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I. Intervenendo il 12 settembre 1848 all’Assemblea Nazionale nel dibattito sul diritto al lavoro, Alexis de Tocqueville concludeva il suo discorso con un’esortazione che, forse, non sarebbe dispiaciuta a Friedrich Hayek:< La Rivoluzione francese ha avuto il desiderio, e questo desiderio l’ha resa non solo sacra ma santa agli occhi dei popoli, essa ha avuto il desiderio d’introdurre la carità nella politica; essa ha concepito dei doveri dello Stato verso i poveri, verso i cittadini che soffrono, un’idea più estesa, più generale, più alta di quanto non si fosse avuto prima di essa. Questa idea noi dobbiamo riprendere, non, lo ripeto, mettendo la previdenza e la saggezza dello Stato al posto della previdenza e della saggezza individuali, ma venendo realmente, efficacemente, coi mezzi di cui lo Stato dispone, in soccorso di tutti coloro che soffrono, in soccorso di tutti coloro che, avendo esaurito tutte le proprie risorse, sarebbero ridotti alla miseria se lo Stato non tendesse loro la mano>. Tocqueville non è il weberiano ‘tipo ideale’ del liberalismo che <caro factum est> ma sicuramente rappresenta un punto di riferimento imprescindibile per quanti hanno nel cuore i destini della ‘società aperta’. Nettamente contrario al ‘diritto al lavoro’—che possiamo considerare il padre nobile degli odierni ‘diritti sociali’—lo studioso della democrazia in America non solo non era contrario ma auspicava provvedimenti sociali (oggi diremmo: leggi sociali ordinarie) a favore dei perdenti nella lotta per la vita.

Nella Memoria sul pauperismo si mostrava critico implacabile e avant lettre dello stato sociale e si diceva < profondamente convinto che ogni sistema regolare, permanente, amministrativo, il cui scopo sarà di provvedere ai bisogni del pove­ro, farà nascere più miserie di quante ne può guarire, depraverà la popolazione che vuole soccorrere e consolare, ridurrà col tempo i ricchi a non essere che i fattori dei poveri, inaridirà le fonti del risparmio, arresterà l'accumulazione dei capitali, comprimerà lo sviluppo del commercio, intorpidirà l'attività e l'industria umane e finirà per portare nello stato una rivoluzione violenta, quando il numero di quelli che ricevono l'ele­mosina sarà diventato quasi così grande quanto il numero di quelli che la donano, e  quando l’indigente, non potendo più trarre dai ricchi impove­riti di che provvedere ai suoi bisogni, troverà più facile spogliarli di colpo dei loro beni piuttosto che domandare il loro aiuto>. Non escludeva, però la carità privata di cui peraltro avvertiva lucidamente i limiti: < la solidarietà privata non saprebbe produrre che degli effetti utili. La sua stessa debolezza garantisce contro i suoi pericoli; essa allevia molte miserie non facendone nascere di nuove. Ma in presenza dello sviluppo progressivo delle classi industriali e di tutti i mali che la civiltà mischia ai beni inestimabili che produce, la solidarietà privata sem­bra molto debole. Sufficiente nel medioevo, quando l'ardore religioso le dava una immensa e­nergia, e quando il suo compito era meno diffici­le da compiere, lo potrebbe divenire ai nostri giorni quando il fardello che deve sopportare è pesante e le sue forze sono indebolite? La solida­rietà individuale è un agente potente che la so­cietà non deve affatto disprezzare, ma al quale sa­rebbe imprudente affidarsi: essa è uno dei mezzi ma non potrebbe essere il solo>.

E’ un momento, questo, del suo pensiero su cui stendono un velo pietoso quanti lo tirano per la giacchetta, facendone quasi un esponente del ‘republicanism’ e della ‘democrazia sociale’, in virtù, soprattutto, del fraintendimento della tematica della ‘tirannia della maggioranza’ e della proiezione nel passato di contese politiche e sociali del presente. Tocqueville era un liberale  a tutto tondo , fedele alla sua consegna <chi cerca nella libertà altra cosa che la libertà è nato per servire>: la libertà non è al servizio del mercato ma è il mercato al servizio della libertà e il dirigismo statalista è da condannare non perché uccide il mercato ma perché mette < la previdenza e la saggezza dello Stato al posto della previdenza e della saggezza individuali>.

L’aristocratico normanno, il cui liberalismo, nutrito di sano empirismo e di realismo classico, era lontanissimo dal liberalismo dottrinario (come lo sarebbe oggi dal liberalismo libertario e anarco-capitalista) si poneva il problema delle forze che tenevano insieme la ‘società degli individui’ e tali forze negli Stati Uniti - da lui studiati con tanta penetrazione intellettuale - individuava, sostanzialmente, nei ‘moeurs’ ovvero nei costumi depositati negli animi da una plurisecolare tradizione cristiana rimasta salda - anche se  in forme sempre più  secolarizzate - dinanzi al mutare del tempo e alle sfide della storia. L’interesse bene inteso, il rispetto della legge, i limiti posti dalle istituzioni all’agire degli individui e dei gruppi scaturivano, a suo avviso, da ‘costumi della mente’ e ‘abiti del cuore’ che legavano le generazioni in un vincolo indissolubile.

La ‘carità di Tocqueville—e dei liberali—potrebbe meglio denominarsi ‘solidarietà sociale’ al fine di evitare di ridurla, come nelle dottrine tradizionaliste, a contraltare del ‘diritto’. Si comprende, peraltro, come a popoli, consapevoli della propria dignità umana, andasse poco a genio un termine che sapeva tanto di invito a dare ‘il superfluo ai poveri’ e che ancora oggi evoca la mensa dei derelitti e la distribuzione di scarpe e abiti usati a quanti ‘non hanno fissa dimora’. E tuttavia la giusta diffidenza nei confronti di un mondo che ha bisogno di indigenti per fare ‘esercizi di bontà’ rischia , in un periodo di profonda crisi economica e di pericolose lacerazioni sociali come l’attuale, di buttare con l’acqua sporca del bagno - la pietas pelosa dei ‘beati possidentes’ - anche il bambino - il dovere morale di soccorrere il prossimo in difficoltà.

Il liberalismo non è l’ideologia del trilussiano <gatto senza core> che non divide <gnente co’ nessuno> giacché fa <er socialista quanno> sta <a digiuno> ma <quanno magna> è <conservatore>: non ignora affatto la complessità della ‘questione sociale’ e sa bene, come sapeva il cardinale Federigo Borromeo ne I Promessi Sposi, che < la vita non è già destinata ad essere un peso per molti, e una festa per alcuni, ma per tutti un impiego, del quale ognuno renderà conto>. A distinguerlo dalla democrazia sociale e dal socialismo è la mancanza di fiducia nella capacità dello Stato a porre rimedio ai <mali del mondo>, limitando la libertà d’impresa, ignorando la democrazia del mercato—che riconosce la sovranità del consumatore non quella del produttore—e tarpando le ali all’innovazione che potrebbe creare nuove ineguaglianze e di fatto le crea.

L’uomo/cittadino ha la più ampia libertà di perseguire i suoi interessi e di promuovere i suoi valori, purché non leda i diritti degli altri, ma tale libertà se significa che nessun ente sovraordinato (lo Stato, la Chiesa, il Partito) può costringerlo a ‘essere buono’, cioè a spogliarsi di parte del suo per darlo a chi ne ha bisogno, non significa   impegno a barricarsi tra le quattro mura della sua privacy e a non prestare ascolto alle invocazioni di soccorso di chi non ha le quattro mura in cui ripararsi. In altre parole, è il mercato che mi fa ricco ma il mercato non mi obbliga a reinvestire i miei guadagni in altre puntate allo chemin de fer di un capitalismo che non si concede giorni di riposo.

Gli Stati Uniti non sono il paradiso della società aperta ma nella misura in cui sono caratterizzati da consistenti ‘elementi di liberalismo’ perpetuano, più dell’Europa, consuetudini mecenatesche che portano generosi magnati a fondare Università, Musei, istituti di ricerca, iniziative filantropiche varie etc. Inoltre, sul suolo nordamericano, proliferano associazioni volontarie, per far fronte a calamità naturali o a disastri sociali, che avevano suscitato l’ammirazione incondizionata di Tocqueville. La pagina della Democrazia in America del 1835 è ampiamente nota ma vale la pena rileggerla con attenzione: < L'America è il solo paese al mondo in cui si è tratto il maggior partito dall'associazione, e dove si è applicato questo potente mezzo d'azione a una maggior varietà di situazioni./ Indipendentemente dalle associazioni permanenti, create dalla legge sotto il nome di comuni, città e contee, ce n'è una moltitu­dine di altre, che devono il loro sorgere e il loro sviluppo solo a vo­lontà individuali./ L'abitante degli Stati Uniti impara fin dalla nascita che bisogna contare su sé stessi, per lottare contro i mali e gli ostacoli della vita; egli non getta sull'autorità sociale che uno sguardo diffidente e inquieto, e ricorre al suo poteri solo quando non può farne a meno. Si comincia a notare questo fin dalla scuola, dove i bambini si sot­tomettono, persino nei loro giochi, a regole che essi hanno stabilito e puniscono fra loro colpe da loro stessi giudicate.

Lo stesso spirito si ritrova in tutti gli atti della vita sociale. Un ostacolo si forma sulla pubblica via, il passaggio è interrotto, la circolazione bloccata; i vicini si costituiscono subito in corpo deliberante; da questa assem­blea improvvisata uscirà un potere esecutivo che rimedierà al male, prima che l'idea d'una autorità preesistente a quella degli. interessati si presenti alla immaginazione di alcuno. Se si tratta di divertimenti, ci si assocerà per dare più splendore e regolarità alla festa. Ci si  unisce infine per resistere a nemici del tutto immateriali : si com­batte in comune l'intemperanza. Negli Stati Uniti ci si associa per scopi di sicurezza pubblica, di commercio e d'industria, di morale e di religione. Non c'è nulla che la volontà umana disperi di raggiungere con la libera azione della potenza collettiva degli individui>.

 

 

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