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egitto

Le recenti vicende egiziane, specie dopo la destituzione del presidente Morsi, ricordano fatalmente e non troppo lontanamente molti aspetti della cosiddetta ''guerra dei trent'anni'' uno dei periodi più turbolenti della storia europea e di sicuro uno dei più tragici se si considera l'altissimo numero di vittime e la complessa vicenda politico-religiosa. L'acerrimo e millenario conflitto tra sciiti e sunniti, che negli anni ottanta videro addirittura gli eserciti di Iran e Iraq contrapposti, si riflette da sempre negli equilibri geopolitici del medio-oriente e in quelle zone che, ormai da decenni, hanno sperimentato regimi più o meno democratici o più o meno laici.

Non è un caso che, molto spesso, da cinquant'anni a questa parte, gli equilibri di molti stati dell'area mediorentale si siano mantenuti solo grazie al ferreo controllo dei vari raìs e che, il principio tutto cristiano e tardo rinascimentale del ''Cuius regio, eius et religio'' sia stato, alla fine, l'unico buon compromesso per il mantenimento dello status quo di molte di queste nazioni a maggioranza arabo-islamica. L'Iraq sciita e guidato dal sunnita Saddam Hussein per molti anni ha rappresentato un ottimo baluardo occidentale per il contenimento del più grande regime sciita del mondo islamico, l'Iran. Non è un mistero che, fino alla prima guerra del Golfo, il regime di Saddam fosse stato notevolmente sostenuto dall'occidente e in primis dagli Stati Uniti. Saltato Saddam, l'Iraq è piombato in una sanguinosa guerra civile ancora non del tutto terminata e che costringe questo paese, nato da un tracciato su carta totalmente arbitrario, a convivere con tre realtà che in modo forzoso si trovano sotto le insegne nazionali irachene. In che direzione stia andando questo Paese, dove si riteneva molto più semplice l'innesto democratico bushiano, rimane tutt'ora una non piccola incognita nello scacchiere internazionale.

Diversa situazione è invece quella presente nelle repubbliche panarabe della Tunisia, Egitto e Libia, che hanno conosciuto recentemente il vento di una primavera i cui frutti, ad oggi, si colgono a stento. L'Egitto, in modo particolare, è dai tempi delle trattative Carter-Sadat il principale alleato arabo dell'occidente e il rovesciamento del trentennale regime di Mubarak è stato colto, checchè ne dicano le diplomazie atlantiche, da una certa preoccupazione. L'Egitto è per l'occidente quello che per gli Usa era il Sudamerica, il ''giardino di casa''. Trovare al potere di 85 milioni di cittadini un grigio islamista eletto da una formazione politica digiuna delle più elementari regole democratiche per l'occidente non è certo stato un processo indolore e il relativo consenso che ha trovato la ''destituzione'' di Morsi la dice lunga sul dispiacere che le forze atlantiche hanno provato nel vedere, solo un anno dopo, un nuovo regime anti-islamista al potere. Già il termine ''destituzione'' usato dalla cancellerie e dai media per definire un colpo di stato vero e proprio ci fa capire con quanta benevolenza sia stato accolto questo avvicendamento.

Gli sviluppi ancora incerti non ci permettono di fare delle previsioni neanche a medio termine ma, di certo, ci pongono di fronte alla constatazione del fallimento totale di un modello politico islamista. La mancanza di una vera coscienza nazionale che possa mettere al primo posto la politica piuttosto che la religione è forse il vero ostacolo alla nascita di una forza confessionale sì ma politica. L'Europa non è certamente estranea a forze conservatrici e più o meno paraconfessionali (ne è un esempio la Cdu-Csu tedesca, la Dc italiana, il Pp spagnolo) ma è proprio quella appartenenza alla concezione di ''stato nazionale'', che proprio dalla pace di Vestfalia uscì vincitrice, che manca ancora a gran parte del mondo islamico. Fin quando il cairota si sentirà prima di tutto arabo e poi, solo dopo, egiziano, un vero processo di democratizzazione laica sarà un processo, se non impossibile, decisamente impervio. E poco basterà un regime militare a placarne i pericolosi ritorni di fiamma delle sempre attive celle terroristiche internazionali le quali, ben volentieri, potranno così contare su altri e numerosi coscritti pronti alla guerra al potere politico autolegittimatosi.
 

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