Finis Europae/ 6

Versione stampabile
fiumicino

Quando si parla di immigrazione e sicurezza quanto è alto il rischio di attentati di matrice jihadista in Italia? Il rischio c’è ma come vedremo forse era più alto in passato.

Un'inchiesta del giornale spagnolo El Mundo ha confermato un trend già noto dai tempi del ramingo John Walker, il ventenne americano convertito alla Guerra Santa e catturato in Afganistan dalle truppe Usa nel 2001. Secondo diverse fonti, attualmente in Siria ci sarebbero all’incirca un migliaio di combattenti della Internazionale jihadista, partiti dai Paesi europei e giunti in soccorso dei guerriglieri islamisti che si battono in loco contro “l’eretico” presidente Assad.

I “jihadisti dagli occhi blu”, inquadrati nella “Brigata Muhajireen” a guida cecena,  nella “Brigata Khattab” e nel “Esercito di Mohammad”, nel Nord della Siria, provengono in buona parte dalla Gran Bretagna, ma anche dalla Germania, dalla Spagna, dalla Francia, dai Paesi dell’Europa settentrionale. Soeren Kern, dell’americano Gatestone Institute, fa una stima dei combattenti partiti dall'Italia in Siria che sarebbero una cinquantina in tutto.

In questo numero sono compresi sia i nostri concittadini convertiti all'islam (come Giuliano “Ibrahim” Delnevo, ritrovato morto la scorsa estate sempre nel nord della Siria), sia gli immigrati, regolari o clandestini. Il rischio sottolineato dalla intelligence è che dopo aver combattuto in Medio Oriente costoro rientrino in Italia, sfruttando le maglie larghe dei confini europei nel Mediterraneo e le legislazioni di Eurosud in materia di immigrazione. Tornerebbero con lo know-how necessario a colpire duro, sempre che non preferiscano puntare verso altri campi di battaglia, dallo Yemen alla Somalia o perché no nell’Hamastan c'è l'imbarazzo della scelta.

I 50 jihadisti "italiani" in Siria rappresentano molto meno dello 0,01% del milione e mezzo di fedeli musulmani che vivono nel nostro Paese (Caritas/Migrantes 2011), questo bisogna sottolinearlo, il che però non li rende meno pericolosi ed è giusto che il controterrorismo moltiplichi gli sforzi per bloccarne l'infiltrazione e la predicazione ai fini del reclutamento. Il rafforzamento delle operazioni di monitoraggio e sorveglianza dei confini europei come sta accadendo con la missione italiana “Mare Nostrum” va in questa direzione, anche se conviene ricordare che le rotte storiche dell’Internazionale passano dai Balcani piuttosto che dal Nordafrica.

Bruxelles del resto non sembra molto convinta di inasprire i controlli sulla immigrazione: di recente il Parlamento europeo invocando la difesa della privacy ha bocciato una proposta avanzata da diversi Paesi membri, tra cui il nostro, che puntava a creare un database dei passeggeri dei voli di linea che atterrano e lasciano l’Europa. Per l’Italia, lo accenniamo soltanto, la minaccia non viene solo dai lupi solitari tornati dalla Siria ma anche dagli islamisti libici: questi ultimi, avendo gradito poco la “rendition” del terrorista Al Libi (quello delle bombe alle ambasciate americane in Africa) e il successivo invio di rinforzi Usa dalla Spagna nelle basi italiane, potrebbero farsi tentare da qualche ritorsione.

Ma la minaccia terroristica in Italia è aumentata con la maggiore diffusione dell’Islam negli ultimi anni? Farsi questa domanda in un momento di grave crisi economica come quello che stiamo attraversando, con l’austerity e la disoccupazione e tutto il resto, rischia di generare risposte fuorvianti. Gli immigrati in un contesto come quello appena descritto sono “condannati” a finire sulla graticola, diventando l’incarnazione del pericolo e di ogni male sociale. Tanto più quando si scopre che il nome “Mohammad” è  il più diffuso tra i piccolissimi imprenditori del milanese (Camera di Commercio, settembre 2013).

Così numerosi partiti della destra europea, dal Fronte Nazionale francese al Freedom Party olandese, tendono a fare leva sulla minaccia jihadista per dimostrare con un salto logico la mancata integrazione delle comunità islamiche in Europa e la loro intrinseca pericolosità. Obiettivo di queste forze politiche è buttare in un solo calderone il rischio del terrorismo, il conclamato fallimento del multiculturalismo, l'islamofobia latente in Occidente, per fare pressione sui Governi in carica affinché prevedano politiche migratorie più dure. Anche sull'immigrazione si vincono le elezioni.

Sommare le mele alle pere però non è mai stato un esercizio corretto. Che ci sia una connessione tra le centrali della predicazione del fondamentalismo wahhabita e salafita nel mondo islamico, l’apertura di moschee non ufficiali in Europa, il fatto che in questi centri religiosi imam improvvisati predichino il Jihad e la guerra contro gli ebrei, non è una novità. Che questa guerra a livello di indottrinamento e formazione alla lotta armata passi sempre più spesso da Internet, lo dimostrano le indagini e i processi degli ultimi anni. Le cronache ci parlano di giovani islamisti smanettoni che si dilettano a incitare alla Guerra Santa sul web e a fare sopralluoghi presso obiettivi da colpire.

Se restiamo al 2013, lo scorso maggio la corte di Brescia ha condannato a 4 anni di prigione Mohamed Jarmoune, un 22enne marocchino che oltre ad essere attivissimo su Internet aveva archiviato nel suo pc informazioni sui servizi di sicurezza della sinagoga di Milano. Davanti alla corte, ha detto: “Sono pronto a sacrificarmi per Allah!”. Vale la pena ricordare anche il recente arresto del blogger marocchino 21enne che nel bresciano invitava i musulmani italiani e francesi ad unirsi alla Guerra Santa, collegato, secondo gli inquirenti, al gruppo belga “Sharia4” che fa proseliti contro Assad. 

Lo scorso aprile, quattro islamici, tra cui un imam tunisino, sono stati arrestati in diverse città italiane dopo lunghe intercettazioni in cui si fomentavano a vicenda sulla Jihad. La “cellula” era radicata ad Andria, un paesone a nord di Bari, in Puglia, e l’imam secondo la polizia reclutava immigrati clandestini da instradare verso l’Afghanistan ed altri Paradisi del Terrore.

Nel 2012 due libici furono ricoverati a spese dei contribuenti in un ospedale romano dopo essere stati feriti durante la ribellione contro il Colonnello Gheddafi, poi si scoprì che la coppia cercava sponsor per la guerriglia salafita in Libia contro obiettivi occidentali. E ancora l’imam della moschea di Ponte Felcino (Perugia), deportato nel suo Paese di origine dopo una condanna a sei anni per terrorismo. Nell’aprile del 2012, la polizia di Pesaro arresta Andrea Campione, un convertito di 28 anni, intento a disseminare materiale di propaganda sul web, che si scoprirà essere a sua volta collegato al Jarmoune di cui sopra.

Si potrebbe continuare così, scavando a ritroso nel tempo, per risalire alle operazioni della polizia condotte negli anni Novanta contro gli infiltrati del GIA, il Gruppo islamico algerino, contro i jihadisti tunisini, algerini e magrebini partiti per la Bosnia, agli allarmi terrorismo scattati subito dopo l’attacco alle Torri Gemelle a Roma, Venezia e Firenze.

Condanne ma anche assoluzioni. Nel 2003 una dozzina di immigrati magrebini viene accusata di progettare un attentato contro l’ambasciata americana di Roma in Via Veneto: vogliono avvelenare l’acquedotto capitolino nelle vicinanze della sede diplomatica. L’anno successivo arriva l’assoluzione perché “il fatto non sussiste”. Oppure quell’altro caso dei due marocchini, Rachid Ilhami e Abdelkader Ghafir, in Brianza, anche loro accusati di preparare attacchi con esplosivo, che sono stati assolti nel 2010 dall’accusa di terrorismo (uno dei due è stato condannato a un anno e sette mesi per favoreggiamento della immigrazione clandestina).

Si può discutere sulla impostazione garantista delle corti italiane, che distinguono tra il dire e il fare, tra la progettazione di attacchi terroristici e la loro effettiva realizzazione (per chi si accorda su un reato senza commetterlo c’è il regime di libertà vigilata...) e come non ricordare le controverse sentenze del Gup Clementina Forleo! Ma detto questo il più grave atto terroristico avvenuto in Italia dopo l’11 Settembre è stato l’attacco suicida contro una caserma di Milano condotto nel 2009 dal libico Mohamed Game.

Game utilizzò una quantità di esplosivo tale da restare orbo e monco ma tutto sommato vivo. Per fortuna l'attacco non fece vittime. Il libico disse che il suo era stato un gesto dimostrativo, contro la presenza italiana in Afghanistan. In rito abbreviato, ha preso 14 anni per reati connessi al terrorismo (4 anni al suo complice egiziano che gli fornì la bomba).

Per una serie di attacchi incendiari realizzati sotto le insegne del “Fronte Cristiano Combattente” contro  associazioni caritatevoli musulmane, l’ex terrorista di Prima Linea italiano Roberto Sandalo, convertitosi anche lui (ma stavolta dal terrorismo rosso al contro-jihadismo militante), di anni ne ha presi 8 e mezzo. Anche Sandalo fece ricorso in Cassazione perorando la causa della infermità mentale e del “gesto dimostrativo”. Quando si tratta di condanne, insomma, i jihadisti non vengono favoriti rispetto ai nostri eversori di lunga data.

E allora: dopo il 2001 e l’inizio della guerra al terrorismo, dopo le Primavere arabe, la Guerra in Libia e quella in Siria, dopo l’emergenza Nordafrica, l’arrivo dei barconi e la definitiva entrata dell’Italia nel club dei Paesi a forte immigrazione islamica, nel nostro Paese non c’è stato un attentato di matrice jihadista che abbia provocato delle vittime. Di questo va dato atto in primo luogo alla nostra intelligence (checché ne dicano gli inglesi), alle forze dell’ordine, alla magistratura inquirente (anche quella garantista), che deve continuare a fare il suo lavoro con l’appoggio e il sostegno della politica.

Il rischio c’è sempre, lo ripetiamo casomai qualcuno pensasse che vogliamo sottovalutarlo. Ma per trovare una vera strage, il nostro 11 Settembre, il più grave attentato sul suolo italiano (ed europeo) prima degli attacchi jihadisti in Spagna e Gran Bretagna, bisogna tornare con la memoria agli anni Settanta e Ottanta, precisamente al 1973 e al 1985.

Ovvero a un periodo in cui l’immigrazione islamica in Italia era praticamente agli inizi, la Moschea di Roma aveva appena aperto i battenti (quelle ufficiali nel nostro Paese attualmente sono 8, la metà sorte negli ultimi dieci anni), i jihadisti combattevano ancora in Afganistan armati dagli americani in funzione antisovietica. I due attentati più sanguinosi, drammatici, brutali, della storia del terrorismo arabo-musulmano in Italia furono appunto quelli compiuti nel ’73 e nell’85 all’aeroporto di Fiumicino da commando palestinesi: in totale furono uccise 35 persone (115 i feriti), compresi cittadini italiani.

Davanti allo stragismo palestinese di Settembre Nero e Abu Nidal, di fronte al nativismo armato dei professionisti del terrore che tanta solidarietà accumulavano allora come oggi nel Belpaese, gli imam, i blogger, i jihadisti venuti dopo l’11 Settembre rischiano di apparire degli epigoni inesperti pur nella loro pericolosità. E se è mai è esistito il "Lodo Moro", pare aver funzionato molto meglio dopo l'11 Settembre che prima.

Aggiungi un commento