un appannamento e l'anniversario fu vissuto con distacco non solo da parte delle masse ma anche da parte delle classi dirigenti (R. Romeo, «Il Resto del Carlino», 25 marzo 1960). Ciò fu dovuto anche ad una reazione verso la retorica nazionalista di cui il fascismo aveva fatto largo uso. Le celebrazioni si svolsero in tono minore rispetto a quelle grandiose del 1911 ed ebbero il loro principale centro a Torino considerata la "culla del Risorgimento".

Nella vecchia capitale sabauda si tennero tre grandi esposizioni: una Mostra storica sull'Unità d'Italia a Palazzo Carignano, la sede del Parlamento subalpino; una Mostra delle regioni, una Esposizione internazionale del lavoro. La parte ufficiale delle celebrazioni ebbe luogo a Roma dove venne convocato il Parlamento a Camere riunite per ascoltare un messaggio del presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi, che fece un collegamento tra il Risorgimento e la Resistenza intesa come "secondo Risorgimento". Nella stampa comunista (Ragionieri, Manacorda) tale collegamento venne ripreso, il che costituiva un passo avanti rispetto all'interpretazione gramsciana del Risorgimento come "rivoluzione tradita".

In quella occasione venne però ribadita la tesi che la Resistenza era l'evento fondante della Repubblica perché aveva realizzato quell'integrazione delle masse nello Stato che il Risorgimento aveva fallito. D'altra parte anche i socialisti, pur distaccandosi da quella interpretazione e rilevando che il Risorgimento era un avvenimento nazionale e popolare importante, ritenevano che non meritasse né le esaltazioni ufficiali né di essere passato sotto silenzio. Con l'occasione ricordavano che pur non avendo partecipato al movimento unitario (anche perché il partito era stato fondato nel 1892) avevano dato, a partire dai primi anni del Novecento, un grande contributo alla costruzione di uno Stato moderno e all' integrazione delle masse nello Stato attraverso le lotte proletarie. In quell'occasione il revisionismo cattolico sembrò attenuarsi, anche per effetto del ruolo di governo che la Dc esercitava. La "difesa del Risorgimento" fu affidata a Rosario Romeo il quale, in un articolo per il «Carlino», aveva invitato la nazione a fare un esame di coscienza e a non perdere quella occasione per fare un bilancio dei primi cento anni prendendo in considerazione le realizzazioni compiute e le speranze, invece, deluse: a lui si aggiunsero altre grandi firme come Luigi Barzini e Manlio Lupinacci che scesero in campo per rivendicare i meriti dell' unificazione. Dopo di che il Risorgimento entrò in un cono d'ombra da cui è uscito solo in prossimità della scadenza del centocinquantenario.

Il centocinquantenario: una festa contestata con un happy end

In occasione del centocinquantenario, Galasso, in un articolo sul «Corriere della Sera» (L'Alibi del Risorgimento, 11 aprile 2011), scriveva che se le celebrazioni furono circondate da «un generale consenso con poche dissonanze», con la crisi della prima Repubblica si era dato l'avvio non tanto a una revisione quanto a un vero e proprio processo all'Unità mosso da intenti politici. Inutile ricordare le polemiche antirisorgimentali di cui la Lega fu protagonista non solo sul terreno storico (Miglio) ma anche sul piano politico con la minaccia della secessione in parte rientrata dinanzi alla prospettiva del federalismo e che non poterono non riflettersi anche sulle celebrazioni. Più recentemente abbiamo assistito a un inquietante fenomeno di risveglio filo borbonico nel Sud.

Tra lo scorcio del 2010 e l'inizio del 2011 sono usciti in libreria alcuni volumi di serena e obiettiva ricostruzione delle vicende risorgimentali e dei suoi protagonisti. Ma quelli che hanno fatto più rumore sulla stampa e i mass media sono stati alcune decine di titoli che esprimevano critiche radicali nei confronti del Risorgimento, rimettendo in discussione i vantaggi dell'unificazione e la sua opportunità, negandone le motivazioni ideali. E, in questo quadro, hanno cercato di trasformare quella che era stata una guerra di liberazione dal regime borbonico in una impresa coloniale, giungendo perfino a rivalutare anche quel governo oppressivo contro cui essa era diretta. Tra i temi su cui più si è insistito c'è stata la spoliazione della Chiesa e la rivalutazione del brigantaggio come un movimento di resistenza contro lo sfruttamento piemontese, con l'intento di scrivere una nuova "controstoria" del Risorgimento che non ha nulla di originale perché riprende le contemporanee tesi legittimiste e ultraclericali. Nei mesi che precedettero il17 marzo, quando il governo, non senza contrasti interni, proclamò la data festa nazionale questa decisione fu lungi dall'essere generalmente ben ricevuta: accanto ai favorevoli che la ritenevano un atto dovuto e una necessaria manifestazione di patriottismo, molti furono coloro che si opposero alla istituzione della festa mettendone in discussione l'opportunità, considerando il Risorgimento un avvenimento lontano senza più significato; altri ancora la accolsero con rassegnazione dichiarando che non si sarebbero astenuti dal lavoro. A ben riflettere non si trattò della riproposizione delle vecchie divisioni storiche di quelle forze che non avevano preso parte al moto risorgimentale e che avevano espresso critiche verso il Risorgimento, o avevano contestato le modalità dell'unificazione pur richiamandosi ad una tradizione risorgimentale.

Le divisioni che si manifestarono furono determinate dalle istanze separatiste emerse nella base della Lega che si è prestata ad un esercizio di doppiezza, approvando le iniziative ufficiali a livello di governo e lasciando la base esprimersi in senso critico; ciò che è stato più inquietante il risorgere nel Sud del borbonismo, rivitalizzato, dopo secoli di eclisse, come reazione alla Lega e sotto l'incalzare della crisi. Per quanto questi sentimenti siano espressione di minoranze che cercano di fare leva su argomentazioni prive di valore storico e anche di intellettuali alla ricerca di visibilità, non vanno sottovalutati politicamente perché rappresentano un grave segnale di pericolo per l'unità nazionale. Di queste divisioni se ne fece eco la stampa che ebbe inizialmente un atteggiamento incerto, anche se vi furono voci che si levarono a difendere le ragioni della commemorazione della "nascita della nazione": Giovanni Berardelli sul «Corriere della Sera» dell'11 febbraio 2011 parlò, riferendosi alle critiche rivolte alla celebrazioni del 17 marzo, di «uno spettacolo surreale e un po' triste» e Aldo Cazzullo invitò a riscoprire il patriottismo (Ritroviamo l'orgoglio di essere italiani, «li Corriere della Sera», 17 marzo 20011). Non mancarono, però, sullo stesso giornale articoli di taglio revisionista. Da parte sua, Mario Calabresi, in un articolo su «La Stampa», del17 marzo 2011, sostenne «che ricordare le conquiste, i sacrifici, le realizzazioni, i sogni e le delusioni dei nostri nonni è indispensabile per guardare avanti»; altri storici scrissero in senso critico, come Alberto Banti («Il Foglio», 11 dicembre 2010, Risorgimento Addio!) che giudicò inattuale il Risorgimento e non suscettibile di rappresentare un mito fondativo per la Repubblica perché esso aveva fornito al fascismo valori e simboli. Anche Emilio Gentile pubblicò un'intervista sul Risorgimento, uscita da Laterza, intitolandola Italiani senza padri, in cui ha sostenuto che il Risorgimento era senza eredi. Mentre infuriavano le polemiche, il comitato per il Centenario, presieduto da Ciampi, minacciava di naufragare nei contrasti, e in difesa del Risorgimento si levarono poche voci. La principale novità di questo centocinquantenario è che mentre nei giornali di Destra prevalsero, almeno inizialmente, le posizioni critiche nei confronti del Risorgimento, basti pensare agli articoli della Pellicciari come, ad esempio, quello comparso su «Il Tempo» del 17 marzo ma anche altri (I Savoia confinarono il Papa) che facevano seguito ad altri usciti nel 2010 sullo stesso quotidiano romano (Povera unità il 19 ottobre e Fra sangue e congiure il 17 dello stesso mese), la Sinistra, ribaltando le sue tradizionali riserve nei riguardi del Risorgimento fu più incline a prendere la festa e a mettere in sordina il tradizionale revisionismo. Ad ogni modo, se non ci fosse stato il colpo di barra dato dal presidente della Repubblica (con i suoi discorsi, da quello di Quarto del 2010 a quello a Camere riunite del 17 marzo 2011), la discussione si sarebbe trascinata finendo per dare l'impressione che non si volesse fare un bilancio per quanto critico del Risorgimento ma, anzi, si volessero mettere sulle spalle dei "padri della patria" gli errori e i vizi dell'Italia odierna. Non è che l'Italia sia stata "malfatta" ma sono gli italiani che, invece di "farsi", minacciano con i loro comportamenti attuali di "disfare" ciò che con tanti sacrifici, lotte e sangue era stato fatto. Nel suo discorso del17 marzo, il Presidente troncava queste discussioni, oramai oltremodo sterili, dichiarando che «è largamente condivisa la convinzione che […] la memoria degli eventi che condussero alla nascita dello stato nazionale e la riflessione sul lungo percorso compiuto, possono risultare preziose per suscitare risposte collettive di cui c'è bisogno […] orgoglio e fiducia innanzitutto. […] Non lasciamoci paralizzare dall' orrore per la retorica; per evitarla è sufficiente affidarsi alla luminosa evidenza dei fatti e l'unificazione ha rappresentato un'impresa storica straordinaria». Partendo da queste premesse, il capo dello Stato ha sottolineato come non furono élites minoritarie ma schiere di patrioti, aristocratici, borghesi, operai e popolani che combatterono mossi da un'aspirazione di libertà a compiere questa «opera ciclopica». E non c'è «discussione, pur lecita e feconda, sulle ombre, sulle contraddizioni e tensioni del movimento unitario che possa oscurare il dato fondamentale dello storico balzo in avanti che la nascita del nostro Stato nazionale rappresentò per l'insieme degli italiani». Fu, dunque, sotto la spinta del presidente Napolitano, con il coordinamento del Comitato nazionale, nonostante la partenza tardiva, che si è prodotta un'esplosione di iniziative nate "dal basso", soprattutto per iniziativa di amministrazioni locali, istituzioni accademiche, associazioni culturali, biblioteche (nazionali e locali), molte delle quali di notevole livello (conferenze, mostre, inaugurazioni convegni) che hanno interessato quasi tutta l'Italia, dalle grandi città sino al più piccolo comune. Esse hanno dimostrato quanto, a livello locale, la memoria del Risorgimento e dei suoi protagonisti, grandi e minori, sia viva, in piena contraddizione con le riserve e le incertezze manifestate a livello centrale dalle autorità.

Un dovere etico-politico: ricordare il Risorgimento rivedendolo attraverso le lenti della critica senza cadere nel revisionismo

«Ventunesimo Secolo» non si poteva sottrarre a quello che considera, dati i suoi orientamenti culturali, un suo dovere etico-politico: dare un segno d'attenzione verso l'anniversario del centocinquantesimo. Lo abbiamo fatto dedicando all'avvenimento un numero speciale, partendo dall'idea che fosse necessaria una rivisitazione degli avvenimenti. Abbiamo perciò creduto opportuno che una ricostruzione storica non potesse andare esente da quella revisione che ogni generazione di storici è chiamata a compiere, perché la storiografia possa progredire, ma esprimendo una critica del revisionismo mosso da intenti politici. In questo non si può non condividere quanto scriveva Matteucci in un suo articolo per «Il Mulino» nell961, affermando che «il revisionismo era l'atteggiamento prevalente nel mondo moderno [...] ma è politica in nuce e cioè non è comprensione del passato, ma soltanto programma d'azione»; e si domandava se «il revisionismo non fosse sterile non solo sul piano storiografico ma anche su quello politico». I tempi della ricerca sono, infatti, più lunghi di quelli della politica e quando i risultati di essa possono essere utilizzabili, le strategie politiche cui essa obbedisce sono oramai superate. Tenendo presenti queste riflessioni abbiamo organizzato questo numero speciale della rivista includendovi tre saggi di ricostruzione storica, altri due di carattere storiografico, dedicati alla critica del revisionismo risorgimentale e una rassegna bibliografica (La Nazione Unita. Biografie e ricerche nella recente storiografia italiana) a cura di Carmine Pinto. Il numero si apre con un intervento di Zeffiro Ciuffoletti che costituisce un'anticipazione della voce da lui scritta per il Dizionario del liberalismo, di prossima uscita. Si tratta di una brillante e problematica sintesi del processo unitario che si pone nel solco dell'interpretazione "classica" del Risorgimento in linea con quella dei De Ruggiero, degli Omodeo, dei Maturi, dei Morandi, dei Valsecchi, dei Ghisalberti, dei Matteucci e in continuità con la sua produzione storiografica in cui la storia del risorgimento ha una sua centralità. La rivisitazione che egli compie dell'età del Risorgimento, se tiene conto degli esiti della riflessione della "scuola liberale" sino alla magistrale lezione di Chabod, dà un giusto rilievo alle considerazioni della storiografia democratica (Salvemini, Rosselli) sino alle ultime "rivelazioni" di Salvo Mastellone su Mazzini. Zeffiro Ciuffoletti, nel disegnare questo panorama del Risorgimento, non può prescindere dal dibattito storiografico in corso e non risentire della crisi di identità che il paese ha vissuto e vive. Nel descrivere il difficile ma esaltante percorso del moto unitario, la cui la bussola è costituita dall'idea di nazione, le cui premesse si ritrovano nel romanticismo e nell'aspirazione alla libertà e alle riforme costituzionali che lo hanno contraddistinto e che affondano le radici nell'illuminismo, ne individua le tappe. Nella reazione al giacobinismo e alla dominazione napoleonica si rafforzano l'idea di nazione e l'aspirazione alla libertà e all'indipendenza. Ciuffoletti dedica una riflessione all'interpretazione di Cuoco sulla "rivoluzione passiva" e al drammatico rapporto tra intellettuali e masse. Fu questa incomprensione che causò il fallimento della "rivoluzione napoletana"; egli dà conto, a questo riguardo, dei giudizi di Foscolo, di Mazzini e di Pisacane. Tuttavia – ricorda opportunamente Ciuffoletti – che è nel "periodo francese" che sarebbe emerso un nuovo ceto borghese che fece le sue prime esperienze parlamentari, che fu un attore attivo della rivoluzione del1821 e che prese parte al movimento carbonaro e ai moti dei primi anni Trenta. La generazione seguente, figlia dei patrioti del1821, fu protagonista delle rivoluzioni del1848. Ma fu anche dalla reazione antigiacobina che si venne a sviluppare quel movimento moderato che, dinanzi al fallimento dei moti mazziniani e della alternativa neoguelfa, dette vita al moto unitario, rivolgendo le sue speranze verso la monarchia costituzionale del Piemonte liberale. Liberalismo, liberoscambismo, costituzionalismo e questione nazionale costituirono le linee guida del programma moderato di cui Cavour fu interprete dal 1852 e che portò a realizzare le riforme del 1854 -55 e alla soppressione degli ordini monastici nel quadro di un'ardita politica ecclesiastica. Attraverso il "connubio", il "grande conte" riuscì a costituire una nuova maggioranza in grado di emarginare la Destra legittimista e clericale. Ma il suo capolavoro fu compiuto nella politica estera dopo la conclusione degli accordi di Plombierès, quando seppe sfruttare abilmente l'alleanza con Napoleone III, fare leva sull'interesse strategico dell'Inghilterra e volgere a suo favore la forza mobilitante di Garibaldi e del movimento democratico per abbattere il regno borbonico; infine riuscì ad annettersi l'Umbria e le Marche, non esitando ad invadere lo Stato pontificio.

Il 17 marzo di centocinquant’anni fa il più dell'unificazione italiana era compiuta: mancavano il Veneto e il Lazio. Cavour dimostrò, così, di essere uno dei più grandi statisti europei della sua epoca. Nel suo contributo, Carlo Ghisalberti, con efficace e rapida sintesi, ricostruisce la politica estera e interna del Piemonte, dalla "fatal Novara" sino alla proclamazione del Regno, mettendo in luce il ruolo di d'Azeglio il quale iniziò quella politica di riforme, poi completata da Cavour, alla cui abile diplomazia si deve tanto l'unificazione del paese, quanto il suo inserimento nel concerto europeo, compiendo un miracolo politico.

Il saggio che segue di Fabio Grassi Orsini è dedicato all'opera che Cavour compì negli anni del suo governo, favorendo l'evoluzione del modello istituzionale subalpino che, da un sistema costituzionale puro si trasformò in una monarchia parlamentare. In considerazione di ciò sembra necessario sfatare il luogo comune che il "connubio" sia stato il precedente del trasformismo: esso fu, invece, un'operazione per trasformare il vecchio sistema dei partiti in uno più moderno e creare una maggioranza efficiente il cui nucleo centrale era costituito dal "grande partito liberale". Questo sistema gli sopravvisse e, malgrado fosse venuta meno la sua leadership carismatica, la Destra storica continuò a essere il partito dominante per un decennio: quando l'egemonia di questa maggioranza entrò in crisi fu possibile un'alternativa.

Il trasformismo non fu, dunque, un'invenzione di Cavour e per quanto si dimostrò utile in qualche fase della nostra storia parlamentare, non si può considerare una legge "ferrea" del parlamentarismo italiano. Il saggio di Gaetano Quagliariello, che chiude, questa sezione, ricostruisce il rapporto tra Chiesa e Stato e tra liberali e cattolici nel Risorgimento, partendo da una premessa: l'Italia è stata l'unica nazione dell'Occidente che si è formata contro la Chiesa (ma anche la Germania ha avuto il suo Kulturkampf) e, si può aggiungere che, secondo quanto riconosceva Silvio Spaventa, il partito liberale fu costretto a essere un partito conservatore e rivoluzionario insieme. Quagliariello ripercorre le fasi che i rapporti tra Chiesa e Stato hanno attraversato: alla iniziale, quella che definisce il "tempo dell'intransigenza" ne seguirono altre quattro. La prima fu quella in cui si produsse una lacerazione tra cattolici legittimisti e liberali-cattolici creatasi già a partire dalle leggi Siccardi e poi acuita dalla politica ecclesiastica separatista di Cavour e dei suoi successori che pur non avendo velleità anticlericali e tantomeno antireligiosi avevano difeso la laicità della politica come necessaria risposta alla posizione intransigentemente temporalista della Chiesa. Durante questa fase, che corrisponde al pontificato di Pio IX (il cui inizio fu "liberale"), a partire dal1848 i liberali si arroccarono in una politica separatista e la Chiesa si impegnò nella delegittimazione dello Stato contrapponendo la "Nazione cristiana" allo Stato liberale. La seconda fase ebbe inizio con il pontificato di Leone XIII, durante il quale illiberalismo fu sottoposto a un "doppio attacco": dal lato dello Stato e, dal basso, attraverso una maggiore attenzione alla politica sociale tendente a minare il consenso delle masse nei confronti del regime liberale. Una terza fase è quella della "tentata integrazione" in cui il "mondo cattolico" presenta due diverse posizioni: una intransigente e un'altra conciliatorista. Quagliariello ripropone un'interpretazione che richiama quella spadoliniana ricostruendo i tentativi di superamento del dissidio: quello fallito di Crispi e la "conciliazione tacita" di Giolitti, che contribuì a rasserenare gli spiriti, a rendere possibile il superamento del non expedit e la collaborazione politica tra liberali e cattolici transigenti sino agli accordi Orlando-Cerretti che avevano posto le basi di una conciliazione formale tra lo Stato italiano e la Santa Sede. Una conciliazione che non poté realizzarsi a causa dell'imminente crollo della democrazia liberale. Diverso significato avrebbe assunto un accordo che avesse dichiarato chiusa la "questione romana" nel contesto di uno Stato liberale. La quarta fase è quella della "conciliazione formale". I Trattati del Laterano, aldilà dei contenuti che non potevano non risentire del clima politico in cui furono stipulati, vennero stipulati in una diversa cornice istituzionale. Croce lo sottolineò in un passaggio del suo famoso discorso al Senato del 29 maggio 1929 che non sembra fuori luogo citare perché non vi siano dubbi su quello che era il suo pensiero, condiviso da molti liberali e da una parte non minoritaria di cattolici liberali: «Dichiaro anzitutto, perché non abbia luogo equivoco, che nessuna ragionevole opposizione potrebbe sorgere da parte nostra all'idea della conciliazione dello Stato Italiano con la Santa Sede [...]. La legge delle Guarentigie avrebbe avuto il complemento della conciliazione se la Santa Sede l'avesse accettata o se, movendo da essa, avesse aperto trattative che non erano escluse e potevano essere coronate da accordo. I ripetuti tentativi fatti nei decenni, dall'una e dall'altra parte, comprovano la tendenza a mettere fine a un dissidio che apportava danni o inconvenienti dall'una e dall'altra parte […]. La ragione che ci impedisce di approvare questo disegno di legge non è, dunque, nell'idea della conciliazione, ma unicamente nel modo in cui è stata attuata, nelle particolari convenzioni che l'hanno accompagnata e che formano parte del disegno di legge». Il filosofo liberale riteneva, infatti, che la politica ecclesiastica, inaugurata con il Concordato stipulato con il regime fascista, costituiva «l'abbandono di quella politica seguita per Ottant'anni dal Risorgimento e nell'Italia unita».

Alla sezione storica seguono, come si è detto, due contributi storiografici dedicati al problema del "revisionismo risorgimentale". Roberto Pertici rileva come il Risorgimento sia stato, nel corso dell'Ottocento, e per gran parte del Novecento, al centro del discorso pubblico e come nei suoi confronti si siano definite le culture dei movimenti politici che se ne dichiararono eredi o che assumevano nei suoi confronti atteggiamenti critici. L'autore, nel suo saggio, isola in questo dibattito il concetto di "revisionismo risorgimentale" e ne riscrive la parabola, iniziando il suo excursus dall'opera di Alfredo Oriani per arrivare a Gobetti, il cui debito verso Oriani era grande e riconosciuto: Gobetti riprese il tema del "revisionismo risorgimentale" nella sua critica all'età giolittiana ma, in realtà, a tutta la storia dell'Italia unita, nel tentativo di rifondare illiberalismo in chiave di "rivolta" contro l'arretratezza italiana. Con l'avvento del fascismo vi è una ripresa dell'arianesimo: "revisionismo risorgimentale" manifesta una sua vitalità nella cultura della "sinistra fascista", mentre il regime ufficiale mette in opera una strumentalizzazione del Risorgimento in chiave nazionalista. La storiografia antifascista si schierò decisamente in "difesa del Risorgimento" (Croce, Omodeo, Maturi, Salvatorelli e Spellanzon). Ciononostante il revisionismo antirisorgimentale si manifestò anche dopo la liberazione: basti pensare all"'antistoria d'Italia" di Fabio Cusio, scritta tra il1943 e il1944, e pubblicata nel1948. Pertici non fa a meno di ricordare come, sul versante democratico, il revisionismo risorgimentale sia stato un punto di forza della cultura azionista mentre fu la polemica gramsciana contro il Risorgimento a dettare gli orientamenti della storiografia marxista. Sulla sponda cattolica vennero recuperare, dalla sinistra democristiana, le tradizionali critiche della corrente intransigente verso lo Stato liberale sino alla conversione ad un atteggiamento più positivo sulla linea neo sturziana di cui Gabriele De Rosa fu il principale esponente. Perrici mette, poi, in luce il revisionismo-antirevisionista di Del Noce e il dibattito con Matteucci e conclude valorizzando la "svolta", costituita dai saggi di Romeo sul Risorgimento e dalla grande biografia di Cavour che chiudeva quella stagione del revisionismo.

Paolo Varvaro, nel suo saggio ricostruisce la formazione del mito del "secondo risorgimento", nato come reazione alla strumentalizzazione fascista del Risorgimento (in parte ripreso dalla Repubblica di Salò). Nella Resistenza il precedente del "primo Risorgimento" veniva invocato per legittimare la guerra di liberazione nazionale, ma in chiave popolare e rivoluzionaria e non certo come rivalutazione del liberalismo moderato. Gli stessi liberali, richiamandosi alle più gloriose tradizioni del Risorgimento, non intendevano chiudersi nel passato e volevano presentare il loro partito come un "partito giovane" (Mario P annunzio, Il partito giovane, «Risorgimento liberale», 29 agosto 1944). Pur richiamandosi ai principi del liberalismo cavouriano, a Giolitti e ad Amendola, gli esponenti liberali, autori degli opuscoli editi nel periodo clandestino, definivano le linee di un "nuovo liberalismo". Alla Consulta, come ricordato da Varvaro, Croce prese posizione contro Parri a difesa della democrazia pre fascista, erede del Risorgimento, e lo stesso Salvemini, che era stato così critico dell'"Italietta liberale" e del giolittismo ne ammise la superiorità nei confronti del regime fascista. Varvaro ritiene, tuttavia, che nella "prima Repubblica" il patriottismo risorgimentale fosse oramai in disarmo. Da parre sua Pertici osserva che nella fase finale della "prima Repubblica" il revisionismo ami risorgimentale aveva perso il suo vigore come motivo conduttore della politica culturale dei partiti di massa che non avevano partecipato al moto unitario.

Il numero si conclude con la rassegna di C. Pinto che prende in esame la Biografia di Cavour di A. Viarengo, il Cavour e Bismarck di G.E. Rusconi, il Mazzini di G. Berardelli, il Murat di R. De Lorenzo, Il Risorgimento in Esilio di M. Isabella, I piccoli cospiratori di A. Arisi Rota, L'eredità di Mazzini tra Risorgimento e Fascismo di L. Sullam, L'apostolo a brandelli. L’eredità di Mazzini tra Risorgimento e fascismo e Sublime madre nostra. La Nazione italiana tra Risorgimento e Fascismo di M. Banti, come esempi di un nuovo clima storiografico. Pinto dimostra ottimismo, rilevando che se il cento cinquantenario era iniziato con il ritornello sulla scarsità delle iniziative e della mancata partecipazione popolare e sulla disaffezione verso il Risorgimento, il 2011 si sta chiudendo con un fiorire di manifestazioni e con una interessante ripresa di studi che dimostrano come nel discorso nazionale si sia riproposto con forza il nesso tra Risorgimento e identità nazionale.

(tratto da Ventunesimo Secolo)

 

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