Da San Luca a Bruce Chatwin

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Sì, avete letto bene, non è un errore di stampa: parliamo di Geopoetica, non di Geopolitica. Là dove si incontrano la Geopolitica e la Poetica, nasce la Geopoetica, una sorta di Geopolitica raccontata in prosa o in versi, non necessariamente in rima. Non è certo una scienza esatta, al contrario è mutevole, dinamica, accattivante. È un termine molto poco utilizzato, è una specie di disciplina nuova che esiste da sempre, nel senso che è antica quasi come la scrittura ma solo di recente sta ottenendo la considerazione che merita. In altre parole, è l’area dello scibile umano che raccoglie gli scritti, siano essi racconti, manoscritti, saggi, libri, memoriali, poesie o diari, legati ai concetti di confine che muta, di esilio, di rapporti fra stati, di viaggio di piacere o forzoso da un paese all’altro.

Chi fu il primo geopoeta? Forse San Luca, che nei suoi “Atti degli Apostoli” ci parla non solo di religione e di spiritualità ma ci descrive il Mediterraneo del primo secolo dopo Cristo, con la sua geografia e la sua politica. Quel “Noli me tangere, quia civis romanus sum” gridato da San Paolo in faccia a chi voleva arrestarlo compendia le leggi e le usanze di Roma, la superpotenza di quel tempo. Quei viaggi da Gerusalemme verso la Giudea, la Samaria, l’Asia Minore, l’Europa con arrivo a Roma, al di là dello scopo apologetico e teologico della loro descrizione, sono l’essenza della Geopolitica di allora.
O furono, prima ancora, Tacito con la sua “Germania” e Giulio Cesare col suo “De bello gallico”, che ci ha insegnato che “Gallia est omnis divisa in partes tres, quarum unam incolunt Belgae, aliam Aquitani, tertiam qui ipsorum lingua Celtae, nostra Galli appellantur”?

O fu addirittura Tucidide nel quinto secolo avanti Cristo, con i suoi otto libri sulla guerra del Peloponneso?

In tempi molto più vicini a noi, Alessandro Manzoni fa della Geopoetica quando narra di come e quando i Franchi arrivarono in Italia causando la partenza dei Longobardi, e alla vigilia della rivoluzione francese Johann Wolfgang Goethe, inconsapevolmente, non fa altro che Geopoetica quando descrive il suo primo “Viaggio in Italia” das Land, wo die Zitronen blühen (la terra dove crescono i limoni) e fa ancora squisita Geopoetica quando, in occasione del suo secondo viaggio, scrive versi straordinariamente attuali come “L’Italia è ancora come la lasciai, ancora polvere sulle strade, ancora truffe al forestiero, si presenti come vuole. Onestà tedesca ovunque cercherai invano, c’è vita e animazione qui, ma non ordine e disciplina; ognuno pensa per sé, è vano, dell’altro diffida, e i capi dello stato, pure loro, pensano solo per se stessi”.

Anche Bruce Chatwin negli anni Ottanta dello scorso secolo faceva, magari a sua insaputa, della Geopoetica quando scriveva il suo diario di viaggio “Che ci faccio qui?”, descrivendo paesi di vari continenti, Africa in primis, e incontrando ed intervistando personaggi influenti come Charles De Gaulle o Nadezda Mandelstam.

Stesso dicasi per decine di altri scrittori come Paul Celan, un poeta rumeno ebreo di madrelingua tedesca, nato a Chernowitz capoluogo della Bucovina settentrionale, oggi parte dell’Ucraina. Nelle sue opere descrive le angherie subite dalla sua terra e dai suoi conterranei da parte dei regimi nazista e sovietico, angherie che lo portarono a fuggire prima in Romania e poi in Francia, dove si tolse la vita nel 1970, un anno dopo il suo agognato viaggio in Israele.

Anche Claudio Magris, con “Danubio”, ci offre un’opera eminentemente geopoetica quando racconta i luoghi della Mitteleuropa, i riferimenti ai personaggi che in quei luoghi hanno avuto i natali o sono vissuti o morti, con frequenti riflessioni sui concetti di nazione e di stato e sui legami fra la lingua, i dialetti, le tradizioni, gli spartiacque, l’andirivieni dei confini statali e la collocazione geografica e politica di città, province e regioni.

Importanti attinenze con la Geopoetica può avere anche l’opera di Johannes Urzidil (scrittore austriaco nato a Praga, vissuto in Inghilterra e negli Stati Uniti e morto a Roma), che nei racconti del suo “Trittico praghese” del 1960 evidenzia una visione hinter-nazionale, ossia che sta “dietro” alle nazioni, né sopra né sotto.

Altro geopoeta è, fra i tanti, Michalis Pieris, nato a Cipro, un’isola divisa, devastata da occupazioni e da guerre. Il suo paese natale rappresenta per lui il paradiso terrestre della sua infanzia, una sorta di mondo magico e onirico. Il villaggio di cui spesso parla si chiama Eftagonia, ma la sua vita si sviluppa fra Sidney, Creta, Retimno, Cipro, Nicosia, Parigi, Londra, Roma, Venezia, Mosca, Palermo e Catania.
La sua isola di origine è cristallizzata, come Berlino quando era divisa dal muro. La sua è una poesia che ha per protagonista un nuovo Ulisse che recita: “Voglio una città che mi nasconda, una città che sia tollerante, una città che sia d’aiuto, una città che sia comprensiva, una città che collabori”, parole che oggi potrebbero essere pronunciate da tanti migranti.

Stesso dicasi per Czesław Miłosz, poeta polacco secondo cui la poesia e i poeti sono pharmakoi, una sorta di medicina, di rimedio contro i mali della vita. Nell’opera “Rodzinna Evropa” (l’Europa familiare) scrive: “A poco a poco smisi di preoccuparmi di tutta la mitologia dell’esilio […] non ero in fin dei conti che un greco trasferitosi da una città in un’altra. La mia Europa nativa dimorava in me con le sue montagne, le sue foreste e le sue capitali, e questa carta geografica sentimentale velava preoccupazioni troppo immediate”.

Recita Milosz nella poesia “Sulla sponda del fiume”: “Terre e città che devono restare senza nome, a chi potrei infatti spiegare perché e quante volte gli hanno cambiato bandiere e insegne?” Nelle sue parole si rispecchia l’inadeguatezza alla sua condizione di pellegrino del mondo e si denuncia la situazione della Polonia, che nel corso degli anni, delle guerre e degli eventi ha cambiato più volte la sua fisionomia, fino ad essere, nel 1945, letteralmente trascinata verso ovest sulla carta geografica a vantaggio dell’Urss e a svantaggio della Germania.

Ai confini della Geopoetica, poi, troviamo anche le odi, spesso tradotte in musica, che hanno punteggiato i conflitti, soprattutto quelli mondiali, raccontando ai posteri come il soldato semplice vedeva la gigantesca contrapposizione fra entità statali mediante versi mirabilmente semplici e semplicemente mirabili: “E tu Austria, che sei la più forte, fati avanti se ciài del coragio, che se qualcuno ti lassia il pasàgio, noialtri Alpini fermarti saprem…”. Oppure “Quando fummo sui Monti Scarpazi”, per arrivare fino al “ma la fine dell’Inghilterra incomincia da Giarabub!”

E oggigiorno appartengono alla Geopoetica anche tante opere di memorialistica redatte da peacekeepers impegnati a mantenere la pace nelle aree più calde del pianeta o a raccontare le storie di tutti i giorni che hanno radici lontanissime. Come il funzionario dell’ONU Andrea Angeli con “Professione peacekeeper”. Come il giornalista Paolo Rumiz coi suoi reportages balcanici e danubiani e col suo libro “E’ Oriente”. Come Giovanni Punzo con il suo “Dobro, storie balcaniche”, una raccolta di episodi e ricordi nati dalla partecipazione dell’autore alle missioni nei Balcani svolte come ufficiale di complemento richiamato in servizio. Come Lilli Gruber con “I miei giorni a Baghdad”, Edoardo Crainz con la sua “Missione in Afghanistan” o Luca Barisonzi con il suo “La Patria chiamò”, diario della missione in cui rimase gravemente ferito in Afghanistan. E come tantissimi altri militari, giornalisti, funzionari o diplomatici, tutti alfieri, a loro insaputa, della Geopoetica.

La Geopoetica, in sostanza, è una disciplina nuova o antica? Non ha importanza, l’essenziale è che la sua conoscenza ci possa aiutare a comprendere meglio le ragioni e le dinamiche della Geopolitica.
 

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