Tra verità processuali e verità assolute

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scalfari

Improvvisamente l’estate scorsa Maurizio Ferraris, un postmodernista autore di libri divertenti lancia il “new realism” su Repubblica e comincia il tormentone sul “neorealismo”, come lo ribattezzò Riccardo Chiaberge. L’ex giovane leone, ex allievo di Vattimo, ripudia il postmoderno perché responsabile del populismo, della manipolazione mediatica della verità e – grande scoperta! – di might is right, un classico da Tucidide a John Mearsheimer. Un’altra prova che l’antiberlusconismo fa impazzire, direbbe Berardinelli. Il new realist Ferraris, però, dà giudizi fin troppo lusinghieri su Berlusconi, come ha osservato Ferrara, perché  all’impresa del Cav. non possono essere certo attribuiti i connotati di una rivoluzione filosofica come quella postmoderna. La grande assente nel dibattito sul new realism è la filosofia, come ha rilevato Franca D’Agostini e non ha torto chi ha visto nel new realism una trovata per vincere la prossima tornata elettorale, lanciata mentre lo spread impazziva perché i “mercati” erano scandalizzati per il bunga bunga e tutto sarebbe tornato normale senza Berlusconi.

Ferraris spera che il libro di Vattimo, Addio alla verità, “non finisca nelle mani di Niccolò Ghedini perché potrebbe trovarci ottime argomentazioni a sostegno di originali interpretazioni circa le serate di Arcore” . Un filosofo che per i titoli dei libri si ispira al cinema (Goodbye Kant! /Goodbye  Lenin!), all’Ikea, al telefonino, non ha certo bisogno di essere invitato a guardare The Good Wife. Più di tante argomentazioni filosofiche sulla differenza tra verità processuale e verità assoluta, per la quale occorre rivolgersi a Dio, nelle lotte del tribunale di Chicago, la città di Obama, tra lo studio legale Lockhart Gardner, dove lavora Alicia Florrick, the good wife, e quello del procuratore  lo scopo principale è vincere. L’assillo di ogni procuratore non è la verità, ma essere rieletto, mentre l’avvocato, se non vince, viene licenziato. Un tribunale è anche un’arena politica con robusti interessi pratici e per questo gli americani eleggono giudici e procuratori. Da Bill Clinton il gossip sessuale è il pane quotidiano della  politica e un grande business mediatico e informatico.

La differenza tra gli Stati Uniti e l’Italia è che negli States un procuratore può azzoppare un presidente, far dimettere un governatore e qualsiasi deputato e senatore, ma anche un procuratore può essere indagato, processato e condannato da un suo omologo e perdere il posto. Negli Stati Uniti non ci si straccia le vesti se i giudici vogliono fare carriera politica, ma pragmaticamente sono sottoposti alle stesse regole dei politici. Il successo di The Good Wife mostra che l’uso politico della verità e della morale sta cominciando ad annoiare gli americani. Martha Nussbaum, studiosa di Aristotele, democratica, femminista, si è addirittura dichiarata a favore della legalizzazione della prostituzione. La democrazia americana è basata sulla verità? No, piuttosto sulla competizione e sull’abilità, vince chi riesce a essere più convincente, come asserisce Moses Finley. Per Mearsheimer ( Why leaders lie) nelle democrazie si mente più che nelle dittature perché, a differenza dei dittatori, i leader hanno bisogno di avere dalla loro parte l’opinione pubblica per andare in guerra. Così Bush jr mente sulle armi di distruzione di massa di Saddam, Johnson usò l’incidente del Tonchino per intensificare la guerra in Vietnam, Roosevelt mentì nel ’41 su una scaramuccia tra un sottomarino tedesco e la flotta americana perché desiderava entrare in guerra.

Politica e verità, politica e morale non sembrano andare d’accordo. Mentre in Gran Bretagna e negli Stati Uniti gli intellettuali vivono in genere appartati dalla politica, in Italia e in Francia sono sempre stati impegnati. Mentre in Francia, negli ultimi anni, non firmano più manifesti come ai tempi di Sartre (a meno che non si tratti di appelli in difesa dell’università) da noi il berlusconismo ha riacceso l’impegno degli intellettuali: è nato il partito di Micromega, fondato sull’alleanza tra filosofi e magistrati. Con Micromega Scalfari ha avuto un ottimo rapporto, finché recentemente la procura di Palermo non ha addentato i polpacci di Napolitano, accusandolo di avere partecipato alla trattativa stato-mafia.

In una democrazia normale a nessun procuratore verrebbe in mente di intercettare il Presidente della Repubblica e di accusarlo di avere partecipato alla trattativa stato-mafia, non solo perché la Ragion di Stato obbliga a tacere in tali casi, ma anche perché in una guerra si tratta. Sono sicura la trattativa ci sia stata, ma non dovrebbe interessare i pm di Palermo, perché fa parte della Ragione di Stato: sappiamo tutti quanto la Sicilia sia geopoliticamente strategica per l’Italia e il Capo dello Stato non deve essere sottoposto al giudizio del parlamento e dei magistrati, quando ritiene sia in gioco l’interesse dello Stato. Nessuno ha chiesto l’impeachment per Obama, quando ha ordinato la no fly zone sulla Libia senza chiedere il permesso al Congresso: è un suo diritto, come quello di ordinare azioni della Cia di ogni tipo e in ogni luogo, quando vuole (non solo per eliminare bin Laden), senza chiedere permesso al parlamento.

Eugenio Scalfari, il pedagogo della sinistra, si trova di fronte l’opposizione della lobby giustizialistica che per molti anni ha accarezzato. Scalfari ha reagito filosoficamente tirando gli orecchi a Ferraris (Repubblica, 10 agosto) e ricordandogli che per la verità assoluta bisogna rivolgersi al Creatore. Il 15 agosto Repubblica ha pubblicato un articolo di Franca D’Agostini, uno dei cervelli filosofici più seri del Belpaese. “Che differenza c’è – è l’incipit di D’Agostini - tra il mafioso che chiede un «pizzino» per «protezione» a un commerciante sotto la palese od occulta minaccia di bruciargli il negozio, e il professore universitario che fa pressioni su un collega più giovane per ottenere da lui qualche vantaggio, sotto la palese od occulta minaccia di bloccargli la carriera? Che cosa distingue un amichevole scambio di favori dalla prostituzione? Quando, esattamente, una concertazione democratica diventa patto criminale?”.

Per D’Agostini è l’antico problema della vaghezza: non è vero che non c’è torto e ragione, il problema è che i confini tra giusto e sbagliato sono incerti, vaghi, e giudici, avvocati e giuristi sono continuamente alle prese con il problema della vaghezza dei confini. Il problema della vaghezza introduce quello della zona grigia intorno alla mafia, come esisteva tra fascisti e antifascisti durante la guerra di Liberazione. Nella zona grigia accadeva di tutto, le identità fluttuavano e i servizi segreti  pescavano “soldati” nel flusso di identità instabili. La grande differenza  tra la filosofia continentale e quella anglosassone non è soltanto l’attenzione al linguaggio, ma il concetto di identità personale, diverso da quello continentale di coscienza.

Come afferma Bodei, da Locke a Hume fino a Daniel Dennett l’identità personale è un sistema aperto, non poggia su niente e cambia. Per Hume l’identità è qualcosa di fittizio, di costruito: gli stati di coscienza cambiano, come cambiano gli abitanti di una repubblica. Quindi, siamo una serie di identità plurime, di alcune delle quali ci dimentichiamo completamente, mentre per Kant l’Io è un veicolo che trascina tutte le nostre esperienze. Così, il professore universitario che ha fatto pressioni sul collega più giovane per ottenere vantaggi minacciando di bloccargli la carriera, può dimenticare completamente questa identità, quando pontifica sulla necessità di moralizzare l’Italia e firma l’appello in sostegno del diritto dei magistrati palermitani di intercettare Napolitano.  Per lo stesso processo, un mafioso che ha ucciso freddamente, senza alcun indugio, può diventare un “soldato” della verità. La vaghezza è un tema filosofico affascinante e può aiutarci a capire la zona grigia.

 

CommentiCommenti 6

Marco (non verificato) said:

Sublimamente complesso. Solo una noticina. La ragion di Stato è cosa seria e va gestita seriamente da persone serie. Se chi scende a patti con la mafia è lo stesso che ha ammorbato per anni con la sacralità dello Stato e con l’indecenza etica di Berlusconi e di chi l’ha votato e con la bellezza della Costituzione orgogliosamente custodita sul comodino vicino al Santissimo Vangelo (salvo poi “non starci” a reti unificate e dichiarare pubblicamente di non ricordare assolutamente nulla di quanto accaduto, nonostante l’alto ruolo ricoperto al tempo dei sacrileghi inciuci con qualche ex pecoraio corleonese), beh, allora non c’è ragion di Stato che tenga. O si tace sempre o si parla sempre. Anche l’altro personaggino ci viene in mente, che è passato alla storia per l’inutile scialacquio delle riserve valutarie nazionali nel corso di una settimana passata a non capire nulla di ciò che stava accadendo sui mercati finanziari e che rimarrà parimenti nella memoria collettiva nazionale per quello sciocco muover di labbra che adesso chiunque si sente obbligato ad esibire ogniqualvolta nelle sue vicinanza qualche orchestrina suoni l’inno di Mameli. Ecco proprio quel signore lì, che firma libri dal titolo “Non è l’Italia che sognavo” (ma, banalmente: quale Italia sognava?), anche lui maestro di esternazioni etiche e di imbarazzanti silenzi sul caso di cui sopra dei pecorari corleonesi, che motivo potrebbe mai avere per ricorrere alla ragion di Stato? O taci sempre o parli sempre. Per finire poi all’attuale sollevatore di conflitti istituzionali, gran cavaliere di gran esternazione dal passato liberticida, che se l’è risa di sottecchi per anni assistendo allo spettacolo disgustoso di procure fuori controllo a caccia del premier votato dagli italiani. Allora non c’era ragione di Stato che tenesse: può essa essere credibilmente invocata ora? O si tace sempre o si parla sempre. La ragion di Stato per i comodi propri non è stata ancora omologata.

Carlo (non verificato) said:

Diamo ancora spazio ai rimbambimenti di questo laido individuo?
Per capire chi è e come non abbia diritto di parlare nasta rikeggere la magistrale intervista di Pierangelo Buttafuoco sul Foglio (28 maggio 2008): calunniatore da giovane, tale è rimasto, affinando l'arte e costruendo sulle calunnie carriera e fortuna.
Come dice la Bibbia "che il suo nome sia dimenticato!"

ferruccio (non verificato) said:

sinceramente ai noi del popolino non ce ne frega nulla di quel che scalfari diventa, il nostro piatto piange sempre.

carlo (non verificato) said:

Ancora si perde tempo dietro a questa "drag queen" del giornalismo?
ma rileggetevi l'unico momento in cui è stato sincero nella propria vita: l'intervista di Pierangelo Buttafuoco sul Foglio del 28 (mi pare) maggio 2008 e poi tirate lo sciacquone.