Tra prima e seconda Repubblica

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andreotti

La vita di Giulio Andreotti sembra incarnare quasi fisicamente il lungo predominio della Democrazia cristiana. La sua carriera politica accompagna, infatti, il regime democristiano per l’intero arco della sua parabola. Deputato all’Assemblea costituente, poi sottosegretario alla presidenza del consiglio con De Gasperi, Andreotti è ancora un uomo di spicco del partito oltre quaranta anni dopo quando, tra il 1992 ed il 1993, si consuma la fine della prima repubblica.

Tuttavia la indubbia continuità non rende ragione delle differenze che corrono nell’arco di questo lungo periodo. Per molto tempo, almeno fino all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso, Andreotti non è un leader di primissima grandezza, ma solo una figura influente, un notabile importante che ha diritto alla sua quota nella lottizzazione governativa e sottogovernativa. Insomma un personaggio di un qualche peso ma che non può dirsi caratterizzante. È solo con il tramonto dei due cavalli di razza (Fanfani e Moro) che l’uomo politico romano assurge al ruolo di personalità decisiva negli equilibri politici del partito. In sostanza l’apice della carriera andreottiana coincide con il logoramento, di immagine e di fatto, dello scudo crociato. Se la filosofia, come la nottola di Minerva, alza le ali dopo il tramonto, meno aulicamente possiamo dire che la stella di Andreotti comincia a brillare quando la Democrazia cristiana ha esaurito il suo ruolo storico ed è già diventato il primo e più pesante cartel party italiano.

I leader postdegasperiani, senza essere all’altezza dello statista trentino, perseguivano ciascuno un disegno politico. Fanfani, quello di modernizzare il partito, il paese e di seguito anche il sistema politico; Moro, quello di rafforzare la centralità e l’egemonia democristiana come garanzia democratica anche per la terza fase (il coinvolgimento dei comunisti nell’area di governo). Andreotti, invece, non esprime nessun progetto politico definito se non quello della gestione dell’esistente. Non casualmente la sua battuta più celebre è: "il potere logora chi non ce l’ha". Un motto che pretende di innalzare a massima universale una situazione patologica: la democrazia bloccata dell’Italia all’epoca della guerra fredda.

In una democrazia aperta e competitiva l’esercizio del potere logora inevitabilmente; in una condizione di blocco, senza alternative credibili, l’esercizio del potere assicura una rendita inscalfibile. In quegli anni di degrado preagonico del sistema di potere scudo crociato, la centralità andreottiana risulta speculare a quella di un altro leader democristiano della decadenza, Ciriaco De Mita. Apparentemente i due sono su fronti opposti e perseguono obiettivi differenti, l’uno è un sostenitore del cosiddetto "pentapartito" e dell’alleanza con i socialisti, l’altro è tutto intento a tessere il dialogo con i comunisti.

In realtà entrambi condividono un obiettivo comune: mantenere saldamente la Dc al centro del sistema, massimizzando le quote di potere disponibili. Per questo occorre conservare l’unità della Democrazia cristiana, al di là delle contrapposizioni apparenti, per assicurare al partito una golden share sull’intero sistema politico. E questo è forse l’unico punto nel quale Andreotti e De Mita risultano fedeli all’insegnamento dei cavalli di razza. Semmai con la specifica peggiorativa che per loro il senso dello stato è ridotto a senso del partito (se non della corrente).

Grazie soprattutto alla nomina a senatore a vita, elargitagli nel 1991 da Cossiga come regalo avvelenato per ostacolarlo nella corsa al Quirinale, Andreotti resta in circolazione anche nella seconda repubblica. In questa fase il suo ruolo è marginale, ma fa quanto può per ostacolare il consolidamento di una democrazia dell’alternanza e per ridare spazio a una prospettiva centrista. Tuttavia è in questa stagione finale della carriera che Andreotti si trova a svolgere, sia pure di rimbalzo, un ruolo positivo nelle vicende politiche italiane.

Negli anni novanta del secolo scorso viene infatti inquisito con l’accusa di fiancheggiamento alla mafia. I processi si chiudono con un non luogo a procedere. In questa circostanza il senatore romano incarna il ruolo di vittima incolpevole dei teoremi giudiziari delle procure politicizzate. Così, per una generosa astuzia della storia, dopo una lunghissima e opaca carriera politica vissuta all’insegna della falsa saggezza del tirare a comandare, forse Andreotti sarà ricordato in futuro per essere stato, in un particolare momento della storia italiana, fra i testes veritatis dello stato costituzionale di diritto.

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Maurizio Griffo

 

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