La guerra nascosta dei sauditi agli Assad

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arabia saudita

L’Arabia Saudita e il Qatar sono i principali, e più espliciti, sostenitori regionali dell’opposizione armata contro il regime di Bashar al-Assad. Il Regno Saudita, prima economia dell’area, dispone di un ‘arsenale’ finanziario pressoché illimitato con cui sovvenzionare le proprie cause politiche. E non è un mistero che una di queste sia proprio quella di rovesciare lo scomodo (e forse troppo filo-iraniano) governo siriano.

Per i principi sauditi, Bashar al-Assad è un fastidioso vicino di cui doversi sbarazzare. Un vicino che rischia di rivelarsi in futuro una minaccia ancora peggiore, qualora l’esito della rivolta dovesse volgere in suo favore. Gli eventi - ormai in corso da 15 mesi - sembrano avvalorare le preoccupazioni saudite. Infatti, malgrado il massiccio dispiegamento di forze da parte dei nemici della dinastia alawita, i risultati in campo sono tutt’ora dalla sua parte.

Come se non bastasse, il Presidente siriano continua a godere dell’indiscusso sostegno di esercito e potenti alleati stranieri (primi tra tutti Iran e Russia). Il che lo rende certamente più sicuro - e intimidatorio - di quanto non fossero in passato Mubarak, Ben Ali o Gheddafi. Strenuamente difesa da un esercito di mezzo milione di soldati e da servizi di sicurezza infallibili, Damasco, nonostante tutto, rimane forte. E Riad lo sa bene.

Pur consapevole dei rischi insiti in una sua dichiarata e (più o meno) diretta partecipazione alla ribellione siriana, l’Arabia Saudita sembra, tuttavia, non voler rinunciare all’opportunità di veder scomparire uno dei suoi peggiori incubi. La caduta di Al Assad si risolverebbe invero in un risultato mediato ma sufficiente a riequilibrare l’influenza di Riad sulla penisola arabica. Basterebbe, infatti, a frenare l’ascesa di quello che è il suo vero nemico, l’Iran.

E a questo scopo, ogni mezzo è lecito. I sauditi hanno già letteralmente inondato di capitali l’opposizione armata siriana e non è affatto escluso che, con l’aiuto del Mit - i servizi di intelligence turchi -, abbiano materialmente fornito e consegnato armi ai ribelli. Ad ogni modo, è facendo ricorso al concetto di jihad, che l’ultra conservatore principato saudita riesce a mobilitare la più accanita e tenace resistenza al regime alawita.

L’avversione contro questa minoranza sciita che tiene in pugno un paese per il 75% sunnita pare invero uno strumento molto persuasivo. E’ in nome dell’islam che, dallo scorso febbraio, Riad ha irrigidito la sua posizione contro il governo siriano, rappresentato come una dittatura atea, o meglio, retta da una minoranza eretica che opprime i musulmani sunniti. Dietro la missione di affermare un modello statale realmente islamico, e non meramente arabo, l’Arabia Saudita si fa pertanto promotrice (e finanziatrice) di una battaglia ideologico-religiosa diretta non solo contro la Siria, ma anche, e soprattutto, contro l’Iran e i suoi alleati sciiti.

Del resto, il contesto socio-politico siriano prospetta ampi margini di manovra all’infiltrazione della jihad e la presenza, in prossimità dell’immediato confine iracheno, di un’importante cellula jihadista rende le operazioni ancora più facili, specialmente se lautamente sovvenzionate dai sauditi. Sfruttando una linea di transito già ben collaudata dal 2004 al 2007, allora in direzione Iraq, la propaganda salafita di matrice saudita è stata già capace di iniettare in Siria, via Libano o Turchia, un flusso continuo (sebbene ancora relativamente contenuto - si parla al momento di un numero tra le 700 e le 1400 unità -) di combattenti jihadisti diversi ma uniti al comune grido di battaglia contro Al Assad. Alcuni di questi vengono affiliati all’Esercito siriano libero, altri costituiscono loro brigate autonome.

Ma se fino ad ora si è rivelato piuttosto agevole per Riad schierare una larga fascia di combattenti - infervorati altresì dalla notizia dell’uccisione di circa 10.000 civili sunniti per mano di Al Assad -, altrettanto potrebbe non accadere per il controllo degli stessi una volta scesi in campo. La jihad è infatti una forza multiforme, imprevedibile e difficile da contenere, a maggior ragione per un paese che, come l’Arabia Saudita, non può neppure fare affidamento su un confine comune con il territorio in cui si svolgono le operazioni. Priva di efficienti meccanismi istituzionali che le garantiscano l’effettiva supervisione e gestione dell’iniziativa jihadista, Riad rischia di trovarsi isolata più di quanto già non sia. D’altronde, i sauditi non dispongono di servizi segreti paragonabili a quelli iraniani.

La General Intelligence Presidency è una struttura più modesta e certamente meno esperta del complesso apparato di sicurezza a disposizione di Teheran. Con un’influenza politica limitata nella regione e un blocco rivale compatto e logisticamente facilitato (non a caso, l’Iran può contare dell’appoggio diretto del libanese Hezbollah), la manovra saudita in Siria potrebbe ritorcersi contro proprio gli interessi di Riad. A repentaglio è innanzitutto quel precario e difficile equilibrio da sempre perseguito dall’Arabia Saudita tra la propria politica interna, fedele al ruolo di baluardo islamico nella regione, ed estera, caratterizzata invece da un longevo allineamento sulle posizioni degli Stati Uniti e dell’Occidente.

 

CommentiCommenti 4

Pierpaolo (non verificato) said:

In effetti la politica Saudita nella regione sembra più frutto delle mene del clan Sudairi che non della volontà politica del Re Abdullah, più prudente, avveduto e responsabile.
L'errore è politicamente imperdonabile: cacciarsi in una soluzione senza alternative.
La sopravvivenza politica di Assad in Siria, ormai, non potrà non tradursi in una destabilizzazione interna del Regno Saudita.
La repubblica Siriana, infatti, è politicamente solida, enormemente più solida che il Regno Saudita, anche se anch'essa ha dei punti di fragilità.
Uno di questi è l'inefficienza dei servizi di informazione e sicurezza. Altro che "<i>servizi di sicurezza infallibili</i>". Se le sono fatte fare diverse di sotto il naso. Tanto per esemplificare, non sono riusciti nemmeno a difendere la vita del capo dei Servizi Segreti dell'Aviazione, Generale Jamil Hassan, nel marzo scorso, a parte una gran quantità di gregari. Non a caso il capo dei Servizi Informazione e della Sicurezza di Hezbollah è stato assassinato a Damasco, nel 2008, dove ancora non sono riusciti a portare alla giustizia i colpevoli. L'accecamento della contraerea (russa) in Siria al momento dell'attacco aereo israeliano nel 2007, è stato, poi, una delle <i>débâcle</i> storiche dei Servizi di Controspionaggio (dell'Aeronautica?) in Siria. Tutta la crisi dal marzo del 2011 ad oggi, l'infiltrazione di armi e di terroristi dall'estero, non sono state affatto previste, né individuate dai servizi di informazione, che si sono rivelati essere, ancora una volta con la testa nel sacco.
Se fosse per l'efficienza dei servizi di informazione, sicurezza e controspionaggio siriani, né Russia, né Iran avrebbero puntato nulla sul Governo di Assad.

Marco (non verificato) said:

Articolo ineccepibile. Faccio un passo avanti. L'occidente che sostiene la rivolta è del tutto allineato alla politica saudita volta al trionfo dei salafiti. Non esiste alcuna ragione strategica perchè ciò avvenga. Esiste solo il tradimento che le classi dirigenti dei paesi occidentali stanno commettendo contro i nostri popoli. Sono dei traditori prezzolati. Indagate sui conti correnti e vedrete flussi enormi di denaro da Qatar e Arabia Saudita verso i nostri politici, giornalisti ed economisti