Bufale "storiche" dalle Olimpiadi passate

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jesse owens

È tempo di Olimpiadi e con esse tornano a galla anche certe ben riuscite bufale. Ad esempio le Olimpiadi di Berlino, svoltesi nella prima metà di agosto del 1936, sono nell’immaginario collettivo quelle di Jesse Owens, l’atleta statunitense di colore a cui Hitler si rifiutò di stringere la mano. Nulla di più falso.

Adolf Hitler, inizialmente, non era entusiasta di ospitare a Berlino le Olimpiadi, “quell’indegno festival organizzato dagli ebrei”, ma poi cambiò idea quando i suoi collaboratori gli fecero notare che l’occasione poteva essere propizia per propagandare la grandezza della Germania e la modernità e superiorità del nazionalsocialismo, soprattutto se Leni Riefenstahl, una delle migliori registe cinematografiche del Reich, avesse immortalato i Giochi sulla pellicola di celluloide. Per ottenere questi risultati era necessaria un’organizzazione capillare, scenari grandiosi e cerimoniali suggestivi, cose che vennero realizzate con grande maestria.

Negli Stati Uniti molti erano perplessi a causa dell’opportunità propagandistica che veniva offerta alla Germania e si sviluppò anche un movimento di boicottaggio ai Giochi olimpici. Lo stesso Presidente Roosevelt era favorevole a questo movimento e per meglio rendersi conto della situazione mandò a Berlino un suo inviato, il miliardario ultraconservatore Avery Brundage, che in futuro sarebbe diventato il presidente del CIO, il Comitato Internazionale Olimpico. Ma Brundage, con grande scorno di Roosevelt, tornò in patria entusiasta dell’operato dei tedeschi.

Hitler non badò a spese: fece costruire uno stadio della capienza di 100.000 spettatori vicino ad un campo di parata dove si potevano riunire addirittura mezzo milione di persone. La cerimonia di inaugurazione si tenne il 1° agosto, in un tripudio di svastiche, con 120.000 persone che gridavano freneticamente “Heil Hitler!”

Il solenne cerimoniale culminò con l’ingresso nello stadio del tedoforo che portava la fiaccola olimpica, l’ultimo dei 3.075 staffettisti che si erano dati il cambio ogni mille metri lungo i 3.075 chilometri fra Atene e Berlino. Da allora, quella procedura si sarebbe ripetuta ad ogni Olimpiade. Ma questo non fu l’unico “primato” organizzativo. Le undicesime Olimpiadi passarono anche alla storia perché furono le prime riprese dalla televisione e per il bollettino “Olympia Zeitung” stampato in 14 lingue con una tiratura quotidiana di 300.000 copie. Il numero dei partecipanti superò ogni precedente cifra: 4.066 di cui 328 donne in rappresentanza di 49 nazioni. Un altro fatto nuovo fu l’eccezionale flusso turistico alimentato dai Giochi: più di 2.000 treni speciali portarono a Berlino centinaia di migliaia di stranieri e dai locali pubblici sparirono i cartelli con la scritta “gli ebrei sono indesiderati”.

Particolare cura fu dedicata alla preparazione tecnica degli atleti tedeschi, che il regime voleva che prevalessero su tutte le altre nazioni, per completare anche dal punto di vista sportivo il trionfo delle Olimpiadi berlinesi. E così tutti gli atleti della rappresentativa tedesca andarono in ritiro per tre mesi nella Selva Nera, per prepararsi degnamente.

E i risultati furono aderenti alle aspettative del Terzo Reich: la Germania si classificò prima vincendo 88 medaglie, di cui 33 d’oro, 26 d’argento e 29 di bronzo. Gli USA si dovettero accontentare del secondo posto con un numero complessivo di 56 medaglie (24 d’oro, 20 d’argento e 12 di bronzo). Al terzo posto l’Italia con 22 medaglie, di cui 8 ori, 9 argenti e 5 bronzi, anche se il terzo posto, in base agli odierni criteri di classificazione, spetterebbe all’Ungheria che guadagnò un numero complessivamente minore di medaglie rispetto all’Italia (16) ma 11 di queste erano d’oro. Seguivano la Svezia con 20 medaglie, Finlandia e Francia con 19 ciascuna, Giappone con 18, Olanda con 17, Svizzera con 15, Gran Bretagna con 14, Austria con 13, fino a concludere con Filippine e Portogallo con una sola medaglia di bronzo a testa. Le potenze di quello che da lì a quattro anni sarebbe diventato l’Asse, dunque, si aggiudicarono oltre il 40% del medagliere complessivo.

Ma veniamo alle medaglie che più ci interessano, quelle di Jesse (diminutivo di James) Cleveland Owens. Il nostro era un atleta di colore, nato il 12 settembre 1913 a Oakville in Alabama, da Henry e Emma Owens, ultimo di dieci figli. Alle Olimpiadi del ’36 vinse quattro medaglie d’oro: nei 100 e 200 metri piani, nel salto in lungo e nella staffetta 4x100.

Nella gara del salto in lungo chi si classificò quarto con la misura di 7,73 e mancò il podio di un soffio fu l’italiano Arturo Maffei, un grande dell’atletica italiana, nato a Viareggio il 9 novembre 1909, che iniziò la sua brillante carriera sportiva nel 1926 nel calcio, come portiere di una squadra parrocchiale di Peretola. Maffei vinse otto titoli di campione d’Italia fra il 1930 e il 1940, vestì per 25 volte la maglia della nazionale e partecipò due volte ai campionati europei. Quando ottenne il quarto posto a Berlino fu proprio Jesse Owens a congratularsi con lui e a definirlo il “miglior stilista” della competizione. Ed è proprio Maffei a smascherare la diceria delle presunte mancate congratulazioni di Hitler a Owens.

Maffei, infatti è stato testimone oculare dell’episodio e ci racconta nei minimi dettagli come si svolse la faccenda della stretta di mano. Le cose andarono esattamente così. Alla fine della gara del salto in lungo Hitler volle congratularsi personalmente con gli atleti; scese dalla tribuna e si presentò al cospetto di Owens, a meno di un metro da lui. Il fatto stesso che Hitler scese dalla tribuna per incontrare Owens fa di per sé giustizia della diceria secondo la quale il dittatore “non volle salutare un negro”. Se non avesse voluto farlo, avrebbe abbandonato lo stadio senza incontrare gli atleti, o semplicemente sarebbe rimasto in tribuna.

Ma c’è dell’altro. Hitler, dunque, arrivato davanti a Owens lo salutò per primo, alzando il braccio destro nel saluto nazista. Owens non poteva certo rispondere con il braccio teso e perciò allungò la mano verso Hitler. Costui, vedendo che Owens gli allungava la mano, abbassò il braccio teso e allungò a sua volta la sua mano verso quella dell’atleta, per stringergliela. Ma proprio in quell’attimo Owens, forse ricordandosi di essere un militare, portò la mano destra alla fronte salutando Hitler con il classico saluto militare mentre il dittatore tedesco rimase per un attimo con la mano tesa. “A questo punto, decidete voi chi non diede la mano a chi”, conclude Maffei.

Ma se c’è una testimonianza che toglie ogni dubbio, è quella dello stesso Owens, che descrive nelle sue memorie anche ciò che accadde dopo la premiazione: “Dopo essere sceso dal podio del vincitore, passai davanti alla tribuna d’onore per rientrare negli spogliatoi. Il Cancelliere tedesco mi fissò, si alzò e mi salutò agitando la mano. Io feci altrettanto, rispondendo al saluto. Penso che giornalisti e scrittori mostrarono cattivo gusto inventando poi un’ostilità che non ci fu affatto. E ancora: “Hitler non mi snobbò affatto, fu piuttosto Franklin Delano Roosevelt che evitò di incontrami. Il presidente non mi inviò nemmeno un telegramma”.

Owens e Hitler, dunque, si incontrarono, si salutarono, scambiarono anche qualche parola e vollero pure stringersi le mani. Se quelle due mani non si incontrarono materialmente, ciò non è dovuto al fatto che una era bianca e l’altra era nera, ma fu dovuto semplicemente al caso, ai diversi modi di salutare tipici dei due. L’episodio in sé, pertanto, è un episodio assolutamente normale, banale, banalissimo per non dire insignificante, e oggi nessuno ne parlerebbe se nel frattempo non fosse scoppiata un’altra guerra mondiale.

Cinque anni e mezzo dopo le Olimpiadi di Berlino, infatti, con l’attacco giapponese a Pearl Harbor, USA e Germania entravano in guerra fra di loro. A quel punto si poteva già fare una previsione: con la vittoria degli USA, Hitler sarebbe passato alla storia (fra le tante altre cose) come quel razzista che si rifiutò di dare la mano a Owens; con la vittoria della Germania, invece, Owens sarebbe stato ricordato da tutti come quello screanzato che non volle dare la mano a Hitler. Come noto, l’ipotesi che si verificò fu la prima e oggi tanti sono convinti, a torto, che Hitler si rifiutò di incontrare Owens, un “povero negro” che veniva dal paese della democrazia.

Democrazia? Quanto la democrazia americana fosse razzista, Jesse Owens lo sapeva meglio di chiunque altro. Lo sapeva fin dal 1922, quando frequentava la Fairmont Junior High School di Cleveland, naturalmente in una classe di bambini di colore, perché negli USA c’era la segregazione razziale. Lo sapeva fin dal 1930, quando frequentava la East Technical School, naturalmente in una classe di ragazzi di colore, perché negli USA c’era la segregazione razziale. Lo sapeva fin da quando frequentava la Ohio State University, naturalmente in una classe di studenti di colore, perché negli USA c’era la segregazione razziale. Lo sapeva fin da quando si allenava nell’atletica leggera. Poco prima di attraversare l’Atlantico per partecipare alle Olimpiadi di Berlino sperimentò a sue spese cos’era il razzismo, quella volta che in un ristorante solo gli atleti bianchi poterono mangiare, mentre a Jesse e agli altri atleti di colore il cibo fu negato “perché erano negri”, perché negli USA c’era la segregazione razziale.

Da notare, poi, che mentre a Berlino venivano celebrate le Olimpiadi, in Spagna aveva luogo la guerra civile, con folta partecipazione straniera, sia dalla parte dei repubblicani che dei nazionalisti. Fra i 40.000 stranieri provenienti da 39 nazioni che combatterono nelle brigate internazionali contro le truppe regolari di Franco, c’erano anche parecchi americani, tutti democratici, tutti antifascisti, tutti libertari. Eppure, gli statunitensi di pelle bianca erano inquadrati nei battaglioni “Lincoln” e “Washington”, mentre quelli di colore erano inquadrati in un battaglione a parte. Da notare anche che dopo lo sbarco americano a Nettuno le tombe del cimitero statunitense vennero fatte scavare ai soldati di colore.

E dopo la seconda guerra mondiale Jesse vide l’abolizione della segregazione razziale nelle forze armate americane solo nel 1948, dodici anni dopo che Hitler gli tese la mano, ma non ancora sugli autobus, perché nel 1955 Rosa Parks, una donna nera, osò salire su un autobus per bianchi a Montgomery in Alabama e fu arrestata. Diciannove anni dopo che Hitler gli tese la mano.

E Jesse riuscì a vedere dichiarata incostituzionale la segregazione razziale nelle scuole americane solo nel 1954, ma soltanto sulla carta, perché tre anni dopo il presidente Eisenhower dovette mandare mille soldati a Little Rock in Arkansas per consentire a nove studenti neri di entrare a scuola. Era il 1957, ventuno anni dopo che Hitler gli tese la mano. E Jesse riuscì a vedere il primo “studente negro” entrare in un’università americana solo nel 1962; quello studente era uno che si chiamava James come lui, era James Meredith, che entrava nella scuola non da solo ma accompagnato da trecento poliziotti, mentre veniva accolto a sputi e con un lancio di pietre da parte degli studenti bianchi. Questo accadeva ventisei anni dopo che Hitler gli tese la mano. E per potere esercitare il diritto di voto per la prima volta Jesse Owens dovette aspettare il 1968, dopo 55 anni di vita, 192 anni dopo l’adozione della Costituzione americana, 12 anni prima di morire, 32 anni dopo che Hitler gli tese la mano.

Ma noi restiamo convinti che fosse una bufala quella della stretta di mano rifiutata.

 

CommentiCommenti 12

Ulisse (non verificato) said:

Ma si riabilitiamo anche Hitler...tanto ora arriva Berlusca...
ma si...avanti cosi...
Marizza a me questo blog piace...non sempre, ma sostanzialmente è leggibike...ma se la leggo di nuovo me ne vado...
e mica si può fare carne di porco anche della Storia...
non siamo bamba da questa parte del video...
Marizza si dia una regolata

Edoardo Ferrazzani replied:

Non v'è alcun intento apologetico nei confronti dell'operato politico di Adolfo Hitler, ma solo un racconto legato a un fatto circostanziato. Hitler fu razzista ma non per questo è da escludere che effettivamente abbia stretto la mano a un atleta statunitense nero.

J. Givingwar (non verificato) said:

Se l'autore permette, c'è un'altra storia che non mi convince. Quella della nera arrestata per essere salita su un "autobus per soli bianchi". Non mi convince, proprio, l'esistenza di questi ultimi. Perché, negli stessi anni, nell'Africa coloniale britannica - gli inglesi "doc" non erano meno razzisti dei loro cugini nord-americani - sugli autobus, i bianchi, semplicemente non ci salivano. Erano considerati mezzi di trasporto "di seconda categoria", riservati agli "indigeni". I bianchi si spostavano solo con l'auto propria o col taxi. Non vedo perché i bianchi del Nord-America non dovessero comportarsi allo stesso modo.

Rubio (non verificato) said:

Anche io vorrei far presente che è pericoloso far presente certi vicoli ciechi dell'intelligenza. Il popolo dei risentiti è sempre in agguato

G.Marizza (non verificato) said:

Una precisazione sulla vicenda di Rosa Parks. Il 1º dicembre del 1955, a Montgomery, Rosa Parks, di professione sarta, stava tornando a casa in autobus e, poiché l’unico posto a sedere libero era nella parte anteriore del mezzo, quella riservata ai bianchi, andò a sedersi proprio lì. Poco dopo salirono sull’autobus alcuni passeggeri bianchi che reclamarono quel posto. Il conducente del mezzo, James Blake, le ordinò di alzarsi e di spostarsi nella parte riservata ai neri. Rosa però si rifiutò di lasciare il posto a sedere e spostarsi nella parte posteriore del pullman, dove sarebbe stata costretta a viaggiare in piedi. Il conducente allora chiamò due poliziotti che arrestarono Rosa Parks e la tradussero in prigione. Quella notte, cinquanta leader della comunità afroamericana, guidati dall’allora sconosciuto pastore protestante Martin Luther King, si riunirono per decidere le azioni da intraprendere per reagire all’accaduto. Il giorno successivo incominciò il boicottaggio dei mezzi pubblici di Montgomery, che continuò per 381 giorni. L’autobus, giallo col tetto bianco, oggi è esposto all’Henry Ford Museum.

Marino Poerio (non verificato) said:

Questo articolo lascia perplessi, nel modo più che nelle sostanza. Anzi, è meritoria l'opera di ristabilimento della verità storica, dovunque porti.
Ma non occorre essere un segugio dell'esegetica per notare, tra le righe, la contrapposizione tra il tiranno considerato razzista, che porge la mano al bovero negro bistrattato in patria, e quella patria che discriminava lui e quelli come lui.
Si tratta di due considerazioni in linea di massima vere (se prendiamo per buona la parte riguardante il Fuhrer, e non ho motivi per non farlo).
Ma per come vengono poste, con una malizia assai abile, il risultato apparente è una sorta di riabilitazione - circostanziata, per carità - del caro Adolfo, o quantomeno dell'abbassamento al suo livello di una intera nazione come gli Usa.
Può trattarsi di un effetto intenzionale oppure no, e questo articolo può piacere o dispiacere.
Io mi limito a constatare che è strano leggere righe del genere su una testata come l'Occidentale.
Cordiali saluti,
Marino Poerio

Fabio (non verificato) said:

La risposta di Marco Poerio è la più equilibrata, razionale e giusta di tutta la discussione. Non posso che sottoscriverla in toto.

Piccolapatria (non verificato) said:

Soltanto questo ravvedo in quest'articolo. Tra i commenti si distingue chi vuol leggervi tra le righe un malizioso e soffuso intento riabilitativo dell'infame imperdonabile Hitler contrapposto ad un ipotetico "svilimento" delle democrazie allora e ora vigenti sulle quali non si può negare ci sono state e ci sono tante "ombre"; ciò conferma quanto le leggende gotiche consolatorie siano così radicate tanto da ritenerle più vere dei fatti qui riassunti come realmente accaduti, ancorchè validati da riferimenti testimoniali di chi li ha vissuti personalmente.

G.Marizza (non verificato) said:

A proposito di razzismo, il punto più basso dei Giochi non fu raggiunto certo a Berlino ma a St. Louis nel 1904. In quella occasione il comitato olimpico organizzò i cosiddetti “antropological days”, in cui vennero costretti a sfidarsi fra di loro in gare da baraccone i rappresentanti delle “razze inferiori”: negri, pigmei, pellerossa, filippini. Ma mentre oggi tutti "sanno" che Hitler non volle stringere la mano a Owens, provate un po' a chiedere chi sa qualcosa degli antropological days. Già conosco la risposta: "mai sentiti nominare".

J. Givingwar (non verificato) said:

Grazie della risposta. Prendo atto che gli "ex-schiavisti" dell'Old South erano meno razzisti degli "ex-colonialisti" dell'Africa ex-britannica. Sì, "ex-", perché la prassi, da parte degli ex-coloni rimasti in Africa, di non "contaminarsi" con gli indigeni salendo con loro sugli autobus nemmeno in posti separati, mio padre la constatò nel Ghana neo-indipendente, negli anni 1959-60. E, così, anche lui, essendo "bianco", sia pure non "anglo-sassone" e men che mai "protestante" (del famoso "wasp" solo la prima lettera!), dovette adeguarsi subito. Quanto alla polemica sull'articolo che "riabiliterebbe" Hitler, la trovo semplicemente fuori luogo: secondo me, una persona di buon senso ci trova solo la conferma del vecchio detto, secondo cui anche un orologio guasto, se ha ancora le lancette, due volte al giorno segna l'ora giusta: e Hitler lo avrebbe fatto una volta sola in tutta la sua carriera politica! D'altronde, ricordo d'aver letto da qualche parte - se è il solito aneddoto non vero è di certo ben inventato! - che i giornali del regime commentarono la vittoria di Owens "spiegando" che i "negri" correvano più velocemente degli "ariani", perché erano una razza selezionatasi fuggendo di fronte al pericolo, invece di affrontarlo coraggiosamente, come avevano sempre fatto i "fieri guerrieri germanici".....