L'uovo di giornata

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C’è ancora aria di bufera nel Pd. A distanza di più di 48 ore dall’Assemblea del partito, sul tema dei matrimoni gay (e non solo) continuano a imperversare fulmini e saette sulla testa di Bersani. Le nuvole hanno cominciato ad addensarsi quando sabato scorso la presidenza ha dichiarato inammissibili due ordini del giorno sull’equiparazione del matrimonio gay a quello civile presentati da Anna Paola Concia, Ivan Scalfarotto e pochi altri. Inammissibilità motivata dall’approvazione avvenuta poco prima – con soli 38 no –di un documento in cui si indica l’impegno di dedicare al tema una Direzione dopo l'estate.

Una decisione che ha mandato su tutte le furie Concia & co. scatenando una tempesta che ha portato addirittura alla sospensione dei lavori per alcuni minuti, con tanto di riconsegna delle tessere da parte di  Benedino, Fusco e Mancuso. Segno che la spaccatura tra la maggioranza che fa riferimento al segretario del partito e i gruppi di opposizione legati a Renzi, Civati e all’area vicina alla mozione Marino è ancora una volta insanabile. Quei 38 ‘no’, infatti, sono riconducibili proprio alla componente di Ignazio Marino che ha dichiarato indignato: “Mi rifiuto di credere che il Partito democratico possa essere più arretrato di Gianfranco Fini in tema di diritti”.

Ma il vero bersaglio delle critiche è stata Rosy Bindi, ritenuta da alcuni colpevole di aver fatto saltare un’ ‘intesa’ raggiunta nel pomeriggio per votare il documento con allegati quei due ordini del giorno. “Basta continuare con questa arroganza di considerare gli altri degli esagitati – ha commentato Paola Concia gettando acqua sul fuoco – Mancuso, Benedino e Fusco non sono affatto esagitati, erano esasperati dal comportamento della Bindi. L’assemblea non è stata messa nelle condizioni di esprimersi. Sembra normale che in un Paese come l’Italia del 2012 di queste cose il primo partito progressista non può neanche parlare?”. Malumori, quelli interni al Pd che sono stati cavalcati dai soliti Beppe Grillo e Antonio Di Pietro, facendo triplicare le polemiche sul caos interno al Partito Democratico.

Insomma, lo slogan “Tocca a noi”, scandito poche ore prima da Pier Luigi Bersani per lanciare la lunga marcia verso il voto del 2013, è stato immediatamente affossato dalla bagarre. Uno spettacolo che giova ben poco a un partito che dai Pacs, passando per i Dico e finendo ai matrimoni gay dimostra di non riuscire proprio a mettersi d’accordo neppure su uno dei temi su cui ha costruito la sua battaglia politica. Un partito che, fermo restando l’importanza dei diritti civili, sembra perdere di vista altri nodi cruciali, quali le primarie, su cui sempre sabato non si è riusciti a raggiungere un compromesso né sulla data né su regole e statuto (si è rimandato tutto a dopo il solleone); la legge elettorale, un tema sul quale al di là del “Non ci arrendiamo al porcellum” dichiarato da Bersani durante l’Assemblea, il Pd è l’unico partito a non essersi ancora espresso con chiarezza. E poi, una questione campeggia su tutte: quale alternativa pensa di proporre il Partito Democratico al sempre più imminente appuntamento elettorale del 2013?  Caro Bersani, adesso “tocca a voi” dare delle risposte…


CommentiCommenti 3

Anonimo (non verificato) said:

meglio Partito della Discordia che Partito Dei Ladri...