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Il 9 ottobre 1998 il governo Prodi I cadde su un voto di fiducia, dopo che Rifondazione Comunista aveva annunciato la sua contrarietà alla finanziaria. Il partito di Bertinotti non stava in realtà nella coalizione dell’Ulivo, con cui alle elezioni aveva fatto il semplice accordo detto della “desistenza”. E già il 9 aprile 1997 il suo appoggio esterno era venuto meno sul finanziamento della Missione Alba in Albania. Quella volta, però, la falla era stata tappata grazie all’apporto del centro-destra. A un anno e mezzo di distanza, il miracolo non si ripetè. Rifondazione arrivò a spaccarsi, con la foriuscita del gruppo filo-Prodi di Cossutta e Diliberto e la nascita del Partito dei Comunisti Italiani. Ma al dunque i voti furono 313 no contro 312 sì. Seguì il D’Alema I, che imbarcò i transfughi del centro-destra guidati da Cossiga. Cioè, quella stessa compagine di cui è oggi erede l’Udeur di Mastella, la cui rottura con la maggioranza ha finito per creare lo stesso scenario anche al Prodi II: 161 voti contro e 156 a favore al Senato.

Ed è un record. In 62 anni di Repubblica Italiana, infatti, il solo Romano Prodi tra tutti i Presidenti del Consiglio è caduto per una crisi parlamentare. Tutte e due le volte. E in 147 anni di storia unitaria, ci sono solo altri due esempi di voti di sfiducia. Uno è quello con cui destra e sinistra si unirono il 3 luglio 1879 contro il governo Depretis III, obbligandolo alle dimissioni con 251 voti contro 159. Di fronte al tentativo del Senato (allora non elettivo) di emendare una legge a contenuto finanziario votata dalla Camera il presidente del Consiglio aveva raccomandato ai deputati di accettare la modifica, pur condannando il principio: per conciliare le parti, e invece facendo arrabbiare tutti. L’altro voto fu il 6 febbraio 1891 quello che affondò il governo Crispi II con 186 voti contro 123, su una discussione a proposito di fisco e spese militari degenerata in insulti personali. E poi ci sarebbe anche la “sfiducia” sui generis votata dal Gran Consiglio del Fascismo il 25 luglio del 1943 a Mussolini…

È stato più comune il caso in cui un governo si è presentato alle camere senza maggioranza ed è stato così bocciato subito: non “perdendo” dunque la fiducia, ma non ottenendola proprio. Accadde al governo Fortis II nel 1906, al De Gasperi VIII nel 1953, al Fanfani I nel 1954, all’Andreotti I nel 1972, all’Andreotti V nel 1979 e al Fanfani VI nel 1987. In questi ultimi tre casi la cosa fu fatta apposta per poter arrivare alle elezioni anticipate, e col Fanfani VI l’imitazione dell’istituto della sfiducia costruttiva tedesca arrivò a un punto tale che i parlamentari Dc votarono in massa contro un monocolore del loro stesso partito. Per cui invece votavano a favore “a dispetto” Psi, Psdi, Pli e Democrazia Proletaria, per evitare che la consultazione anticipata facesse slittare i referendum su giustizia e nucleare: ma le dichiarazioni di Dp furono invalidate, perché per “salvare l’anima” avevano borbottato una formula tipo “sì al referendum”, invece che sì e basta.

Nella Repubblica la “morte” naturale di un governo sarebbe al momento della scadenza elettorale. È avvenuto col De Gasperi IV del 1948, col De Gasperi VII del 1953, col governo Zoli del 1958, col Fanfani IV del 1963, col Moro III del 1968, con l’Andreotti VII del 1982, con l’Amato II del 2001 e con il Berlusconi III del 2006. Nel Regno questo obbligo invece non c’era, ma il presidente del Consiglio “sopravvissuto” gettava comunque la spugna se il risultato non gli era favorevole. Accadde al Ricasoli II del 1867, al Pelloux II del 1900 e al Giolitti V del 1921. Il Rudinì V del 1898 finì invece perché re Umberto I non accettò la richiesta del Presidente del Consiglio di indire elezioni anticipate e lo stesso accadde al Sonnino II nel 1910. Ma a proposito di elezioni anticipate, la loro imposizione da parte del Psi fu invece la ragione della fine del Fanfani V nel 1983. Mentre a proposito di re, Vittorio Emanuele II impose le dimissioni sia al Ricasoli I del 1862 che al Minghetti I del 1864: il primo si era reso sgradito con l’offrire un’amnistia al leader repubblicano Mazzini, il secondo con l’aver trasferito la capitale da Torino a Firenze. Tornando alle elezioni, quelle non politiche non dovrebbero in teoria avere alcun effetto. Ma di fatto sia il D’Alema 2 nel 2000 che il Berlusconi 2 nel 2005 furono uccisi dalla sconfitta alle regionali: con la differenza che nel primo caso subentrò Amato, mentre nel secondo seguì un rimpasto. Il Menabrea III finì poi nel 1869 quando fu bocciato il candidato governativo alla presidenza della Camera, mentre Scelba nel 1955 si dimise quando presidente della Repubblica divenne Gronchi invece di Merzagora.

Capita anche che un Presidente del Consiglio muoia in carica: avvenne al primo di tutti, e primo della Destra, Camillo Benso di Cavour nel 1861; avvenne al primo della Sinistra Agostino Depretis nel 1887, ma al suo IX governo. Farini nel 1863 invece impazzì, e fu rimosso quando cercò di costringere il re a dichiarare guerra alla Russia puntandogli alla gola un coltello. Zanardelli si dimise per ragioni di salute nel 1903, due mesi prima della morte. E anche il successivo Giolitti II nel 1905 fu ufficialmente interrotto da un esaurimento nervoso. Va però detto che Zanardelli si era in realtà impantanato sul tentativo di introdurre il divorzio, mentre Giolitti si prese quella scusa per evitare una sicura sconfitta su un disegno di nazionalizzazione delle ferrovie. Due temi entrambi incandescenti. Sullo stesso problema ferroviario era già caduto il Minghetti II nel 1876 e si sarebbero poi bruciati il Fortis I nel 1905, anche se il pretesto fu un Trattato Commerciale con la Spagna, e il Sonnino II nel 1910 (prima di chiedere invano al re un voto anticipato, come già ricordato). Mentre i temi della laicità hanno azzoppato ben sette governi, oltre al Zanardelli: il Giolitti IV nel 1914, dopo il ritiro dei radicali dalla maggioranza in seguito alla rivelazione del Patto Gentiloni tra lo stesso Giolitti e i cattolici; il Bonomi I nel 1922, per il passaggio all’opposizione dei Democratici in seguito all’”eccessiva arrendevolezza alla Chiesa”; il Moro I nel 1964, per dissensi tra Dc e alleati laici sui finanziamenti pubblici alla scuola provata; il Moro II nel 1966, per l’istituzione della scuola materna statale; il Rumor II nel 1970, in seguito alla Legge sul Divorzio Fortuna-Baslini; il governo Colombo nel 1972, per il referendum sulla stessa legge del divorzio (anche se c’era stata prima l’uscita dal governo del Pri e si sarebbe aggiunta poi la rottura tra Dc e Psi sull’elezione a presidente di Leone contro Nenni dopo un lungo scontro tra Fanfani e De Martino); il Moro V nel 1976, per la fine dell’astensione del Psi in seguito allo stallo sulla proposta di legge per l’aborto.

Tutto sommato, gli scandali hanno pesato di meno: le intercettazioni telegrafiche nel 1877 per il Depretis I; la Banca Romana nel 1893 per il Giolitti I; le tangenti alle società petrolifere nel 1974 per il Rumor IV; la P2 nel 1981 per Forlani; Tangentopoli nel 1993 per l’Amato I. Qualche governo fu invece cacciato dalla piazza: il Menabrea II nel 1869 dalla rivolta contro la tassa sul macinato; il Rudinì IV nel 1898 dai moti di Milano; il Facta II nel 1922 dalla Marcia su Roma; il governo Tambroni nel 1960 dall’insurrezione delle sinistre contro l’appoggio esterno del Msi e il Congresso dello stesso partito a Genova; il Rumor III nel 1970 per uno sciopero generale. Il governo Saracco nel 1901, il Sonnino I nel 1906 e il Facta I nel 1922 furono invece accusati di debolezza: rispettivamente verso lo sciopero di Genova, quello di Torino (più altri moti in Puglia) e le squadracce fasciste. Il Pelloux I del 1899 vide l’ostruzionismo dell’opposizione bloccare le proprie misure sull’ordine pubblico mentre Benedetto Cairoli al suo primo governo nel 1878 fu prima ringraziato dal re per avergli fatto da scudo durante l’attentato dell’anarchico Passanante, prendendosi la coltellata a lui destinata; e poi messo in minoranza alla Camera, come responsabile politico della scarsa sorveglianza.

In campo militare e internazionale il governo Rattazzi I finì nel 1862 in seguito alle fucilate di Aspromonte contro Garibaldi; il Rattazzi II nel 1867 per la sconfitta di Garibaldi a Mentana; il Menabrea I nel 1868 per un ordine del giorno sulla Questione Romana; il Cairoli III nel 1881 per l’occupazione francese della Tunisia;  il Crispi III nel 1896 per la sconfitta di Adua; il Salandra II nel 1916 in seguito alla Spedizione Punitiva austriaca sugli Altipiani di Asiago; il Boselli nel 1917 per la sconfitta di Caporetto; il governo Orlando nel 1919 dopo lo scontro col presidente americano Wilson alla Conferenza di Pace di Versailles.

Una categoria molto particolare è quella dei governi a tempo. Il generale La Marmora, cui Vittorio Emanuele II aveva ordinato di fare il Presidente del Consiglio dopo la cacciata di Minghetti, provò nel 1865 a dimettersi una prima volta per tornare a fare il comandante dell’esercito, ma non ci riuscì. Dovette aspettare lo scoppio nel 1866 della Terza Guerra d’Indipendenza per poter infine abbandonare la politica. Tommaso Tittoni tenne poi nel 1905 un interim di 15 giorni tra il Giolitti II e il Fortis I. Il Badoglio II durò fino alla Liberazione di Roma nel 1944. Il Bonomi III fino alla Liberazione di tutta l’Italia nel 1945. Il Leone I del 1963 e il Leone II del 1968 furono entrambi monocolori Dc in attesa che i congressi prima del Psi e poi del nuovo Partito Socialista Unificato decidessero di entrare al governo. Ciampi nel 1994 e Dini nel 1996 si dimisero anch’essi dopo un interim per gestire alcuni problemi d’urgenza e arrivare a elezioni anticipate.

Ci sono poi i rimpasti, per cambiare qualche nome e/o aggiustare la maggioranza. Lo fecero il Cairoli II nel 1879, il Depretis IV nel 1883, il Depetis V nel 1884, il Depretis VI nel 1886, il Crispi I nel 1889, il Rudinì II nel 1896: negli anni del Trasformismo. Il Salandra I nel 1914, con la scusa della morte del ministro degli Esteri Di San Giuliano: per preparare l’entrata in guerra, sostituendo ai neutralisti giolittiani gli interventisti sonniani. Il Nitti I nel 1920: per allargare la maggioranza ai giolittiani. Il Badoglio I nel 1944: per far entrare al governo i rappresentanti dei partiti antifascisti. L’Andreotti III nel 1978: per permettere al Pci di passare dalla “non sfiducia” dell’astensone all’appoggio diretto esterno. Il Cossiga I nel 1980: dopo la vittoria del cosidetto “Preambolo” nella Dc contro la segreteria Zaccagnini e il prevalere di Craxi nel Psi contro Lombardi, col relativo ritorno a una collaborazione diretta tra Dc e Psi. L’Andreotti VI nel 1989: per recuperare i ministri della sinistra Dc che si erano dimessi sulla Legge Mammì. Il D’Alema I del 1999: per far entrare al governo i neo-costituiti Democratici dell’Asinello.

Rivolgimenti interni al partito di maggioranza fecero finire sia il governo Pella nel 1954, sgradito alla sinistra Dc; sia il Fanfani III nel 1962, quando la stessa sinistra Dc decise l’apertura ai socialisti. Su una riforma elettorale cadde il governo Luzzatti nel 1911. Ma più spesso un presidente del Consiglio in Italia ha perso la maggioranza su questioni finanziarie: lo stanziamento per l’Arsenale di Taranto il governo Lanza nel 1873; una tassa sulle granaglie il Depretis II nel 1878; tagli alle spese militari il Rudinì I nel 1892; un passaggio da un programma economico di sinistra a uno di destra il Rudinì III nel 1897; una storia di sovvenzioni alla marina mercantile intrecciata a un tentativo di riforma fiscale in senso progressivo il Giolitti III nel 1909. Nel 1959 contro il Fanfani II si misero tutte assieme una sconfitta su  una tassa del gas liquido per auto e una soprattassa per la benzina; un’altra su una liberalizzazione dei mercati all'ingrosso; e poi uno scontro tra Presidente del Consiglio e ministro dei Lavori Pubblici sull'introduzione del Codice della Strada. Il Cossiga II nel 1980 ottenne la fiducia a voto palese per poi vedere subito bocciare il proprio pacchetto economico a voto segreto; allo Spadolini I nel 1982 fu bocciato tutto il Bilancio; a Goria nel 1988 fu pure bocciato il  Bilancio, e comunque poi De Mita gli chiese subito di cedergli il posto.

Ma la ragione più comune di crisi dei governi italiana è stata per dissensi di coalizione. A partire dal Nitti II nel 1920: per l’uscita dalla maggioranza di popolari e socialisti, contrari a un aumento del prezzo del pane. Il Bonomi II nel 1944 cadde per l’uscita di socialisti e Partito d’Azione, che volevano una svolta a sinistra. E il De Gasperi III nel 1947 finì per la rottura della Dc con Pci e Psi nel nuovo clima della guerra fredda. Prima però il De Gasperi II, pure nel 1947, era finito per la scissione tra socialisti e socialdemocratici: uno scenario che si sarebbe ripetuto identico nel 1969 col Rumor I, dopo la provvisoria riunificazione del 1966. Un altra riunificazione tra il Psdi e un gruppo fuoriuscito dal Psi avrebbe pure provocato la fine del De Gasperi VI nel 1951. E l’uscita dal Psdi avrebbe pure innescato la crisi del Segni I nel 1957 e del Rumor V nel 1974: la prima volta da sinistra, sui patti agrari; la seconda da destra, contro l’apertura del Psi ai comunisti.

Quattro le crisi innescate dal Pli: nel 1945 col governo Parri, su ordine pubblico e epurazione; nel 1946 col De Gasperi I, per le polemiche sui presunti brogli al referendum istituzionale; nel 1950 col De Gasperi V, contro la riforma agraria; nel 1960 col Segni II, contro l’apertura a sinistra. Due le crisi innescate dal Pri: nel 1973 con l’Andreotti II, contro la tv a colori; nel 1989 con De Mita; dopo il cambio della segreteria da Spadolini a Giorgio La Malfa. Due le crisi targate Psi: l’articolo di De Martino sull’Avanti! che provocò la caduta del Moro IV nel 1976; l’attacco alla proposta di De Mita di un patto di legislatura che affondò lo Spadolini II nel 1982. L’Andreotti IV nel 1979 finì quando la Dc rifiutò l’ingresso del Pci direttamente nel governo. La richiesta della “staffetta” alla testa del governo da parte di De Mita fece poi cadere il Craxi I nel 1986; il suo rifiuto da parte dello stesso leader socialista in un’intervista Tv fu fatale al Craxi II nel 1987; e il “ribaltone” di Bossi fece cadere il Berlusconi I nel 1994.

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