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Ci sono siciliani particolari che non vivono l’allontanamento dal Mezzogiorno come un trauma e che poi magari non sono neppure allergici a certi suoi simboli per eccellenza del Settentrione, tipo la nebbia. E’ questo il caso di Umberto Domina. Nato nel cuore segreto dell’isola, nel remoto 1922, quando la sua città, Enna, si chiamava ancora Castogiovanni, e scomparso a Milano due anni orsono.

A suo modo, uno scrittore sintetico un cercatore di equilibri difficili, se non impossibili. Scrive in proposito Tano Gullo, curatore di "La moglie che ha sbagliato marito" appena ripubblicato dalla palermitana casa editrice Sellerio, “Domina,  in un’Italia di terroni e polentoni separati in casa, aveva un talento specifico per respirare a pieni polmoni le due realtà agli antipodi. Quasi tutti i suoi libri sono infatti orientati a tentare un’impossibile sintesi tra opposti modi di intendere la vita. Il fare del Nord e il dire del Sud. Un ossimoro che però nelle sue pagine trova un amalgama naturale”. Il romanzo (edito nel 1965 da Bietti, poi ristampato da Rizzoli dieci anni dopo e ben introdotto da un brillante e affettuoso Enzo Biagi che definiva il narratore “un siciliano che scrive come un inglese”) parla di due cugini, l’anodino Liborio Cappa contrapposto a Liborio K, tutto genio, estro e sregolatezza. Entrambi, emigrati in Lombardia, si trovano a scambiarsi occupazione e consorti. Cornice, la grande città fra smog, alienazioni varie e multiple scontentezze.

“Trama scorre”, osserva l’ottimo Gullo, “dentro i binari di una stringente logica che, seppure sopra le righe, esalta la visionarietà dello scrittore e le sue non comuni qualità di veggente”. Accade così che colpi di scena e “sdoppiamenti dell’identità si susseguano come nuvole che vanno e vengono nella pagina dell’eclettico ennese”. Eclettico appunto, ecco il termine che calza a pennello per riassumere in una parola la personalità artistica di Domina. Lo scrittore che a Milano si guadagnerà da vivere facendo il pubblicitario e l’autore Rai (suoi i testi di alcune trasmissioni radiofoniche e tivvù di grande spolvero, spesso in compagnia di prime lame del valore di Guido Clericetti e Marcello Marchesi), “aveva in testa  più bernoccoli del genio”. Forse, il suo vero handicap, una curiosità tesa in troppe direzioni e persino un’idea non eccessivamente carica del proprio valore. In  buona sostanza una forma abbastanza inconsueta di versatilità, al limite del capriccio esistenziale, in cui si miscelano con garbo ironia, sarcasmo e osservazione eccentrica di vizi e virtù di uomini e ambienti, di opere e giorni.

Domina non era proprio uno contro. Non coltivava in cuor suo messaggi di sorta. Ne preferiva chiosare delicatamente contesti e situazioni con cui entrava in relazione.

Oltre alla moglie che ha sbagliato cugino, lo scrittore ennese pubblicò altre opere. Talune sulla stessa lunghezza d’onda del testo appena riedito, identico mix di narrazione satirica e storie paradossali. E’ questo il caso di "Garibaldi ore 12", una sorta di divertente e divertita anticipazione dell’attuale universo dei reality show.

Domina scrisse però anche negli ultimi tempi della sua umbratile esistenza. Di quel periodo, un’operina singolare, una specie di finto diario giovanile o di autobiografia con il senno del poi. Il libro in questione s’intitola "Quell’Enna del ’39": racconta di una cittadina isolana dove le auto ammontavano a una decina e i ragazzi si distraevano con poco e nulla: “non c’erano i dischi e ballavano perfino il radiogiornale”. Siamo, come si vede, agli antipodi della travolgente e triturante frenesia nordista, eppure la vena è identica: mesta e melanconia. Dunque dolce-amara.


Umberto Domina, La moglie che ha sbagliato marito, Sellerio, pagine 200, euro 10,00.


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