Lo spettatore pagante

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Era difficile realizzare un film così brutto, inutile e noioso. E invece Woody Allen ci è riuscito. Nulla di grave, sin qui. Un film americano usa e getta. La questione però è un tantino più complicata, poiché “To Rome with Love” è tutt’altro fuorché un film americano. È un film italiano. Nel senso che italiani sono buona parte degli attori. Italiane le maestranze. Italiana l’ambientazione nella città di Roma. Italiani parecchi capitali investiti.

Woody Allen da qualche anno lavora in Europa. Ha girato vari film a Londra, poi a Barcellona e Parigi. Adesso è il turno della Città Eterna. A Roma però ha rifilato l’opera peggiore. Sciatta, scritta con i piedi, zeppa di situazioni e personaggi privi di credibilità, banale e stiracchiata. Il settantasettenne regista (non dimentichiamolo, fra i maggiori talenti del cinema americano contemporaneo), ha così confezionato l’ennesimo film per evitare il lettino dello psicanalista, e tenere lontani i pensieri sulla morte. Eppure questo pastrocchio inspiegabile e sconsiderato, richiamerà in Italia, e in Europa (difficilmente lo stesso potrà accadere negli Stati Uniti), un pubblico numeroso (forse persino troppo numeroso) e festante.

Stavolta la critica ha sparato a zero sul film. Così come aveva straveduto per il precedente “Midnight in Paris” (opera onesta e divertente, sulla quale era però difficile lasciarsi andare a giudizi entusiastici), adesso il coro ha cambiato decisamente registro, e in negativo. Dal sole splendente si è passati al temporale, all’acquazzone, alla tempesta.

Ormai Allen fa film decadenti per un’Europa decadente, la sola che riesca ad apprezzarli sino in fondo. Gli americani delle sue lagne tra l’ennesima paura di volare, l’ennesima citazione di Freud e l’ennesima battuta di Marx (naturalmente i comici fratelli Marx, non il filosofo tedesco), ne hanno le scatole piene. Gli europei, invece, hanno deciso di adottare Woody Allen, finanziandolo, incoronandolo artista e affollando le sale alla programmazione dei suoi film.

In “To Rome with Love”, nel tentativo di cavarsela, interseca storie diverse ambientate a Roma. Ci sono i tormenti amorosi di una coppia di studenti americani. Il ragazzo, Jack (Jesse Eisenberg), resta stregato dal fascino di un’amica della fidanzata, attrice volubile e seduttrice irrefrenabile, che prima gli promette amore eterno, poi, sul più bello, lo pianta in asso per girare un film. C’è un famoso architetto (Alec Baldwin), ben remunerato costruttore di sofisticati centri commerciali. Da giovane passò un periodo a Roma, e quando casualmente incontra Jack, rivede se stesso spensierato a passeggio nelle stradine di Trastevere. Prova a dissuadere il ragazzo: sta correndo appresso alle gonne della donna sbagliata. Ma con poca fortuna. Ci sono una giovane americana, innamorata persa di un giovane italiano. Il padre del ragazzo ha un’impresa di pompe funebri e una voce da non temere confronti con quella di Pavarotti, che riesce però a sprigionare alla massima potenza solo sotto la doccia. Il padre della ragazza (Woody Allen) è un impresario e regista di opere liriche in pensione, sposato con una psicoanalista. C’è una coppia di giovani sposi provenienti da Pordenone, provinciali un po’ imbranati, stritolati e storditi dalla città. E, infine, c’è Leopoldo Pisanello (Roberto Benigni), anonimo impiegato che diventa, senza alcun motivo, una celebrità. Nel cast trovano spazio anche Penélope Cruz e Ellen Page, oltre a tanti, tantissimi attori italiani, giovani e meno giovani, da Riccardo Scamarcio a Ornella Muti, da Antonio Albanese a Giuliano Gemma. Solo una conclusiva considerazione. Benigni nella mani di Woody Allen è la più totale delusione. Un talento esplosivo ingabbiato in un ruolo fiacco. Ma ne valeva la pena?   

 

CommentiCommenti 5

gianni (non verificato) said:

Recensione chiaramente prevenuta e realizzata da chi non ha mai sopportato woody allen e quindi non ha guardato il film con un metro di giudizio oggettivo, e di sicuro non ha capito la satira che si cela nei vari episodi. Poi, "Benigni nella mani di Woody Allen è la più totale delusione. Un talento esplosivo ingabbiato in un ruolo fiacco. Ne valeva la pena?". Certo, perché vi siete dimenticati che Benigni prima di essere uno showman è un attore, e il ruolo "fiacco" è quello dell'uomo qualunque che viene scosso da una celebrità immeritata. Tema attualissimo e tristissimo, e da voi non considerato, forse perché troppo distratti dalla critica che il film rivolge - forse giustamente, a questo punto - al giornalismo.

Graziano (non verificato) said:

La decadenza del cinema italiano o meglio romano è resa evidente da questo film "americano" . Benigni è il massimo rappresentante della categoria "attore impegnato" ovvero: divulgatore di cultura e moralità fustigatore della politica e del costume nonchè vivissima espressione di un pensiero politico(sappiamo tutti quale) scomodo che deve combattere contro l'ignoranza il razzismo delle masse il cui pensiero è offuscato dalla sottocultura e........ bla bla.
Basta non ne possiamo piu di essere rappresentati da queste comparse.

Claudio (non verificato) said:

E' un film leggero ma con trovate assolutamente geniali (e surreali) e riflessioni profonde sulla società dell'immagine e l'ossessiva ricerca del successo. L'impresario di pompe funebri trova il successo suo malgrado e alla fine ci rinuncia e torna serenamente alla sua vita; l'impiegatuccio Benigni diventa famoso suo malgrado e quando ri-precipita nell'anonimato non sa darsene pace. Bellissima anche la trovata dell'architetto-angelo custode, che vorrebbe applicare il suo razionalismo da costruttore di centri commerciali ai sentimenti del giovane architetto-praticante. Molto debole la vicenda degli sposini, solo un omaggio alla commedia degli equivoci all'italiana. Su Benigni io la penso proprio al contrario di Siniscalchi: è un grande attore, ma dà il meglio di sé quando è diretto da qualcun altro, le cose migliori le ha fatte con Bertolucci (oltre naturalmente a Fellini), ma quando vuole fare tutto da solo scade in commediole banali, fatta eccezione per il film sul campo di concentramento che era comunque una commedia (ma di certo non banale, ovviamente, e comunque a me non è piaciuto granché). Certo che Midnight in Paris era migliore e Basta che funzioni uno dei migliori capolavori del grande Woody Allen, ma comunque un gradevolissimo film, originale e per niente stupido.